Governo Meloni bocciato in economia: gli italiani sono più poveri rispetto a 4 anni fa
L’inflazione ha galoppato. I salari sono rimasti bassi. La pressione fiscale (malgrado gli annunci) è aumentata. L'esecutivo non è riuscito a far fronte alla crisi del carovita. Eppure le spese militari aumentano
Giorgia Meloni sostiene che l’economia del nostro Paese sia «solida», «prospera», «resiliente». Per la presidente del Consiglio, oggi «l’Italia è più forte di prima», dove per «prima» si intende ovviamente prima che il centrodestra si insediasse al governo. Magari fosse così. La realtà è assai più cruda. Rispetto a quattro anni fa, il potere d’acquisto degli italiani è diminuito, la pressione fiscale è aumentata, lo Stato sociale è stato ridotto ai minimi termini. E, nonostante la tanto declamata «responsabilità» nella gestione dei conti, il debito pubblico è tornato a crescere: abbiamo superato i 3mila miliardi di euro e restiamo sottoposti alla procedura d’infrazione dell’Unione europea per disavanzo eccessivo.
Certo, i sedicenti patrioti si sono trovati a dover fare i conti con un contesto internazionale a dir poco complesso, tra i dazi americani a ovest, la crisi di Hormuz a est e i vincoli di spesa imposti dall’Unione europea. Ma le contromosse adottate da Roma non hanno funzionato.
Il mercato del lavoro
Iniziamo dal risultato che Meloni sbandiera a ripetizione come il grande successo del suo esecutivo: il record di occupazione.
È vero che la percentuale di occupati in Italia è lievitata dal 60,6% di ottobre 2022 al 63,2% di luglio 2026 (ultimo dato Istat disponibile), toccando il livello più alto mai registrato da vent’anni a questa parte, tuttavia va anche precisato che l’incremento si è concentrato in larga misura tra i lavoratori che hanno più di 50 anni. Dai numeri non si scappa: nel quadriennio meloniano si sono registrati 100mila occupati in meno nella fascia 15-24 anni, 200mila in più tra i 25-34enni, 200mila in meno tra i 35-49enni e 1,28 milioni in più tra gli Over 50. È l’effetto della Legge Fornero, che ha innalzato l’età di pensionamento degli italiani, costringendoli quindi a lavorare più a lungo.
Nel frattempo la quota di inattivi tra i 15 e i 24 anni è aumentata di 4,5 punti percentuali consolidandoci come uno dei Paesi europei con il più elevato tasso di giovani che non studiano né lavorano (i cosiddetti Neet).
Se nel complesso l’occupazione è aumentata, i motivi sono da ricondurre, da un lato, come detto, alle più severe regole che disciplinano le pensioni e, dall’altro, come ha affermato anche l’Ocse, all’effetto combinato di Superbonus e Pnrr, due maxi-iniezioni di sostegno pubblico all’economia disposte ben prima che Giorgia si insediasse a palazzo Chigi.
Semmai abbiamo un problema: i nuovi posti di lavoro si sono venuti a creare prevalentemente in settori a basso valore aggiunto, come ristorazione, turismo, cura della persona. Dove stipendi bassi e precarietà sono la norma. Non è un caso se all’incremento dell’occupazione non sia conseguita una risalita del Pil.
Crescita zero
Secondo i calcoli dell’Istat, la crescita acquisita per il 2026 è dello 0,8%, ma Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si sono spinti a prevedere che alla fine cresceremo dell’1%, soglia psicologica minima che non abbiamo mai toccato nei precedenti tre anni di governo del centrodestra. Sarebbe il doppio rispetto alle stime diffuse la scorsa primavera dalla Commissione europea. Staremo a vedere se nelle previsioni d’autunno – che saranno pubblicate il prossimo novembre – anche Bruxelles rivedrà al rialzo le proiezioni.
Per il 2027 la Commissione attualmente ci piazza all’ultimo posto nell’Ue per tasso di crescita previsto: l’anno prossimo il nostro Pil dovrebbe salire (si fa per dire) dello 0,6% a fronte dello 0,9% della Germania, dell’1,1% della Francia, dell’1,9% della Spagna (la media tra i 27 Paesi dell’Unione dovrebbe essere dell’1,4%).
