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Nadia Urbinati a TPI: “La reputazione di Draghi è un passaporto, ma in Parlamento non basterà”

Dopo aver incassato il via libera di quasi tutte le forze politiche a formare il nuovo esecutivo, Mario Draghi si prepara a sciogliere la riserva e a presentare la sua squadra di governo. E un programma in cui i partiti non sono intervenuti. Ma è giusto avergli affidato un mandato in bianco in questa fase? Come decide Draghi e cosa possiamo aspettarci dal suo incarico? Ne abbiamo parlato con Nadia Urbinati, politologa della Columbia University di New York

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 9 Feb. 2021 alle 20:11 Aggiornato il 11 Feb. 2021 alle 14:53
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Immagine di copertina
Credits: ANSA/QUIRINAL PRESS OFFICE

TPI intervista la politologa della Columbia University di New York Nadia Urbinati.

Professoressa Urbinati, la disponibilità di quasi tutti i partiti ad eccezione di Fratelli d’Italia a dare l’appoggio al governo Draghi è stata confermata anche dopo questo giro di consultazioni, come valuta questa convergenza quasi incondizionata?
È comprensibile, il problema è della rappresentanza del nord: i partiti della maggioranza naufragata rappresentavano il centro-sud. Draghi ha parlato di “unità” pensando anche alle forze sociali. È evidente che un governo di questo tipo debba avvicinare anche quella parte di Paese che dal punto di vista politico parlamentare è rappresentato da Forza Italia e dalla Lega. Mi sono chiesta come si può avere un governo di unità nazionale che non includa il nord. Non so se sia la Lega o Forza Italia ad essere funzionale, ma mi sembra ragionevole da parte di Draghi cercare unità che includa la parte del Paese che si chiama nord, in cui c’è una componente interna non meno xenofoba di Salvini ma meno populista e che accetta l’intervento dello stato a sostegno dell’industria.

Ma come si possono appiattire le divergenze politiche sui temi specifici?
C’è modo e modo di essere con Draghi e i paletti che lui pone saranno importanti perché qualificheranno coloro che aderiscono al progetto di governo di unità e in che modo: starà a loro se accettare o meno; ma dubito che si ritirino. Intanto occorre guardare la componente socio-economica.

Vale lo stesso per l’appello di Draghi all’europeismo e all’atlantismo, sembra una specie di patto da sottoscrivere per far parte dell’esecutivo.
I mal di pancia ci sono, forse più in Europa, dove la Lega fa parte del gruppo Identità e Democrazia, in cui rientrano Alternative for Deutschland, il partito di Marine Le Pen e tutte le destre estreme. Intanto Orbàn è entrato nel Ppe, e mi sembra che la soluzione che prospetta Salvini sia la stessa. Del resto il Ppe già raccoglie le destre cattoliche a quelle più popolari e liberali. Draghi deve tenere un rapporto fortissimo con l’Europa e non so rispetto alla Lega cosa accadrà, anche se potremmo escludere preclusioni assolute.

A proposito di paletti, l’approccio di Draghi per formare il governo è: “Vi consulto, ma poi decido io”. Senza che si sappia nulla o che i gruppi sappiano o possano incidere su nomi o sul programma. Draghi ne ha uno suo.
Lui non è un uomo di partito, e deve evitare di essere tirato dalla giacchetta qui e là, altrimenti perde di autorevolezza e anche la qualifica per cui è stato scelto: quella di esterno. È ovvio che debba fare così, anche se ci sarà un assetto politico nel governo o con ministri politici, la cornice e la logica del governo per scelta sarà tecnica, che ci piaccia o no. In momenti di crisi nel nostro Paese non ci si accontenta di un governo di maggioranza, si vogliono consensi larghi. La logica è questa: un governo non partigiano da un lato, cioè non composto da gruppi politici che si alleano, e dall’altro lato di unità, nel senso che deve attrarre quelle forze che diversamente non starebbero insieme

