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Hanno colpito la scuola per nascondere responsabilità altrui (di Alessandro Di Battista)

Di Alessandro Di Battista
Pubblicato il 3 Dic. 2020 alle 20:09 Aggiornato il 3 Dic. 2020 alle 23:20
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Nel Paese del “Partito preso” una parte della pubblica opinione si comporta da hooligan. A volte difende, per partito preso, per l’appunto, la propria forza politica anche quando andrebbe criticata, se non altro per imporle il ritorno alla retta via. Allo stesso tempo si attacca, spesso in modo scomposto, quel politico avversario solo in quanto avversario caldeggiando il gossip ed ignorando i fatti.

È il caso di Lucia Azzolina, ministro dell’Istruzione, da mesi quotidianamente massacrata non si sa bene perché. Cosa avrebbe fatto di così sconveniente questa giovane donna, perbene e preparata, non è dato saperlo. Ha per caso tagliato i fondi alla scuola pubblica? No. Semmai ha lottato per ottenere 7 miliardi di euro in più. Credo che alla Azzolina non venga perdonata la sua coraggiosa difesa della scuola statale, un’onta nell’era liberista che stiamo ancora vivendo.

Non potendo tuttavia ammettere l’indicibile, la si attacca per altro. Per il diametro delle rotelle dei banchi (come se aver sostituito arredamenti scolastici che avevano 30 anni fosse stato un errore), per la tonalità del rossetto, per la pettinatura o per la cadenza del suo parlare. Accompagno tutti i giorni mio figlio a scuola. Scuola pubblica. L’organizzazione è ottima, le insegnanti professionali, il personale scolastico attento e preparato. Ogni giorno ho la sensazione di lasciare mio figlio in un luogo sicuro, protetto, sano sotto tutti i punti di vista.

Un giorno, al parcheggio della scuola, una mamma ha iniziato a parlar male della Azzolina. “Certo la Azzolina”. Ed io: “Cosa?”. “No dico, la Azzolina”. “Cosa?”. “Però la Azzolina”. “Sì, ma cosa?”. Silenzio. Sembrava la scena tra Francesco Nuti ed Antonio Petrocelli in Caruso Pascoski quando associano i partiti della prima Repubblica ai salumi. “Ha fatto una gaffe”, ha concluso la mamma senza neppure ricordare quale.

Nel Paese del sottosopra presunte gaffe comunicative valgono di più dei provvedimenti, della qualità delle leggi, delle condanne per corruzione, della connivenza con la mafia. Nell’Italia del sottosopra vale più il brusio dei sottofondi televisivi che i fatti. Nell’Italia del sottosopra si commenta più la tonalità di un rossetto che la tenacia di un ministro che ama davvero la pubblica istruzione.

La scorsa estate Lucia Azzolina, mentre probabilmente altri ministri pensavano a quanto si sarebbero potuti gonfiare il petto a pandemia finita, ha lavorato giorno e notte per trasformare la scuola in un luogo il più possibile sicuro ed organizzato. Una delle ultime volte che le ho parlato al telefono mi ha detto, testuale: “Sto lottando con tutta me stessa per tenere, ovviamente tenendo presente il tema della sicurezza, le scuole aperte. Oltretutto, in un momento di grave crisi economica per molti bambini il pasto alle mense scolastiche è il pasto più completo che fanno”.

Come darle torto. In un Paese in cui, in piena pandemia, si inaugurano centri commerciali, chi combatte per mantenere aperta la scuola pubblica andrebbe elogiata, non vilipesa. “In questo momento sembra evidente che la scuola sia la vittima sacrificale della nostra società, è molto più semplice chiudere una scuola che ritardare l’apertura di un nuovo centro commerciale, anche perché i ragazzi non votano”.

Sono parole di Agostino Miozzo, coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico. E ancora: “Mi pare evidente che non ci si renda conto del disastro che si sta consumando nelle giovani generazioni, il devastante impatto sulla sfera psichica e sociale non è evidente immediatamente ma lo sarà nel lungo periodo”. Sempre parole sue.

Il coordinatore del CTS ha detto che “la scuola è la vittima sacrificale della nostra società”. Sono d’accordo. E aggiungo: è stata sacrificata per far arrivare la logica del “mal comune mezzo gaudio” fino all’interno del Consiglio dei ministri.

