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Il Tribunale dei ministri sui Dpcm del governo Conte: “Provvedimenti legittimi e giustificati”

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I giudici del Tribunale dei ministri solleva Giuseppe Conte dalle accuse sui provvedimenti adottati durante la prima ondata di Covid. Lo si apprende dai documenti di archiviazione ripreso dal Fatto Quotidiano in cui vengono chiarite le posizioni dell’ex premier e dei ministri che all’epoca hanno adottato le misure che sono state poi criticate successivamente. Polemiche che si sono riversate anche in centinaia di denunce: c’è chi ha chiesto ai magistrati di indagare perché le misure restrittive sono state adottate con colpevole ritardo e quindi hanno favorito la diffusione del virus. E chi invece a quello stesso governo contesta l’illegittimità delle misure: “l’esecutivo ha ridotto le libertà individuali”. Sono gli esposti presentati nei mesi scorsi contro l’ex premier Giuseppe Conte e contro i ministri Luigi Di Maio, Roberto Speranza, Luciana Lamorgese, Lorenzo Guerini, Roberto Gualtieri e Alfonso Bonafede.

Ma i giudici sostengono che i “provvedimenti non appaiono manifestatamene irragionevoli o sproporzionati”. Per diverse ragioni: sono stati “assunti per garantire il diritto” alla tutela della salute della collettività; “si sono dimostrati concretamente utili allo scopo, come dimostrato dal calo della curva del contagio” e perché “non erano sostituibili con misure dotate di pari efficacia e meno lesive dei diritti dei cittadini”. Dopo le iscrizioni la procura di Roma ha inoltrato il fascicolo, con richiesta di archiviazione al Tribunale dei ministri. Che a maggio ha archiviato tutte le posizioni.

“La diffusione del Coronavirus rappresenta il fenomeno più grave e nocivo per gli interessi dei singoli dopo la fine della Seconda guerra mondiale”, scrivono i giudici. Secondo i quali, le misure “particolarmente rigorose” adottate “sono state giustificate dai dati epidemiologici e dalle informazioni trasmesse dagli organi competenti”. A chi contesta al governo Conte Ritardi, i giudici spiegano che all’inizio della pandemia “la valutazione comparativa degli interessi in gioco” non poteva che basarsi da un lato su dati epidemiologici ancora incompleti, dall’altro su una “percezione progressiva, confusa e caotica delle ricadute negative soprattutto sul piano economico”.

“Un lockdown anticipato dunque non avrebbe avuto l’effetto di evitare la pandemia”. C’è poi la questione dei Dpcm: sono “infondate le denunce che prospettano svariati reati come conseguenza di un abuso degli strumenti normativi del decreto-legge e del Dpcm da parte del governo”.

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