La stagione dell’identità, intervista a Domenico Petrolo
L’economia continua a essere, per forza di cose, un elemento decisivo nella società, ma non sembra più il fattore determinante per le scelte elettorali, anche quando tocca questioni concrete come i salari o il carovita. Gli anni in cui venivano chiesti sacrifici in nome di indici e misure visti come distanti – dallo spread al rapporto deficit/PIL – hanno visto la popolazione sempre più disillusa, soprattutto quella più colpita dalla crisi economica. E in una società che cambia, in cui arrivano sempre più migranti e l’integrazione non si rivela sempre un percorso semplice, in cui il ceto medio affronta sfide sempre più difficili, a parole come “crescita” o “uguaglianza” se né è affiancata, con un certo successo, un’altra: “identità”. Di questo ha parlato Domenico Petrolo, esperto di strategia politica e comunicazione, nel suo libro “La stagione dell’identità”, pubblicato nel 2026 da Franco Angeli.
Negli ultimi decenni fenomeni come la globalizzazione, i grandi flussi migratori, l’Islam radicale, la cultura woke, i cambiamenti demografici e la velocità della rivoluzione digitale hanno lasciato ampi strati della popolazione smarriti e senza certezze. In particolare, le classi popolari, un tempo bacino elettorale della sinistra, oggi sempre più stabilmente schierate a destra. Le disuguaglianze economiche non sono scomparse, ma per molti elettori la scala delle priorità è cambiata: oggi votano chi riconosce e promette di difendere i loro valori, le loro tradizioni, la loro identità e non chi promette qualche euro in più in busta paga. Perché questo è il secolo del riconoscimento.
L’identità è un valore assoluto. Sono le nostre radici, la nostra religione, la nostra laicità, la nostra storia, la nostra cultura: ciò che in sostanza ci definisce e ci dà un posto nel mondo. I partiti tradizionali hanno trascurato questa dimensione. La sinistra, in particolare, ha esaltato le identità cosmopolite e multiculturali, e troppo spesso ha considerato l’identità tradizionale come un vecchio retaggio del passato. In alcuni casi arriva addirittura a definirla una gabbia che impedisce alle persone di esprimere appieno la propria identità. Pensiamo al linguaggio e alla proposta di superare il genere maschile e femminile con la schwa, l’asterisco o altre formule neutre.
Che i partiti tradizionali abbiano iniziato a parlare più di spread che di fatti e necessità tangibili, i populisti hanno dato più attenzione a temi identitari?
I nazionalisti e populisti hanno colto perfettamente le fratture profonde delle nostre società e hanno dato voce alle inquietudini, ai timori e al disorientamento di milioni di persone. Anche quando lo fanno in modo strumentale, comunque intercettano e rispondono ad una richiesta reale di protezione e difesa che arriva dalle comunità. L’analisi secondo cui il loro successo sarebbe solo frutto di una spregiudicata capacità comunicativa, a cui il popolo ignorante abbocca, è semplicistica e intellettualmente pigra.
Oggi la paura è diventata centrale: per molti il desiderio di futuro ha lasciato il posto al timore di perdere ciò che già possiedono, alla sensazione che il loro mondo possa venir meno. Proprio per questo le forze politiche tradizionali devono occuparsi delle paure delle persone. Non basta più denunciarle o denunciarne la strumentalizzazione. La paura e l’incertezza, come aveva già teorizzato Erich Fromm nel 1941, spingono l’uomo ad affidarsi al leader forte e autoritario, capace di offrire protezione, per quanto solo immaginaria. Ecco perché oggi più che mai occuparsi delle
paure significa prendersi cura delle democrazie.
E forse temono anche come le altre parti politiche affrontino i problemi. E qui viene il
“woke”, una delle parole chiave di questo tempo. Ma a prescindere da cosa sia…possiamo
definire anche questo un fenomeno identitario?
Assolutamente sì. Negli Stati Uniti la diffusione della cultura woke e la scelta di una parte della
sinistra di puntare sulle “politiche identitarie” — mettendo al centro dell’azione politica l’identità
dei gruppi, che sia il genere, l’etnia, l’orientamento sessuale o la religione — hanno finito per
radicalizzare ulteriormente lo scontro politico e culturale. Così un movimento nato con l’obiettivo
di includere ed emancipare ha avuto, paradossalmente, un effetto opposto: a causa dei suoi eccessi
molti cittadini si sono sentiti esclusi, giudicati, stigmatizzati, a tal punto da scegliere Trump. A
differenza della destra, una parte della sinistra americana ha scelto di rappresentare solo alcune
identità, rinunciando a un progetto collettivo fondato su valori universali.
A margine di questo, l’Islam in Europa è non solo una religione, ma un’identità ben presente. In alcuni Paesi è una realtà tutt’altro che marginale, come Francia Belgio e Regno Unito. Esistono partiti che hanno cercato di cavalcare questa identità?
Purtroppo, è accaduto in buona parte della sinistra europea. Per due ragioni. Una più “alta”: l’idea che i musulmani rappresentino il nuovo proletariato da difendere. L’altra molto più cinica: considerarli un bacino elettorale difficilmente contendibile dalla destra. È successo nel Regno Unito con il Labour di Blair, che fino agli attentati del 2005 ha lasciato grande libertà alle comunità musulmane in cambio del loro sostegno politico. È successo in Belgio, dove il Partito socialista si è poi ritrovato a fare i conti con la nascita di un partito di ispirazione islamica che alle
regionali del 2024 ha ottenuto il 15 per cento dei voti a Bruxelles. E sta accadendo in Francia, dove Mélenchon cerca il consenso dei giovani musulmani delle banlieue — giovani tra i quali, secondo alcune ricerche, il 57 per cento si dichiara favorevole all’applicazione della sharia sul territorio francese. In molti casi le sinistre occidentali hanno sottovalutato il peso del fattore religioso e geopolitico. Così facendo sono diventate — o rischiano di diventarlo, come potrebbe accadere anche in Italia — il cavallo di Troia dell’Islam politico e delle sue derive più radicali.
Anche se esistono delle differenze tra di noi, quando l’identità è minacciata nessuno si mette a discutere su che cosa ci divide o sulle nostre incoerenze. Se c’è da difenderla, la si difende tutti insieme come nel medioevo si difendevano le città sotto assedio. In questo Donald Trump è stato molto abile a porsi come l’unico in grado di difendere i valori, la storia e la “vera” identità dell’America.
Ma questa situazione ha reso più estremisti anche il centro e la tecnocrazia? Anche in aree che
una volta definivamo moderate, i toni, il lessico e la comunicazione sono molto cambiati.
Ormai viviamo in una polarizzazione politica permanente. Nel Regno Unito si contrappongono Reform UK di Farage, partito anti-immigrazione, e i Verdi eco-populisti; in Francia il Rassemblement National di Le Pen e La France Insoumise di Mélenchon. Quando la sfida si sposta sull’identità, inevitabilmente diventa un “noi” contro “loro”, e chi resta al centro rischia di essere stritolato dalla polarizzazione.
Come già successo in passato, l’innovazione e la tecnologia ridefiniscono la nostra identità. I
social media cambiano il nostro modo di rappresentarci, pensarci e relazionarci. Ognuno è
rinchiuso nella propria bolla, impegnato a costruirsi, indirizzato dall’algoritmo, una propria
versione della verità. Una polarizzazione affettiva in cui chi non appartiene al proprio gruppo, nel
migliore dei casi, non esiste; nel peggiore è un nemico. Una polarizzazione in cui non c’è spazio
per i dubbi e bisogna schierarsi subito.