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Basilicata, la campana che suona per Di Maio e Zingaretti

Il commento di Luca Telese

Di Luca Telese
Pubblicato il 25 Mar. 2019 alle 09:59 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 01:18
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Immagine di copertina
Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti

E così anche la Basilicata, ci ha consegnato i suoi feroci e inequivocabili verdetti. Primo: Matteo Salvini vince, vince ancora, vince in tutte le regionali che si sono disputate dal 4 marzo a oggi.

Vince da solo o in compagnia, vince con pesi specifici diversi, alleato con il centrodestra, grazie alle liste civiche o grazie al franchising del Psdaz, vince quasi da solo come in Friuli, con la coalizione larga o stretta, con grande margine come in Abruzzo o con un buon margine come in Basilicata. Ma intanto vince, e vince dappertutto.

Secondo: il M5s perde. Perde di poco, perde di molto, perde perché non è coalizzato, perché ha deluso, perde perché vota meno gente che alle politiche, perde perché il Reddito non è ancora arrivato, perché è più facile dire i Sí che i No, perde perché il caso De vito ha pesato, perde perché Dibba non c’è, perde perché a Roma la metro è bloccata, ma intanto perde, e perde dappertutto.

Terzo: il Pd non è competitivo. Perde perché il partito è ancora fragile, perde perché sul territorio non è abbastanza de-renzizzato, perde perché Zingaretti è troppo timido, perde malgrado Zingaretti sia molto rassicurante, perde perché alla coalizione mancava Fratoianni, perde perché il candidato con una fantastica gaffe ha rimpianto Almirante e il vecchio Msi in piazza.

Ma perde anche perché va benino il partito e i suoi alleati male, perde perché vanno malino tutti, perché va male lui e meglio gli alleati, come stavolta. Già, ma intanto il Pd perde, pesa elettoralmente meno della metà della Lega, e quasi un terzo del M5s, perde in una regione che era diventata rossa, perde perché non è più competitivo, e perde dappertutto.

Di fronte a questo scenario così chiaro e netto, la prima cosa che stupisce è l’assenza di qualsiasi analisi e di qualsiasi elaborazione, soprattutto a sinistra. I giornaloni, i leader e i commentatori sembrano quasi unanimi e contenti di questo paradossale premio di consolazione: siccome vanno male i Cinque stelle, e siccome la coalizione dei centrosinistra si piazza seconda, tutto sommato, il Pd non può lamentarsi. Una follia.

In Basilicata, il M5s in crisi, da solo, e con otto volte meno candidati del centrosinistra nelle liste prende quasi il triplo del Pd. Alle politiche, senza la raccolta di preferenze delle liste civiche e senza una coalizione strutturata il dato peggiorerebbe di certo.

Così queste elezioni della Basilicata dicono ferocemente, per chi vuole capire, una cosa importante: sia per la destra che per la sinistra. Nel campo di Salvini dice che si sta strutturando una nuova coalizione, dotata di grandi potenzialità: ha capacità di raccolta cangianti, si adatta al territorio, cambia tutto rispetto al passato, ed ha il suo baricentro sul Carroccio.

Malgrado gli opinionisti progressisti sembrino contenti di un ritorno al centrodestra classico, di uguale c’è solo il nome, perché è un centrodestra molto diverso dal passato: non ha un centro, ha due gambe radicali come Fratelli d’Italia e la Lega, la componente “moderata” pesa solo un quarto (se si conta la lista del presidente un terzo) del resto della coalizione.

Sembra uguale, dunque, ma è geneticamente diversa, un terremoto invisibile. Nel campo del centrosinistra il voto in Basilicata dice una cosa ancora più deflagrante e scomoda: se Zingaretti (cosa che non credo) non vuole accontentarsi di fare corse decoubertiniane, dovrà pensare seriamente a provare a fare quello che Matteo Renzi impedì a Maurizio Martina: il dialogare con il M5s.

Da quelle parti è come nominare il demonio, ma i numeri certificano quello che la politica finge di non vedere. E questo dialogo non potrà esserci solo dopo il voto (come lo stesso Zingaretti ha fatto nel Lazio). In alcuni casi, dove i sistemi elettorali lo impongono, e per quanto ora possa sembrare incredibile, addirittura prima.

Il che adesso sembra fantascienza, ma domani sarà una necessità, magari rispolverando la cara e vecchia desistenza, come ai tempi di Rifondazione.