Non sembra però un approccio trasparente o democraticoSecondo alcuni retroscena Draghi congeda i partiti dicendo: “Ci vediamo in Parlamento”.
La nostra Costituzione lo prevede: il presidente del Consiglio è colui che sceglie i ministri, li porta davanti al Parlamento, e se riceve la maggioranza l’intero governo giura nelle mani del Presidente. Nella democrazia dei partiti la prassi era diversa, perché erano i partiti a gestire dall’inizio alla fine il processo di formazione del governo e il Presidente aveva una funzione quasi solo notarile. Con Draghi, il Presidente riacquista un ruolo propositivo non solo formale. E Draghi, finite le consultazioni si presenterà con una rosa di nomi in Parlamento, il quale esprimerà il proprio voto. La decisione sui ministri sarà sua non dei partiti come in un governo tradizionale.

Così facendo le sorprese potrebbero arrivare dopo la fiducia.
A quel punto i partiti saranno liberi di votare no, ecco perché sarebbe utile avere un governo tecnico con appoggio parlamentare, in cui volta per volta si discute. Draghi darà le linee generali, che conosceremo tra poco, nel discorso che pronuncerà in Parlamento. Dirà all’Italia come questo governo intenderà muoversi. Non è una questione di mancanza di trasparenza, ma una situazione in cui la divisione tra le parti è stata tale da rendere impossibile una soluzione politica. Un po’ come avveniva nelle repubbliche umanistiche, dove il Podestà era eletto annualmente con funzioni di governo tra candidati forestieri, esterni alla città, le cui parti non si fidavano tra loro e non volevano rischiare maggioranze nelle quali alcuni di loro non figuravano.

Quindi il senso in questa fase è dare letteralmente “fiducia” sulla base di un mandato in bianco, rimettendo poi eventualmente altre scelte al voto in Parlamento?
Così dovrebbe essere un governo parlamentare. Ce ne siamo dimenticati perché ormai il Parlamento non ha più la funzione di separazione rispetto all’esecutivo, ovvero solo l’opposizione ce l’ha mentre la maggioranza è schiacciata sull’esecutivo. La funzione del Parlamento è tuttavia non solo quella di discutere e approvare leggi ma anche di monitorare il governo. Dunque, con questo governo il Parlamento ha la possibilità di giocare un ruolo più forte e di sorveglianza. Paradossalmente, che non ci sia una colla tra governo e Parlamento rende quest’ultimo più protagonista.

Dall’altro lato i partiti sono i primi che dopo ogni consultazione e nonostante i dubbi dichiarano: “Ci rimettiamo alla scelta di Draghi”.
Ora lo dicono, ma in Parlamento decideranno loro

Si è fatta un’idea di quello che vuole fare Draghi?
No, nessuno lo sa. Lui ha indicato una linea generale che è quella europea, per esempio il sistema fiscale non può essere la flat tax. L’era Tatcher-Reagan è finita, negli Usa e in Inghilterra, quindi riproporre questa cosa anacronistica mi sembra una boccia persa. Anche perché abbiamo bisogno di incrementare la spesa pubblica; Draghi stesso lo ha detto. Volenti o meno è dentro questo grande mainstream di interventi pubblici per rilanciare l’economia, come gli Stati Uniti e il resto dei Paesi europei, che dobbiamo rientrare. Non stiamo fuori dal mondo!

Sappiamo che Draghi vuole un governo meno assistenzialista, questo vorrà dire togliere anche il reddito di cittadinanza?
Non è necessario toglierlo per non essere assistenzialisti. Si può mantenerlo riformandolo anche per liberarlo dalle comprovate facilità di essere esposto a truffe e sprechi. Ma non dobbiamo credere che sia possibile fare un governo come questo senza mandare giù rospi – farlo ha senso in preparazione del dopo Draghi. Dobbiamo vederlo come la prefazione di un libro. È fondamentale vederlo in questo modo altrimenti si entra nella solita logica paralizzante di dentro/fuori, sì/no. C’è un dopo Draghi da preparare e a cui pensare.

