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Home » Politica

Assalto alle eccellenze: lo scacco di Donald Trump e Javier Milei al Made in Italy

Immagine di copertina
A sinistra, il presidente Usa Donald Trump. A destra, il presidente dell'Argentina, Javier Milei. Credit: AGF

Il patto tra gli Usa e l’Argentina riconosce come “generici” nomi storicamente legati ai territori italiani, indebolendo le tutele Ue e minando la nostra sovranità alimentare. Un precedente pericoloso che rischia di travolgere il sistema delle DOP. “Esiste un rischio di concorrenza sleale”, denuncia a TPI il presidente del Consorzio per la Tutela del Formaggio Gorgonzola, Antonio Auricchio

La globalizzazione dei mercati alimentari è da sempre una sfida tra normative, interessi geopolitici e sistemi culturali di tutela dei prodotti tipici. E proprio su questo terreno, «siamo di fronte a un passaggio che può mettere in difficoltà tutto il sistema delle nostre denominazioni», avverte su TPI Antonio Auricchio, presidente del Consorzio per la Tutela del Formaggio Gorgonzola DOP. Negli ultimi giorni, un nuovo capitolo di questa tensione è stato scritto dall’accordo commerciale tra Stati Uniti e Argentina, che — oltre ad abbattere barriere tariffarie — include un elemento dirompente: il riconoscimento, nel mercato argentino, di numerose denominazioni di formaggi e prodotti agroalimentari come nomi “generici”, anche quando corrispondono a specialità italiane (come Gorgonzola, Asiago, Grana). Questo ha innescato un acceso dibattito tra esportatori italiani, istituzioni europee e consorzi di tutela, sul rischio di una progressiva erosione delle protezioni internazionali delle indicazioni geografiche.

Il cuore dell’accordo
Secondo il testo dell’intesa siglato tra Washington e Buenos Aires, l’Argentina si impegna a non limitare l’accesso al mercato per prodotti statunitensi che utilizzano determinate denominazioni alimentari, incluse molte corrispondenti a DOP italiane come parmesan, gorgonzola, asiago, mozzarella, fontina, pecorino e altre ancora. In pratica, si tratta di una lista di 39 denominazioni di formaggi che Buenos Aires considera “termini generici” e che dunque possono essere usate liberamente dai produttori Usa senza restrizioni di tutela basate sull’origine geografica. Il ruolo di questi “nomi generici” è cruciale. Negli Stati Uniti termini come parmesan o asiago non sono legati a una regione o a un disciplinare — sono utilizzati da decenni come parole di uso comune nella catena alimentare locale. Questa concezione è profondamente diversa da quella europea, dove una denominazione di origine protetta (DOP) rappresenta un diritto di proprietà intellettuale, uno strumento giuridico che garantisce che soltanto un prodotto realizzato secondo specifici criteri in una determinata area geografica possa portare quel nome. Dal punto di vista commerciale, l’accordo comporta anche l’abolizione di dazi fino al 28 % su alcuni prodotti lattiero-caseari statunitensi e l’apertura di quote tariffarie agevolate per formaggi Usa — segnali positivi per gli esportatori americani ma potenziali sfide per i produttori europei e italiani.

