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Meloni ha fatto anche cose buone

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Foto AGF

Spread ai minimi. Rating migliorato. Stabilità politica. E una credibilità internazionale rafforzata dal sostegno a Kiev: ecco i risultati centrati dal Governo

«Non siamo stati dei fenomeni, ma la barca è rimasta in galleggiamento». Queste le parole usate da Giancarlo Giorgetti per descrivere, di fronte alla platea dell’ultimo Forum di Cernobbio, quello che analisti e osservatori, e parte dell’opposizione, considerano il principale merito dell’esecutivo più longevo della storia repubblicana. Deficit contenuti, spread ai minimi e miglioramenti dei rating creditizi sono spesso citati come i principali traguardi raggiunti del Governo Meloni, rimasto in carica ininterrottamente da quasi quattro anni, senza rimpasti e crisi significative. 

Questi risultati hanno riabilitato la destra italiana agli occhi della stampa internazionale, guadagnandole prime pagine ed editoriali benevoli dopo le feroci critiche degli anni berlusconiani. Ma si accompagnano a fragilità che la maggioranza rischia di scontare nell’anno elettorale, in cui guerre, crisi energetica e rialzo dei tassi potrebbero mettere a repentaglio la scarsa crescita registrata in questi ultimi anni. Esponendo il Governo a critiche simili a quelle che la stessa Giorgia Meloni rivolgeva quando si trovava all’opposizione.

Calo dei tassi
Finora la stretta ai conti pubblici, con il calo del deficit dall’8% del Pil del 2022 al 3,1 del 2025, si è accompagnata a una forte riduzione dei tassi, al punto che l’anno scorso, per la prima volta dai tempi della crisi finanziaria, i rendimenti dei titoli decennali italiani sono scesi al di sotto di quelli emessi dalla Francia. Nei mesi successivi allo scoppio della guerra all’Iran, la tendenza si è invertita, anche a causa della dipendenza dell’Italia dalle importazioni energetiche dal Golfo. Ma in estate i tassi sono tornati ancora una volta al di sotto del livello francese. 

A spaventare i mercati è la situazione politica in Francia, con la prospettiva dell’esclusione di candidati centristi dal ballottaggio delle elezioni presidenziali, in cui i favoriti al secondo turno sono Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen. Personalità schierate nettamente a sinistra e a destra, che potrebbero opporsi credibilmente a tagli alla spesa sociale e adottare un approccio meno conciliante nei confronti di Bruxelles, spostando il Parlamento su posizioni ancora più ostili alle richieste dei mercati. L’attuale governo, che spera in un deficit del 5%, è riuscito a far approvare la legge di bilancio solo dopo aver accettato di sospendere l’innalzamento dell’età pensionabile fino al 2027. 

Elogi
Per l’Italia, a cui nel 2025 l’agenzia Moody’s ha alzato il rating per la prima volta da 23 anni, la narrazione è decisamente diversa. Un esempio è dato dall’articolo pubblicato l’anno scorso dal Financial Times, in cui l’autore Stefano Caselli, a capo della Scuola di Direzione aziendale dell’università Bocconi, citava il «verdetto» favorevole degli investitori per sostenere che l’Europa dovesse «prendere lezione» dall’Italia. Secondo Caselli, «stabilità e disciplina hanno permesso al Paese di sfruttare appieno il suo potenziale industriale. Se l’Europa non dovesse «trarre insegnamento» dall’esperienza italiana, «sprecherà un’opportunità irripetibile» e «farà aumentare ulteriormente lo svantaggio rispetto a Stati Uniti e Cina». 

Più di recente il quotidiano della City ha dedicato un proprio editoriale al record di longevità del Governo Meloni, parlando di «stabilità invidiabile» che «si distingue nell’Europa di oggi», dove la stessa stabilità e la visione «a lungo termine» sono diventate qualità «poco apprezzate». 

Oltre ai risultati sui conti, Meloni viene elogiata per essere una «figura collaborativa» all’interno dell’Ue e per essere una «convinta sostenitrice dell’Ucraina», in un Paese «con diffuse simpatie filo-russe». 

Ma il Financial Times ha anche messo in evidenza le «opportunità mancate», sostenendo che la leader di Fratelli d’Italia non è riuscita a utilizzare la stabilità per «cambiare le prospettive del suo Paese». Il verdetto, in questo caso, è che questi quattro anni al governo rappresentano «un traguardo, certo, ma anche un’occasione mancata». 

Rischio crescita
Nonostante gli apprezzamenti, la stabilità dei conti e la longevità del Governo non hanno infatti impedito un ritorno a una crescita quasi stagnante, mentre i salari faticano a recuperare il potere d’acquisto perso nell’impennata inflattiva degli scorsi anni, che hanno riportato le retribuzioni reali agli anni Novanta. Problemi che che rischiano di pesare sui consensi dei partiti della maggioranza che si preparano ad andare al voto nei prossimi mesi, ma anche a sugli stessi conti pubblici. 

Già lo scoppio della guerra all’Iran ha spinto l’esecutivo a rivedere al ribasso le stime per la crescita e di aumentare quelle per il deficit e il debito pubblico. Secondo il Documento di Finanza pubblica, pubblicato ad aprile, la crescita per quest’anno e per l’anno prossimo è prevista dello 0,6%, rispetto allo 0,7 e 0,8% previsti nel 2025. Se le stime per i prossimi anni fossero confermate, con un dato dello 0,8% nel 2028, si allungherebbe a sei la serie di anni consecutivi in cui la crescita è stata inferiore all’1%.

