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Eutanasia, ogni anno 1.000 malati terminali si suicidano per mancanza di alternative. La testimonianza

All'indomani della decisione della Corte costituzionale sul suicidio assistito, Carlo Troilo parla dei suicidi di malati terminali partendo dalla storia del fratello

Di Anna Ditta
Pubblicato il 26 Set. 2019 alle 14:38 Aggiornato il 26 Set. 2019 alle 17:15

Suicidi malati terminali Associazione Luca Coscioni

“Mio fratello Michele si suicidò nel marzo 2004 perché era malato terminale di leucemia”. Carlo Troilo, storico militante dell’Associazione Luca Coscioni, è intervenuto durante la conferenza stampa all’indomani della storica sentenza della Corte costituzionale, che ha riconosciuto non sempre punibile l’aiuto al suicidio a partire dalla vicenda umana, personale e giudiziaria di Fabiano Antoniani, alias dj Fabo.

La sentenza è stato un punto importante, ma non certo la fine della battaglia con cui l’Associazione Luca Coscioni punta a legalizzare l’eutanasia. Come ricorda Troilo, infatti, sono tanti i suicidi di malati terminali che scelgono di togliersi la vita in mancanza della possibilità avere accesso alle cure necessarie per morire degnamente, come suo fratello.

“Tentammo invano di trovare un medico che lo aiutasse a morire, siccome non ci riuscimmo lui si buttò dal quarto piano della sua casa”, racconta Troilo. “Da allora io mi sono impegnato con l’associazione Coscioni e ho cercato – da giornalista – i dati sui suicidi in Italia, che erano ignoti. Scoprii che l’Istat aveva dei dati, che teneva in un cassetto”.

Secondo questi dati, ogni anno sono mille i malati che si suicidano in Italia per mancanza di alternative. Tre al giorno.

“Se pensate che da allora sono passate 15 anni, sono 15mila disgraziati che hanno dovuto gettarsi dalla finestra o impiccarsi per mancanza di un’alternativa”, sottolinea il giornalista e militante della Luca Coscioni. “Una realtà davvero drammatica”.

Nel corso della conferenza stampa sono intervenuti anche Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, Filomena Gallo, segretario dell’associazione e Mina Welby, co-presidente della Coscioni.

“L’Associazione Luca Coscioni continuerà con il suo impegno, già dal prossimo congresso in programma dal 3 al 6 ottobre a Bari”, ha annunciato Filomena Gallo. “Parliamo di libertà, non del diritto al suicidio o del diritto a morire, ma della libertà di scegliere un altro modo di congedarsi dalla vita”.

Cappato e Welby sono attualmente imputati anche davanti al Tribunale di Massa, per avere aiutato Davide Trentini a porre fine alle proprie sofferenze. “Davide aveva una patologia irreversibile, con gravi sofferenze, era capace di autodeterminarsi, ma non era dipendente da trattamenti vitali”, ha puntualizzato Filomena Gallo. “Ci sarà un altro processo e un altro iter che dovremo portare avanti”.

Suicidio assistito, la storica sentenza della Corte costituzionale

La sentenza della Corte costituzionale è arrivata dopo il gesto di disobbedienza civile di Marco Cappato, esponente dei Radicali e dell’Associazione Luca Coscioni, che aveva aiutato dj Fabo a raggiungere la Svizzera dove si era sottoposto a suicidio assistito. Dopo essersi autodenunciato, Cappato è andato incontro a un processo penale, durante il quale è stata sollevata questione di legittimità costituzionale sull’articolo 580 del codice penale, che punisce il reato di aiuto al suicidio.

La Corte a ottobre 2018 aveva dato 11 mesi di tempo al Parlamento per legiferare sul tema, ma questo non è avvenuto.

“La politica non ha dato risposte”, ha ricordato l’avvocato Gallo, “Non da 11 mesi ma da oltre 34 anni, dalle prime proposte di legge di legalizzazione di scelte diverse di fine vita”. Poi ieri, 25 settembre, è arrivata la sentenza della Consulta.

Il reato di istigazione al suicidio rimane nell’ordinamento del nostro paese, ma la sentenza della Corte sancisce che non è punibile chi agevola il suicidio di persone ad alcune condizioni precise.

Non è punibile, si legge nel comunicato della Corte che anticipa la sentenza, “chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

La Corte ancora queste condizioni alla legge sul testamento biologico (n. 219/2017) e ribadisce che è “indispensabile l’intervento del legislatore” sul fine vita.

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La diretta di TPI dalla conferenza stampa dell’Associazione Luca Coscioni con Filomena Gallo, Marco Cappato e Mina Welby: