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Di Battista
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Sagre, mojito e voli di Stato: il grande bluff del Capitano

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Che l’ex dj del Papeete Beach avesse utilizzato la sua poltrona di ministro dell’Interno per scorrazzare in lungo e in largo per il Paese a far propaganda di se stesso, era il sospetto di molti. Lo era anche della Corte dei Conti, che pur non rilevando danno erariale in 35 viaggi in cui il capo del Carroccio aveva utilizzato l’aereo di Stato per i suoi spostamenti con Bestia al seguito, aveva trasmesso gli atti alla Procura di Roma, che ora lo ha indagato per abuso d’ufficio.

Un po’ tutti seguivamo divertiti le sue dirette Facebook in cui ci spiegava che non potevamo accogliere i migranti, che l’Europa era cattiva, e soprattutto che per lui venivano “prima gli italiani”, specialmente quelli poveri, specialmente quelli con la pensione minima, specialmente quelli terremotati come la mitologica nonna Peppina, figura emblematica della sua scalata al potere. Tra comizi virtuali e reali, comparivano tortelli ripieni, funghi porcini, crudi di mare, pappardelle al cinghiale, panini con salsiccia, carbonare, amatriciane, cannoli siciliani, fino al celebre mojito, il primo cocktail della storia a far cadere un governo.

Una comunicazione efficace, nel solco del “ghe pensi mì” di berlusconiana memoria, ma in questo caso più che di “uomo del fare” l’immagine era quella di “uomo del mangiare”. Una comunicazione che ancora una volta ha affascinato milioni di italiani, quelli che seguono sempre il leader del momento, ne fanno un mito, lo rendono potente per un periodo più o meno lungo e poi lo scaricano, utilizzandolo come alibi di tutto ciò che non va nella loro vita e nella società, neanche fosse un migrante qualsiasi.

Oggi è più facile trovare un italiano che ammetta di essersi addormentato durante una festa di addio al celibato a Roma e di essersi risvegliato, il giorno dopo, vestito da fatina di Cenerentola nel bagno di un caseificio di Cerreto Sannita, che trovarne uno che confessi, senza domande a trabocchetto, di aver votato Forza Italia dal 1994 in poi.

Chissà se un giorno, rivedendo le foto di quelle sagre di paese o di quelle feste in spiaggia, le tante comparse di quei selfie chiederanno al parrucchiere di fiducia di rivoluzionare il loro taglio, inizieranno a girare con baffi finti, cambieranno montature degli occhiali, abuseranno di maschere abbronzanti per vantare origini nordafricane, o diventeranno vegane.

Una cosa è certa: se sarà appurato che in quei giorni ruggenti in cui in un ufficio del Viminale si posavano strati di polvere e nei corridoi del palazzo si sentivano solo echi di passi di svogliati dipendenti, chi avrebbe dovuto essere lì a lavorare era in giro a giocare sui social e ad accumulare calorie, molti italiani poveri, molti anziani con la pensione minima, molti terremotati e persino nonna Peppina, potrebbero scoprire di esser stati vagamente presi in giro, per l’ennesima volta.

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