E ancora: Di Maio deve chiedersi come mai i suoi voti passano a Salvini se i due stanno governando insieme: un capolavoro comunicativo di Salvini fa sì che per ciò che il governo gialloverde fa di positivo gli elettori premino Salvini, e per ciò che i gialloverdi fanno di negativo puniscano il M5s. Un caso che andrebbe studiato. E che invece i grillini fingono di ignorare perché le conseguenze da trarre sono dolorose.

Ma se Atene piange, Sparta non ride: il Pd dovrebbe chiedersi perché i voti in libera uscita al M5s non tornano a casa. Peggio ancora: l’alleanza gialloverde funziona come una grande lavanderia di consensi. Gli elettori che mai sarebbero passati dal centrosinistra alla Lega, dimostrano che questo percorso si può realizzare, dopo una tappa a casa Di Maio.

Il M5s diventa la via di uscita facile, di transito verso nuove mete. E così Salvini conquista per via diretta un pezzo di voto operaio che (vedi Terni) corre verso di lui deluso per le politiche sociali della sinistra.

E per via filtrata un altro pezzo che in prima battuta non andrebbe mai al Carroccio per via di una pregiudiziale anti-destra, e che invece prima si “gialloverdizza” a casa Di Maio, e poi si salvinizza a casa di Matteo, dopo aver perso il suo senso di appartenenza originario.

Infine, la cosa più importante: il renzismo è morto, ma ha lasciato dentro il Pd il suo frutto più avvelenato: e cioè il confortevole tamagochi della pregiudiziale anti-M5s. Così come il “partito del vaffa” di conio grillino è morto, ma ha lasciato dentro il M5s il suo frutto più avvelenato: una ostilità anti-Pd superiore a quella anti-Lega.

Ma il Pd di Zingaretti è uguale o diverso da quello di Renzi? È in questa risposta la chiave politica del futuro. Intanto in quello che la nuova leadership saprà dare in termini di discontinuità. Zingaretti nel Lazio governa già con la su ex avversaria Lombardi, tuttavia è come se se ne vergognasse.

Il vice di Zingaretti, Massimiliano Smeriglio, sostiene la linea di una alleanza, ma il resto del partito si consola con la risibile coperta di Linus della “vocazione maggioritaria”. Ora, se uno ha una coalizione che viaggia intorno al trenta per cento e un partito che oscilla tra l’8 (come ieri) e il 16 per cento, l’unica vocazione a cui può aspirare è quella “minoritaria”, esattamente come il M5s.

Le due vergini sdegnate della politica italiana dovrebbe imparare da Salvini il principio basico che avere due forni, con una intuizione neo-andreottiana (che queste elezioni confermano), è molto meglio che non averne nessuno, come loro.

Infine l’ultima follia: qualcuno, a sinistra, si balocca con un’altra idea suicida: perdere con Salvini oggi può servire, perché comunque in questo modo si ristruttura il vecchio e caro congegno bipolare.

La vittoria di Salvini dunque (è un’altra geniale intuizione del Renzi dei popcorn), pensano molti in casa Pd, ci aiuta, perché in automatico oggi ci fa perdere, ma domani ci permetterà di ritornare in gioco, come i bambini sul dondolo dei giardini che quando toccano terra trovano la spinta per risalire.

Questa è l’ultima delle trovate suicide partorite per non voler vedere la realtà. Se Salvini non cede alla tentazione del voto anticipato (e lui dice che non intende farlo) e se le cose continuano così, questo nuovo centrodestra senza centro si struttura su posizioni radical-populiste molto efficaci, prosegue la sua battaglia di egemonia, e apre un altro ciclo di governo di venti anni.

Forse (e parlo non solo degli elettori, ma dei dirigenti del Pd) se uno ha governato otto anni con Angelino Alfano e con una maggioranza di deputati transfughi eletti a destra, sarebbe il caso che iniziasse a farsi piacere anche Dibba e compagni.

Oppure, se continua a fare la vergine, a sospirare che “Era meglio il Rei”, a balbettare che Quota cento “rovina la Fornero” (vedi l’ineffabile e stoico Marattin), sarebbe meglio che il centrosinistra si rassegnasse a srotolare il tappeto ai piedi dell’imperatore Salvini signore della Basilicata, della Sardegna, dell’Abruzzo, del Friuli, e domani Re d’Europa per manifesta stupidità dei suoi avversari.

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