Modelli alternativi
Negli stessi mesi, l’Unione Europea sta spingendo per la ratifica dell’accordo con il blocco Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay), dopo oltre vent’anni di negoziati. Una delle colonne portanti di questo accordo è proprio la tutela delle indicazioni geografiche (IG) europee, concepite per proteggere prodotti come Parmigiano-Reggiano, Prosciutto di Parma e altri dall’imitazione nei mercati sudamericani. Tuttavia, l’intesa bilaterale Usa-Argentina rischia di neutralizzare queste protezioni, almeno sul mercato argentino: se Buenos Aires accetta prodotti statunitensi con nomi “generici” identici a DOP europee, quale valore giuridico resta alla tutela prevista da Mercosur? L’obiezione proviene da organizzazioni agricole europee e italiane che vedono il diritto delle IG ridotto a mera carta stampata se altri accordi bilaterali ne aggirano l’applicazione.
La mossa argentina rischia di indebolire proprio quel pilastro: se Argentina accetta come legittime sul proprio mercato versioni statunitensi di prodotti che l’Europa ritiene protetti, quali garanzie restano ai consorzi europei? Il rischio, osservano varie associazioni agricole, è che altri Paesi sudamericani seguano l’esempio argentino, adottando una politica più permissiva, in linea con quella preferita da Washington, anziché con il modello europeo.
E qui entra in gioco direttamente la sovranità alimentare: una nozione spesso evocata in chiave politica, ma che in questo caso assume una dimensione concreta. Quando un Paese accetta che nomi tradizionalmente legati ad altri territori siano usati liberamente da soggetti esteri, delega di fatto parte della regolazione del proprio mercato alimentare a potenze terze.
La vicenda si inserisce in un confronto più ampio tra modelli regolatori. L’Unione europea, da anni, ha fatto delle Indicazioni Geografiche uno dei cardini della propria politica commerciale: una posizione ribadita più volte dalla Commissione europea, che nei documenti ufficiali definisce la tutela delle DOP e IGP «un elemento irrinunciabile» degli accordi bilaterali. Nelle schede tecniche diffuse dalla DG Trade sul negoziato Ue-Mercosur, Bruxelles sottolinea che la protezione delle IG europee nei Paesi sudamericani è «un requisito fondamentale» per la firma dell’intesa. È una linea coerente con quanto espresso anche nel rapporto annuale sulle barriere commerciali, dove la Commissione avverte che la tutela delle IG rimane uno dei campi in cui l’Ue incontra «le maggiori resistenze» nei mercati extra-europei. Sul fronte opposto, gli Stati Uniti continuano a promuovere l’approccio dei “common names”, sostenuto da anni a livello Wto e in vari dossier commerciali, con l’obiettivo di evitare che denominazioni come parmesan o asiago vengano considerate diritti esclusivi legati al territorio. In questo contesto, l’accordo Usa-Argentina rappresenta un precedente significativo: se un Paese sudamericano accetta come generiche denominazioni protette dall’Ue, la forza negoziale europea rischia di indebolirsi, proprio mentre Bruxelles tenta di consolidare le proprie tutele attraverso Mercosur. Per gli analisti, il punto è strategico: una fuga in avanti di Buenos Aires potrebbe incentivare altri partner a seguire modelli più vicini alla visione statunitense che a quella europea, con effetti diretti sulla competitività dei prodotti certificati e sulla credibilità dell’intero sistema delle indicazioni geografiche al di fuori dei confini europei.

“Italian sounding”
Il tema non è solo giuridico ma economico: gli Stati Uniti sono leader globali nella produzione di prodotti “italian sounding”, ovvero alimenti che richiamano nomi italiani pur non avendo alcuna connessione con i territori d’origine. Secondo alcune associazioni italiane, il valore complessivo di questo fenomeno supera i 40 miliardi di euro e riguarda soprattutto formaggi.
Il rischio concreto è che i consumatori argentini — e in prospettiva anche di altri mercati — trovino sugli scaffali due prodotti simili: un formaggio italiano autentico certificato DOP e una variante statunitense che utilizza lo stesso nome. A parità di nome, ma con costi spesso inferiori, la confusione può tradursi in perdita di quote di mercato per i produttori italiani.