Rispetto a quando il Governo Meloni si è insediato, oggi la produzione industriale italiana è più bassa del 4,2%. Le imprese manifatturiere tengono grazie soprattutto alle esportazioni, anche se l’impatto dei dazi imposti dagli Stati Uniti si sta facendo sentire: nei primi sette mesi di quest’anno le vendite all’estero sono cresciute in termini di incassi (+4,2%) ma sono rimaste pressoché invariate in termini di volumi (+0,4%). Tradotto: si è fatturato di più ma gli affari non sono aumentati.
Sul fronte interno, i consumi delle famiglie italiane restano inchiodati poco sopra lo zero. Schiacciati dal peso dell’inflazione a cui non è corrisposto un innalzamento di pari livello degli stipendi.
Salari e inflazione
Nel primo trimestre del 2026, i salari reali sono cresciuti dell’1,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, favoriti da un’inflazione che era in ribasso, ma rispetto al primo trimestre del 2021 risultavano inferiori del 6,1%, il più marcato arretramento tra le principali economie dell’area Ocse. E la nuova fiammata dei prezzi energetici, accesa dalla guerra in Medio Oriente, potrebbe peggiorare le cose: anche nello scenario ottimistico di una spirale di rincari non prolungata, l’Ocse prevede che quest’anno le retribuzioni reali in Italia diminuiranno dello 0,9%, per poi aumentare solo dello 0,2% nel 2027.
Si dirà: la stagnazione dei salari viene da lontano: non va imputata solo al Governo Meloni. Vero: il nostro è l’unico Paese dell’area Ocse in cui le buste paga di oggi risultano più leggere rispetto a quelle del 1990. Le cause della caduta del potere d’acquisto dei lavoratori sono strutturali e hanno responsabilità di ogni colore politico, tuttavia i numeri dicono che l’esecutivo di centrodestra non è riuscito a invertire il trend. Non ci è riuscito, ad esempio, perché si è opposto all’istituzione di un salario minimo legale. E non ci è riuscito nemmeno con i timidi interventi sul taglio dei contributi e sulla rimodulazione delle aliquote Irpef. Anzi, secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), quelle misure potrebbero aver sortito l’effetto opposto di aver ridotto la pressione negoziale in sede di trattative per i rinnovi contrattuali.
Provare ad alzare gli stipendi limando il cuneo fiscale è un metodo – seguito anche da altri governi nel recente passato – che «potrebbe aver raggiunto i propri limiti», osserva l’Upb. Toccherebbe dunque direttamente ai datori di lavoro aumentare le retribuzioni, ma è difficile che a sollecitarli possa essere una presidente del Consiglio che, nel suo primo discorso alle Camere, disse che il suo motto sarebbe stato «non disturbare chi vuole fare».
In ginocchio dall’Ue
Le quattro leggi di bilancio targate Meloni-Giorgetti sono state congegnate all’insegna della prudenza per non sforare i vincoli di spesa europei. Ma la cura dimagrante imposta al rapporto deficit/Pil – ridotto dall’8,1% del 2022 al 3,1% del 2025 – non è bastata a far uscire l’Italia dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo.
Sul piano politico, peraltro, resta il fatto che la destra sovranista, che per anni aveva promesso di infischiarsene della «grande finanza internazionale» e di sbattere i pugni ai tavoli di Bruxelles, si è tramutata in un agnellino prono al giudizio delle agenzie di rating.
Per giunta, sotto il governo di Meloni, che da premier aveva definito le tasse «pizzo di Stato», la pressione fiscale è salita al 42,9% del Pil, il livello più alto degli ultimi dodici anni (la sospensione a sorpresa del bollo auto scalfirà la percentuale di pochi decimali).
Ma questa attenzione ai conti ha finito per rallentare l’economia. E non è nemmeno bastata a impedire che – tra la crescita zero, i tassi in aumento e gli strascichi del Superbonus – il debito pubblico esplodesse, arrivando al 136,7%.
Dal Rdc all’Adi
La mannaia di Giorgetti si è abbattuta sullo Stato sociale, o meglio su ciò che ne rimaneva dopo gli anni dell’austerity.