La crescita bassa rischia di pesare anche sulle finanze pubbliche dopo la vigorosa ripresa dalla pandemia, che aveva visto l’Italia ai primi posti tra le economie europee, contribuendo a ridurre il rapporto debito/Pil dal 154% nel 2020 al 137% dell’anno scorso, sull’onda della massiccia spesa sostenuta per i bonus edilizi e degli esborsi legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Secondo il Fondo monetario internazionale, nonostante la riduzione del deficit degli ultimi anni, quest’anno il debito italiano supererà quello della Grecia per diventare il più consistente nell’Eurozona, in termini di percentuale del Pil, arrivando al 138,2%. 

La scarsa crescita sta anche pesando sulle stime del deficit, contribuendo a ritardare l’uscita dalla procedura Ue per disavanzo eccessivo. L’anno scorso il deficit non sarebbe infatti sceso al 3%, come auspicato dal Governo, rimanendo al 3,1%. Anche per i prossimi anni le stime sono aumentate: 2,9% per il 2027 e il 2,8% per il 2028. 

Nelle ultime settimane sia Meloni sia il ministro dell’Economia Giorgetti hanno fatto sapere di confidare che, già alla fine di quest’anno, si possa chiudere con un Pil in crescita dell’1%, ma l’aggravio della crisi energetica, con il perdurare della crisi nello Stretto di Hormuz e l’apertura di un nuovo fronte nello Stretto di Bab el Mandeb, assieme agli attacchi alle raffinerie in Russia, potrebbe pregiudicare questa ripresa. Sulla crisi non sembra poter incidere Meloni, né il suo equilibrismo in politica estera, con cui ambisce di fare da ponte tra gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Europa, facendo leva sulla sua credibilità di conservatrice. 

Mancanza di risposte
Sul fronte interno il Governo non sembra aver fatto abbastanza per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi, in un contesto di tensioni geopolitiche crescenti. Secondo quanto riporta Reuters, il l’esecutivo ha risposto alla crisi cercando fornitori alternativi di gas, come avvenuto dopo l’invasione russa dell’Ucraina invece di puntare sulle energie rinnovabili. Un’«inerzia» che riflette una «riluttanza ad abbracciare la transizione dai combustibili fossili». 

L’Italia è il principale importatore di gas naturale liquefatto dal Golfo tra i Paesi Ue, oltre che il secondo maggiore consumatore di gas nell’Ue dopo la Germania. Nonostante questa posizione, la quota dei fondi Pnrr destinati alla transizione energetica è passata dal 39,5% al 37,1%, appena al di sopra della soglia minima del 37% imposta dall’Ue. 

L’ong Ember ha calcolato che l’Italia utilizza il gas naturale per produrre ben il 47,3% della sua elettricità, una percentuale significativamente maggiore degli altri Paesi europei. 

Con l’avvicinarsi delle elezioni, queste tensioni rischiano di minacciare la stessa stabilità della coalizione, mentre aumentano le pressioni da parte dei partner di governo per allentare i cordoni della borsa. Come ha già fatto Matteo Salvini, che allo stesso Forum di Cernobbio ha ribadito l’intenzione di introdurre nella prossima Legge di Bilancio una tassa sugli utili delle banche, ipotizzando anche un’imposizione a carico delle compagnie energetiche. Una proposta che vede la netta contrarietà di Forza Italia, che mette in guardia dal rischio che il prelievo sia trasferito alla clientela attraverso maggiori costi. Salvini punta a risolvere il nodo prevedendo «serie sanzioni» per gli istituti, spingendosi a citare il premier spagnolo, e leader di spicco della sinistra europea, Pedro Sanchez, con cui si è complimentato per la decisione di imporre la tassa, definendola «una cosa che proporremo sicuramente nella manovra». 

I rincari energetici e la stagnazione finiranno per aggravare una percezione già negativa dell’economia da parte dell’opinione pubblica: stando a un sondaggio Ipsos pubblicato a inizio 2026, già il il 61% degli intervistati sosteneva che il Paese stesse andando nella direzione sbagliata, il dato più alto dal periodo precedente la pandemia di Covid-19. Tra le priorità indicate spontaneamente dagli intervistati al primo posto figurano l’economia e il lavoro (citata dal 56%), seguita dalla sanità al 40%, quasi il triplo del dato del 2019. 

Questi malumori non hanno finora prodotto crisi irreversibili per la maggioranza, che però si trova per la prima volta a gestire una nuova forza di opposizione alla propria destra. Nelle ultime settimane Roberto Vannacci non ha perso occasione di attaccare il Governo per i drastici rincari dei carburanti, associando l’aumento del prezzo del gasolio alla guerra in Ucraina. Secondo l’ex generale per porre un freno ai rincari bisognerebbe quindi rinunciare al sostegno all’Ucraina, uno dei capisaldi della politica estera di Meloni, e «smetterla di dare armi e soldi» a Kiev. Un esempio di come nei prossimi mesi potrebbero trovare ancora più conferma le parole pronunciate da Giorgetti, secondo il quale «l’Italia è molto più rispettata all’estero che in casa».

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