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Toninelli a TPI: “Con me ministro Benetton più poveri. Quando me ne sono andato il loro titolo è volato”

Intervista all'ex ministro dei Trasporti: “Abbiamo estromesso i Benetton, Conte grande premier, lo ringrazio. Mi sento orgoglioso della soluzione trovata per Autostrade perché era il mio primo pensiero da ministro. I giornali? Mi hanno massacrato, sono intossicati dalla pubblicità dei monopolisti. In Liguria? Bene Sansa, con lui manderemo a casa la Lega di Salvini”

Di Luca Telese
Pubblicato il 17 Lug. 2020 alle 19:31
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Immagine di copertina
Credit: Emanuele Fucecchi

Senatore Toninelli, il suo video sui social, dopo l’accordo su Autostrade, è stato molto criticato.
(Sorriso) Da chi? Possono criticare quello che vogliono. Intanto abbiamo vinto noi, e i Benetton se ne vanno a casa, via…
Lei dà l’impressione di essere mosso da un sentimento vendicativo.
E perché vendicativo? L’unica motivazione che ci ha mosso, dal crollo del ponte in poi è un sentimento di equità, questo sì.
Sicuro?
Per quel che mi riguarda avevo uno stimolo in più: la parola data, da ministro, alle famiglie delle vittime. Questo si.

Lei ha fatto un video con i cartelli, stile Bob Dylan, e ha chiuso con un segno della mano da commedia all’italiana per Benetton, indicandogli l’uscita.
È molto più semplice: quel gesto vuol dire semplicemente vattene. Quello che sto dicendo, per i motivi che ho appena ricordato, è che su quel ponte poteva esserci chiunque di noi.
Voi del M5s volevate la revoca. Non l’avete ottenuta.
Abbiamo ottenuto questo risultato enorme, le forme vengono dopo.
Quale risultato?
Con l’aumento di capitale che è stato previsto la famiglia perde il controllo della società e Autostrade torna finalmente in mano allo Stato, nell’interesse dei cittadini.

Però non c’è la revoca della concessione.
I tecnicismi non contano. Conta il fatto che Autostrade passa di mano, che chi ha gestito male la società lascia ogni posizione di controllo.
Le basta questo?
Noooo…. Conta il fatto che che le tariffe – per un meccanismo che le spiegherò tra poco – scenderanno. Per questo sono entusiasta.

Danilo Toninelli, ex ministro dei Trasporti, sembra felice come il giorno del suo compleanno. Considera l’accordo su Autostrade come il completamento di un suo successo personale. E in questa intervista spiega perché il M5s è convinto che il prodotto di una delle più cruente battaglie industriali degli ultimi anni porterà (a suo avviso) dei vantaggi agli utenti.

Sa cosa scrive la destra? Che è un accordo di “sapore venezuelano”. Su Nicolaporro.it c’è la sua foto con dietro la bandiera.
Dicono così, ho visto, e mi spiace per loro. Perché l’unico elemento “venezuelano”, in questa storia, è nella loro testa.
E il primo elemento di questa storia, per lei, qual è?
Che si torna alle regole.
Non è stata una battaglia stile Chavez?
Ma di cosa parliamo? Per i giornali italiani quando lo Stato prende il controllo di qualcosa in Francia è il buon nazionalismo di Macron. Se lo Stato invece si mette a regolare qualcosa, in Italia, salta fuori il Venezuela.

Non è una nazionalizzazione?
Assolutamente no. È una operazione di mercato in cui lo Stato, insieme ad alcuni privati, riprende il controllo di un bene pubblico.
Quindi la differenza è davvero che non ci sono più i Benetton?
La differenza è che il vecchio gruppo dirigente di Atlantia aveva trasformato Autostrade in un bancomat di una sola famiglia. E che questo era accaduto a scapito della manutenzione e degli investimenti.
Quindi?
Potevano essere anche la famiglia Pincopallo. Quello che non andava bene era l’effetto bancomat, non il nome dell’azionista che incassava.

Spieghiamo cosa intende per “effetto Bancomat”.
(Ride) Beh, è presto detto: ogni anno il gruppo produceva profitti per un miliardo di euro! Lei come lo chiama questo? Bruscolini? Zero rischio, massimo profitto.
È contro il profitto lei?
Non ho nulla contro il profitto. Ma divento cattivo se vedo che un contratto che consegna un bene pubblico in cambio della garanzia di una manutenzione continua non viene osservato.
Si potrebbe obiettare: sulla tragedia del ponte Morandi non c’è ancora una sentenza della magistratura.
E io le ho forse parlato di sentenza? È dal crollo del ponte che noi diamo un giudizio politico, non giudiziario, sull’operato della vecchia proprietà e dei vecchi manager.