L’ex numero uno della Bce sembra l’unico a poter favorire un compromesso perché la sua storia garantisce per lui. E intanto buona parte del Paese e dei media ha accolto con entusiasmo il suo arrivo. Ma la reputazione basta per fidarsi e dargli un mandato in bianco?
No, non basta. Tra l’altro, vedendo come opera, questo incensarlo è stucchevole, un po’ come il rococò rispetto a un grande barocco. C’è modo e modo di presentare questo momento; bisognerebbe cercare di essere utili e critico-costruttivi, smettere con questa piaggeria, ridicola e provinciale. Draghi non stimola questo e a nessuno importa di questi raccontini da romanzo d’appendice che, oltre tutto, lo rimpiccioliscono mentre nanizzano noi, il pubblico. Non credo sia così sprovveduto da farsi tirare dalla giacchetta o da farsi trascinare da questa piaggeria.

Ma aldilà delle formalità per tanti è bastato il suo nome per non porre condizioni al mandato di governo, come per Renzi.
Renzi voleva solo far saltare Conte, Italia Viva voleva che cascasse il governo e per farlo andava a cercare tutti gli appigli, era questo lo scopo, per questo si alzava la posta. Lo scopo era di non avere Conte tra le scatole, troppo popolare, non era quello di avere una politica piuttosto che un’altra. E lo si vede proprio ora che la Boschi insieme a Nardella – cioè renziani fuori e dentro il PD – mettono veti sull’ingresso di Conte in una lista toscana.

Anche per gli altri però è lo stesso: Salvini per esempio ha fatto cadere ogni veto. Basta il profilo di Draghi per non entrare nel merito del programma di governo e dire: “Mi fido”?
Secondo me molte di queste dichiarazioni sono cucite apposta per noi pubblico, per dirci che tutto è perfetto, che viviamo in un mondo straordinario e dobbiamo esserne contenti: una retorica venduta al pubblico per rabbonirlo e inebetirlo. Ma i partiti sanno benissimo cosa vogliono e non vogliono e sono probabilmente disposti a trattare ora; ma non credo che nessuno di essi sia lì ad inginocchiarsi a questo grande personaggio, anche se così ci vogliono far credere, anche per umiliare i partiti (disprezzati da quasi tutta l’opinione).

Oltre al profilo istituzionale e internazionale, si parla della formazione di Draghi in un Liceo gesuita.
Anche queste considerazioni appartengono a un Paese culturalmente piccolo. E tra l’altro i gesuiti hanno prodotto Padre Sorge, uno dei profili più raffinati, culturalmente e politicamente, un interlocutore importante della sinistra. Non ci trovo alcun problema. Diversi hanno studiato dai gesuiti. E allora? Che senso ha avvallare un’inferenza deduttiva del tipo: è andato a scuola là, e dunque sarà così. È un segno della scoperta un po’ sempliciotta che il mondo è vario e varie sono le strade per le quali giungiamo alle mete che ci diamo.

Ma anche in un’accezione positiva l’aver frequentato i gesuiti non può essere da solo una garanzia.
Questo Draghi lo sa, la reputazione è un passaporto: ti fa entrare, ma non dice nulla su come opererai; entrare e avere la possibilità, non è lo stesso che ottenere e realizzare. La reputazione conquistata con precedenti servizi e relazioni (nel caso di Draghi in ambiti non governativi) è un importante credenziale, ma non è un assegno in bianco. D’ora in poi, attendiamo che si mostri, che dimostri.

Draghi in questi giorni si consulta costantemente solo con Mattarella: sembra che l’ora della ricreazione sia finita, i partiti hanno litigato troppo e adesso sul governo decidono i grandi.
Loro da soli non possono decidere in ogni caso, ma è vero che Mattarella ha fatto questa scelta. Draghi è un esterno ed è Mattarella ad avergli dato un’entratura. Se vedessimo Draghi avere come punto di riferimento alcuni politici o comunque altri forse cesseremmo di avere fiducia in lui, e incominceremmo a pensare che ha relazioni speciali e piani speciali. Se lui vuole mantenere la sua identità di esterno che accetta di fare un servizio per raggiungere un obiettivo specifico, la persona a cui deve rivolgersi non può che essere Mattarella.

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