Referendum, neanche la nuova legge elettorale può salvare Pd e M5S: se vince il Sì, il Parlamento è del centrodestra

Uno studio dell'Istituto Cattaneo simula la composizione del parlamento nel caso di vittoria del Sì al referendum e con la legge elettorale proporzionale, sulla base della media dei sondaggi di agosto

Di Anna Ditta
Pubblicato il 1 Set. 2020 alle 11:15 Aggiornato il 1 Set. 2020 alle 12:27
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L’effetto incrociato del taglio dei parlamentari e della legge elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 3 o al 5 per cento (attualmente in cantiere) assegnerebbe la maggioranza al centrodestra sia alla Camera sia al Senato. A rivelarlo è una simulazione dell’Istituto Cattaneo, realizzata sulla base della media dei risultati dei sondaggi di agosto.

Il dossier, curato da Marco Valbruzzi e Salvatore Vassallo, mostra che il taglio dei parlamentari non provocherebbe grandi conseguenze per il Pd, che manterrebbe la stessa consistenza attuale in Parlamento, o per la Lega, che perderebbe dagli 8 ai 10 seggi alla Camera.

Ad essere penalizzati sarebbero soprattutto il M5S (che si fermerebbe a un numero compreso tra 67 a 73 deputati) e Forza Italia (che crollerebbe da 94 deputati a 30), entrambi destinati a perdere due terzi dei propri parlamentari. Fratelli d’Italia, il partito guidato da Giorgia Meloni, sembra invece essere destinato a raddoppiare i seggi: a Montecitorio dagli attuali 33 eletti potrebbe arrivare fino a 68.

I due scenari con soglia di sbarramento al 5 e 3 per cento

In ciascuno dei due scenari pronosticati a seconda della diversa soglia di sbarramento, il centrodestra avrebbe la maggioranza, che si attesterebbe tra il 51 e il 55 per cento. “In tutti i casi”, si legge nel documento, “nella costruzione della maggioranza risulterebbe determinante Forza Italia che, pur indebolendosi sia in termini di voti che di seggi rispetto alle elezioni del 2018, potrebbe controllare una quota di parlamentari decisiva per la formazione di un governo di centrodestra. E questo varrebbe sia alla Camera che al Senato”.

Con lo sbarramento al 5 per cento Salvini, Meloni e Berlusconi potrebbero contare insieme su 217 seggi su un totale di 391 alla Camera e 108 su 195 al Senato (nel conteggio totale non sono stati considerati gli eletti all’estero e in Valle d’Aosta). In questo caso rimarrebbero fuori dal parlamento Leu e Italia Viva. Nel secondo scenario, quello con lo sbarramento al 3 per cento, i numeri di Salvini e alleati si limiterebbero a 198 deputati e 105 senatori. Leu, Italia Viva e Azione prenderebbero 13 deputati a testa, con una il rischio di una “frammentazione parlamentare” e il conseguente “stallo” a Montecitorio. In questo secondo scenario, i numeri di Salvini e alleati si limiterebbero infatti a 198 deputati e 105 senatori. Il ruolo dei partiti minori di centro, come Forza Italia, Italia Viva e Azione, sarebbe quindi decisivo, con il “potere di ricatto, la formazione e la sopravvivenza dei governi”.

La questione della rappresentatività

Lo studio dell’Istituto Cattaneo affronta anche la questione della rappresentatività, su cui fanno gli esponenti politici contrari alla riforma. “Oggi, in Italia, abbiamo 16 parlamentari per ogni milione di abitanti, se passasse la riforma diventerebbero 10”, si legge nel dossier. “Sarebbero un po’ meno che in Polonia (15), Francia (14), Spagna (14), Canada (13), se contiamo anche ‘senatori’ che non svolgono funzioni di rappresentanza popolare e che hanno un ruolo del tutto marginale nel processo legislativo. Se invece confrontiamo solo i parlamentari a tempo pieno e con pieni poteri legislativi, l’Italia post-riforma si colloca in linea con questi altri paesi europei“.

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