Quando il taglio dei parlamentari piaceva a tutti. Da Bozzi a Renzi: i tentativi falliti di riforma

Sono state diverse le proposte di riforma costituzionale che includevano il taglio del numero dei parlamentari. E provenivano anche da forze politiche opposte

Di Anna Ditta
Pubblicato il 24 Ago. 2020 alle 12:21 Aggiornato il 24 Ago. 2020 alle 16:32
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Credit: Ansa

Manca ormai meno di un mese al referendum del 20 e 21 settembre, con cui i cittadini decideranno se confermare il taglio dei parlamentari: un tema su cui si scontrano le forze politiche e i comitati che fanno campagna per il “Sì” o per il “No”. La riforma prevede di ridurre i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200: si passerebbe così dai circa 96mila abitanti per deputato a circa 151mila. Ma non è la prima volta in cui viene avanzata una riforma che punta a ridurre il numero di deputati e senatori.

I precedenti ci sono e provengono anche da forze politiche di schieramento opposto, che però spesso proponevano – oltre al taglio dei parlamentari – un pacchetto di riforme più ampio, che modificava il ruolo e la composizione delle due Camere. A ripercorrere la storia di questi tentativi di riforma (sempre falliti), citando alcuni costituzionalisti è un articolo del Fatto quotidiano firmato da Wanda Marra. Ecco i “precedenti” dell’attuale riforma costituzionale.

La commissione bicamerale Bozzi (IX legislatura, 1983-1987)

Si tratta del primo organismo bicamerale appositamente creato (formato da 20 deputati e altrettanti senatori, più il presidente, il liberale Aldo Bozzi) per affrontare il tema delle modifiche alla Costituzione. La commissione parlamentare bicamerale non formalizzò una vera e propria proposta di revisione costituzionale, ma formulò alcune proposte. Tra queste, la previsione di un taglio dei parlamentari che avrebbe portato a eleggere 514 deputati e 282 senatori (un deputato ogni 110mila abitanti, di un senatore ogni 200mila).

Un’altra proposta ipotizzava 480-500 membri della Camera e 240-250 del Senato, prevedeva una determinazione numerica pari, almeno per la Camera dei deputati, in base alla media della composizione delle “Camere basse” di altri paesi europei. La commissione propose una revisione del bicameralismo perfetto, con la funzione legislativa affidata prevalentemente alla Camera. La proposta non si concretizzò ma contribuì ad accendere il dibattito sul tema.

La commissione De Mita-Iotti (XI legislatura, 1992-1994)

La seconda bicamerale (presieduta prima dal democristiano De Mita, poi dall’ex presidente della Camera Iotti del Pds) nella sua relazione conclusiva scrisse di un “accordo vicino” sulla riduzione dei deputati a 400 e dei senatori a 200 (come la proposta che sarà oggetto del referendum a settembre 2020).

La commissione non si limitò a questo: propose inoltre di rafforzare il ruolo del presidente del Consiglio, introducendo la figura del Primo ministro con poteri simili a quelli del Cancelliere tedesco, di ridurre il numero dei ministri,  limitare a quattro anni la durata delle legislature e dividere la legislazione statale da quella regionale individuando le materie di competenza del Parlamento e lasciando il resto ai Consigli regionali. Ma la fine anticipata della legislatura bloccò il progetto.

La commissione D’Alema (XIII legislatura, 1997)

Il progetto elaborato dalla commissione prevedeva un numero di deputati tra 400 e 500 (a stabilire il numero esatto sarebbe stata la legge elettorale), più un Senato di 200 membri, da integrare con altri 200 rappresentati di regioni ed enti locali nelle votazioni rilevanti per le autonomie. Proposta anche l’abolizione dei senatori a vita, tranne che per gli ex capi dello Stato.

Il progetto si arenò per lo scontro tra centrodestra e centrosinistra che si rimpallarono la responsabilità del fallimento della commissione. L’iter si interruppe a metà, ancor prima del voto del Parlamento e del referendum popolare.

La devolution del centrodestra (XIV legislatura, 2005-2006)

Ad andare più vicino fu il tentativo promosso dal centrodestra nel 2005 all’interno della cosiddetta “devolution“, quando il parlamento approvò in duplice deliberazione il disegno di legge costituzionale A.S. n. 2544-D c.d. Calderoli. Questo prevedeva 518 deputati elettivi (500 più 18 nella circoscrizione estero), più tre “deputati a vita”) e 252 senatori. A bloccare la riforma stavolta fu il voto del referendum popolare che si svolse il 25-26 giugno 2006.

La bozza Violante (XV legislatura, 2007)

Il testo approvato in commissione Affari costituzionali della Camera con il sì del Pd guidato da Walter Veltroni e di Silvio Berlusconi, prevedeva una Camera con 512 deputati (12 eletti all’estero) e un Senato di 186 membri (6 all’estero), e lasciava immutata la norma sui senatori a vita. Il progetto non fu approvato per la fine anticipata della legislatura.

Il disegno di legge parlamentare del 2012 (XVI legislatura)

Fu approvato invece dal Senato nel 2012 il disegno di legge nato nel 2009 da mozioni di maggioranza e opposizione sia alla Camera che al Senato. Il testo prevedeva 508 deputati e 250 senatori. La proposta si arenò alla Camera, con la commissione Affari costituzionali che non fece in tempo a concludere l’esame.

I “saggi” di Napolitano (XVII legislatura)

Il Gruppo di lavoro fu istituito nel 2013 dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed era composto dal senatore Mario Mauro, dal professor Valerio Onida, dal senatore Gaetano Quagliariello, dal deputato Luciano Violante, con l’obiettivo di formulare proposte programmatiche di riforma. La proposta era di un deputato ogni 125mila abitanti, per un totale di 480 deputati, senza escludere criteri più restrittivi. Per i senatori si considerava un numero non inferiore a 150 né superiore ai 200. La relazione finale prevedeva “la riduzione del numero dei parlamentari, il superamento del bicameralismo paritario, una più completa regolazione dei processi di produzione normativa e, in particolare, una più rigorosa disciplina della decretazione di urgenza”.

La riforma Renzi (XVII legislatura)

L’ultimo tentativo in ordine cronologico è quello del governo guidato da Matteo Renzi, che proponeva la riforma del Senato, formato da 100 componenti: 74 scelti dai consiglieri regionali, 21 tra i sindaci e 5 di nomina presidenziale per sette anni. La proposta, approvata dal Parlamento il 12 aprile 2016, è stata bocciata nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, che ha portato alla caduta dell’esecutivo. Oltre alla riduzione del numero dei parlamentari, prevedeva la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione.

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