Lei fino a ieri era il terrore di Autostrade.
(Ride) La cosa mi può solo fare piacere.
Però Salvini dice che questo accordo, in realtà, arricchisce i Benetton.
Per via del rimbalzo tecnico in Borsa? È una panzana.
E perché dice questo?
Ho stampato il grafico con l’andamento in Borsa del titolo: il titolo del gruppo tocca il punto più basso con me al governo. E sa quando tocca il punto più alto invece?
Non ne ho idea.
Proprio il giorno in cui io smetto di fare il ministro!
E questo perché la rende così felice?
Perché il ministro deve essere un controllore, un cane da guardia dei monopolisti. Se questo in passato non è accaduto è perché Autostrade faceva il bello e il cattivo tempo.

Tutto vero. Ma non è detto che in mano pubblica i profitti restino invariati e si trasferiscano automaticamente allo Stato.
Vuole sapere il punto per me più importante di questo accordo industriale?
Me lo dica.
La clausola che impedisce di distribuire dividendi per due anni. È virtuosa.
Perché questo comporta che i profitti vengono reinvestiti tutti sulla rete?
E sulle tariffe, che saranno ridotte per due anni. Dopo gli anni dei prenditori ce n’era bisogno.
Però è sicuro che questa clausola, che a prima vista piace molto per il suo effetto, non scoraggerà gli investitori privati?
Io credo che in questo campo un investimento a due anni sia la norma. Detto questo, i cittadini vedranno subito calare le tariffe, mediamente del 5%. E la prima mission della società sarà mettere in sicurezza la rete, con i capitali per farlo.

E se ci fossero meno profitti?
Stiamo parlando di un business che fino a ieri era tra i più redditizi del mondo.
Dice Calenda, invece, che non c’è nulla di chiaro in questo accordo.
Ah sì? Allora lo pregherei di leggere le parole di Benetton, che ha detto – che caduta di stile – di essere stato trattato “come una cameriera”.
E cosa ne dovrebbe dedurre Calenda?
Che chi doveva capire ha capito. Meglio di lui, evidentemente.

Benetton ha detto anche che è stato un “esproprio socialista”.
È stato un passaggio di controllo da una famiglia che si arricchiva con il pubblico, al pubblico che arricchisce le famiglie. A me sembra molto poco socialista è molto liberale.
La ministra De Micheli l’ha ringraziata per il lavoro preparatorio.
Ho visto, e mi ha fatto piacere.
Perché?
Perché è stato il primo pensiero del mio lavoro da ministro, uno dei motivi per cui hanno fatto di tutto per massacrarmi.
Chi?
I media, intossicati dalla pubblicità dei monopolisti. Ma non ci sono riusciti.

E lei? Vuole ringraziare qualcuno?
Il nostro grande premier, Giuseppe Conte, che non ha mollato un millimetro e ha portato fino in fondo la battaglia. Altro che “il governo non sceglie”, come scrivevano, guardacaso, i media di cui sopra.
Ma non potrebbero averlo scritto perché ne erano convinti?
L’ultimo killeraggio che ho subito è stato un tentativo di dire che io avevo scritto un testo grazie a cui il ponte restava in mano ai Benetton. E non era vero. Era una balla, anche mal assemblata, perché ritagliavano il documento togliendo il paragrafo in cui specificavo che in caso di accordo non avrebbero avuto nulla.

A proposito di Conte: lei era indicato come un giallorosso molto scettico.
Telese, mi meraviglio di questa domanda.
Si meravigli pure, ma mi risponda.
Io sono ventre a terra con i cittadini, con il mio movimento, con il mio governo.
E in Liguria, dove dicevano che lei non voleva l’alleanza giallorossa?
Ah ah ah. Prego? In Liguria abbiamo scelto il candidato più noto, più apprezzato dai nostri elettori, e – fra l’altro – l’unico che ha possibilità di vincere.
Lo dice perché ora è stato investito ufficialmente?
No, lo dico perché con Sansa possiamo mandare a casa Toti e la Lega.

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