La prospettiva dei produttori
Tra i più allarmati dall’accordo Usa-Argentina c’è Antonio Auricchio, presidente del Consorzio per la Tutela del Formaggio Gorgonzola DOP, che vede nella decisione di Buenos Aires un passaggio capace di mettere a rischio l’intero sistema di tutela delle denominazioni europee. La definizione di questi nomi come “generici”, spiega, rischia di «essere un problema netto di formaggi… e non solo di formaggi, ma di quelli che generalmente si chiamano Italian Sounding”». Una categoria che, secondo Auricchio, non è affatto un fenomeno marginale: «sono vitali in un momento così difficile, congiunturale… parlando solo, ovviamente, del settore caseario, perché il mercato interno non è più in grado di assorbire tutta la produzione». Da qui la preoccupazione per gli effetti concreti. Auricchio non usa mezzi termini: «secondo me assolutamente sì: esiste un rischio di concorrenza sleale, un indebolimento del valore del prodotto certificato, e tutto ciò si inserisce in un quadro internazionale instabile, esasperato dalle mosse dell’amministrazione americana. Con l’amministrazione Trump c’è poca affidabilità, mettono in difficoltà tutti e soprattutto c’è un clima di instabilità, di preoccupazione. Non facciamo in tempo a cambiare le cose, che quando ci siamo adeguati, sono già passate», afferma.
La tensione è cresciuta nelle settimane scorse, quando negli Stati Uniti si è tornati a parlare di aumento dei dazi sui formaggi europei. Auricchio racconta un episodio emblematico: «Ieri sera mi hanno chiamato i nostri distributori americani e dicono: “guarda, qui in America abbiamo una paura — quasi una certezza — che i dazi siano al 25%, e oltretutto con decorrenza immediata”. Un meccanismo che, se confermato, porterebbe a effetti paradossali: merce già partita si troverebbe un dazio supplettivo… è una confusione della confusione». Una volatilità politica che, osserva con amarezza, mette in difficoltà non solo l’Italia: «Quello che Trump sta facendo benissimo è mettere in difficoltà tutti». Sul fronte interno, il tema della sovranità alimentare torna così al centro. Pur difendendo l’operato del governo, Auricchio insiste sulla necessità di una strategia unitaria: «bisogna avere rapporti… dobbiamo essere molto vicini, molto uniti, e nello stesso tempo ragionare molto legati l’uno con l’altro per salvaguardare i nostri prodotti agroalimentari, ma anche l’economia nazionale. La collaborazione tra consorzi, filiere e istituzioni – afferma – è la sola via per resistere a questo nuovo ciclo di pressioni internazionali: siamo disponibili a dare il nostro accordo insieme, ma un accordo insieme importante».
Sul piano dei modelli giuridici, Auricchio evidenzia la distanza che separa Europa e Stati Uniti: per questi ultimi, molti nomi tipici sono ormai percepiti come termini comuni. «Loro li producono (i formaggi ndr) e ci danno fastidio… ci portano via a quota di mercato». E il problema non si limita a poche specialità prestigiose: «La mozzarella ormai è un problema… come fai a combattere la mozzarella fatta in Wisconsin?». Ma anche l’Europa ha le sue ferite aperte: il caso della Russia è per Auricchio un monito di lungo periodo. «Noi da 14 anni non vendiamo un chilo di prodotto caseario… Putin ha dato tanti soldi per fare prodotti come la mozzarella e il mascarpone… e noi continuiamo a perdere molti mercati. Mercati enormi – sottolinea – non sono 45, sono 330, sono 450 milioni di persone». Il punto, ribadisce più volte, è culturale prima che commerciale. La tutela delle denominazioni passa anche per l’educazione del consumatore e della ristorazione, in Italia e all’estero. «Dobbiamo lavorare insieme per evitare qualsiasi contraffazione… non solo all’estero, ma anche in Italia». Ricorda episodi quotidiani: «Se io voglio mangiare e chiedo il parmigiano reggiano, tu non mi puoi portare un grana grattugiato… io voglio sapere che cos’è». E insiste sull’aspetto formativo: «È importante fare questa educazione alimentare… anche dai ragazzini. Ci sono i ragazzini delle scuole che vengono a capire che cos’è». Una battaglia culturale che per Auricchio è tutt’altro che scontata: «Sono atterrito ogni volta che prendiamo contatto con mercati all’estero… soprattutto in un momento così delicato».

La nuova diplomazia del cibo
Dietro questa controversia si intrecciano due visioni giuridiche e culturali: quella europea, che vede nelle IG uno strumento di tutela della cultura alimentare e dell’economia rurale; e quella statunitense, che considera molte denominazioni come termini generici di uso comune, non soggetti a restrizioni di origine. In un mondo in cui i mercati si interconnettono, la sovranità alimentare — intesa come capacità di uno Stato o una comunità di controllare le proprie politiche alimentari — viene messa in tensione da accordi che sanciscono l’accesso ai mercati ma ridisegnano i confini della protezione giuridica. Il dibattito su chi “vince” e chi “perde” non riguarda solo il prezzo delle esportazioni, ma la capacità di un Paese di difendere la propria identità gastronomica e produttiva in una competizione globale sempre più serrata. L’accordo tra Usa e Argentina è molto più di una semplice intesa commerciale: è un banco di prova sulla forza delle tutele internazionali, sul futuro delle indicazioni geografiche e sul valore del Made in Italy nel mondo. Le reazioni in Italia e in Europa evidenziano come i sistemi giuridici e culturali della protezione dei prodotti alimentari non siano solo strumenti tecnici, ma pilastri della sovranità economica e culturale.

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