L’intervento più reclamizzato è stato l’abolizione del Reddito di cittadinanza (Rdc), sostituito dall’Assegno di inclusione (Adi). La principale novità è consistita nell’escludere dalla platea dei beneficiari coloro che la destra ha sempre additato come i famigerati «divanisti», ossia le persone considerate «occupabili» in base ai parametri decisi dall’esecutivo. Parametri piuttosto strambi, peraltro: per essere catalogato come «occupabile», infatti, è sufficiente vivere in un nucleo familiare in cui non sono presenti disabili, minorenni o persone sopra i 60 anni e non essere seguiti da programmi di assistenza socio-sanitaria. Così, ad esempio, un cinquantenne povero e disoccupato senza figli a carico, se è sano, non ha diritto al sostegno dello Stato.
Il Governo ha previsto che chi rimane tagliato fuori dall’Adi, se non arriva a 10.140 euro di Isee, può richiedere il Supporto per la Formazione e il Lavoro (Sfl): un contributo di 500 euro mensili che tuttavia si può percepire per un massimo di dodici mesi non rinnovabili e a condizione di iscriversi a programmi di politiche attive del lavoro.
Se il Reddito di cittadinanza raggiungeva in media tra gli 1 e gli 1,5 milioni di nuclei familiari, l’Assegno di inclusione arriva oggi a meno di 700mila nuclei, a cui vanno sommati i circa 85mila individui che hanno diritto al Supporto per la Formazione e il Lavoro.
L’Istat ha calcolato che nel 2024 la sostituzione del Rdc con l’accoppiata Adi-Sfl ha comportato un peggioramento dei redditi disponibili per circa 850mila famiglie, pari al 3,2% delle famiglie residenti in Italia. La perdita media per questi nuclei è stata di 2.664 euro in un anno e ha interessato quasi esclusivamente la fascia più povera della popolazione.
Sforbiciate alle salute
Anche medici, infermieri e malati hanno risentito delle sforbiciate del duo Meloni-Giorgetti. Secondo dati elaborati dalla Fondazione Gimbe, nel 2025 la spesa per la sanità pubblica è stata pari al 6,2% del Pil, in calo rispetto al 6,3% dell’anno precedente e nettamente inferiore sia alla media dei Paesi Ocse sia a quella dei Paesi europei, entrambe pari al 7,1%. In Germania, tanto per citare un esempio, il rapporto è dell’11%.
In termini di spesa sanitaria pro-capite, siamo al 15esimo posto tra i 27 Paesi europei dell’area Ocse e in ultima posizione tra quelli del G7.
Per il riarmo si spende
In compenso, in questi anni il Governo ha notevolmente aumentato gli stanziamenti per la difesa. Dai 25,9 miliardi di euro del 2022 siamo saliti ai 32,4 miliardi dell’ultima finanziaria (secondo l’Osservatorio Milex sono 33,9 miliardi). Soldi utilizzati per acquistare missili, droni, batterie anti-aeree, fregate, oltre che per pagare il personale. Ma se si considerano i parametri della Nato – che includono anche voci come le pensioni dei militari e del personale civile della Difesa, le missioni internazionali finanziate dal Tesoro e le spese per la sicurezza nazionale – il totale arriva a sfiorare i 50 miliardi di euro, pari al 2% del Pil.
Come noto, Roma si è impegnata con l’Alleanza Atlantica – o meglio: con Donald Trump – ad arrivare al 5% del Prodotto interno lordo entro il 2035. Per riuscirci, il nostro esecutivo ha chiesto alla Commissione europea di poter accedere a un prestito da 8 miliardi di euro attingendo dall’apposito fondo Safe (Security Action for Europe), istituito da Bruxelles nell’ambito del piano ReArm Europe. Dunque, il rigore meloniano sui conti pubblici non vale per le forze armate.
Eppure, nonostante i salari bassi e il carovita che morde, nonostante l’industria che arranca e i tagli alla sanità, nonostante la povertà che dilaga mentre le spese militari aumentano, i sondaggi continuano a premiare la presidente del Consiglio. Segno di forza della sua leadership, ma anche di grave debolezza delle opposizioni. Incapaci non solo di proporre una visione alternativa ma anche, evidentemente, di mettere in luce i fallimenti della destra.