Da giorni da parte di alcuni esponenti del PD e di quel che rimane di Italia Viva arrivano richiami al rimpasto. Bettini, ventriloquo di Zingaretti, è stato piuttosto esplicito: “Non sono contrario ad un riassetto del governo, lo ritengo utile per la Repubblica, per la democrazia italiana”.

Trovo avvilente che si ambisca a poltrone o riassetti vari in un momento drammatico per la Repubblica italiana, con le mafie che hanno spalancato le fauci dell’usura, con migliaia di famiglie in difficoltà, con studenti che hanno smesso di sentirsi tali. Trovo indecoroso che si parli di rimpasto ancor di più perché ne conosco le motivazioni. Riassestamento di potere, non certo un premio alle capacità.

La poltrona della Azzolina evidentemente fa gola a molti. Soprattutto in un momento in cui in tanti si stanno rendendo conto che il ministro non ha fatto altro che difendere gli studenti, i genitori, il valore della didattica, della formazione e le virtù sociali della scuola.

Sempre Miozzo, in un’intervista alla Stampa, ha dichiarato: “Sul ritorno a scuola non esprimo un pensiero personale ma quello del coordinatore del Cts che riflette il pensiero di tutti i colleghi del comitato e della comunità scientifica internazionale. Il diritto alla scuola dovrebbe essere un imperativo nel nostro Paese ma constatiamo ancora ritardi nell’organizzazione dei trasporti, nello scaglionamento degli orari piuttosto che nelle verifiche sanitarie”.

Credo che, se non si fosse optato per la chiusura di moltissime scuole, le responsabilità di alcuni politici, mi riferisco soprattutto alla De Micheli, ministro dei Trasporti, sarebbero risultate evidenti. Meglio colpire la scuola che mostrare i limiti della De Micheli. Meglio lasciar massacrare la Azzolina che correre il rischio che le negligenze altrui vengano rilevate.

Negli ultimi giorni, nei dibattiti televisivi, si parla di più delle riaperture degli impianti di risalita che della scuola pubblica. È deprimente. “La pandemia ci renderà quantomeno persone migliori”, si diceva qualche mese fa. Forse, a patto che si comprenda, una volta per tutte, quanto lo Stato sociale sia la principale conquista dell’umanità.

Due giorni fa Gino Strada ha dichiarato: “La sanità pubblica qui in Calabria è evanescente, mentre è ricca l’offerta del privato, a pagamento. Io credo che la sanità privata abbia diritto di cittadinanza, purché rispetti le leggi. Ma dovrebbe svolgere il proprio ruolo con i propri soldi, non con i soldi della sanità pubblica. Oggi il primo passo è quello di fare una netta separazione fra sanità pubblica e il resto. Occorre rompere questo legame per cui chiunque ha intenzione di investire nella sanità privata, la prima cosa che fa è convenzionarsi con il sistema sanitario nazionale, così da mettersi nelle condizioni di agire come privato, utilizzando soldi della sanità pubblica”.

Ovviamente l’istruzione non è un business come la sanità e ci sono fior di strutture private eccellenti. La nostra Costituzione, del resto, permette a “enti e privati di istituire scuole ed istituti di educazione” purché questo non comporti “oneri per lo Stato”. La scuola statale va difesa oggi che ancora siamo in piena pandemia e andrà difesa ancor di più quando questo maledetto virus sparirà.

I finanziamenti pubblici alle scuole paritarie dovranno essere cancellati così come alcune grandi opere infinitamente meno importanti della manutenzione e dell’ammodernamento degli istituti scolastici. Quando il virus sparirà, dovrà sparire anche questa ipocrita pax politica che favorisce solo coloro che cercano di nascondere le loro responsabilità. In particolare favorisce tutti quei presidenti di Regione (sia di centro-destra che di centro-sinistra) che, terrorizzati dai loro doveri in materia di trasporti e controlli sanitari, hanno preferito implorare ai loro referenti al governo la chiusura delle scuole.

Il governo ha stanziato centinaia di milioni di euro sull’edilizia scolastica, eppure migliaia di comuni sono in drammatico ritardo sul loro utilizzo. Sarebbe opportuno che il MIUR pubblichi resoconti dettagliati sui finanziamenti elargiti ai comuni con tanto di nomi e cognomi di chi è responsabile della spesa. Perché la scuola pubblica è come l’acqua. Ci si rende conto di quanto sia importante e vitale solo quando si ha sete.

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