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La terza guerra del Golfo è anche un conflitto per il controllo del petrolio

Immagine di copertina
Credit: AGF

In questo conflitto appare difficile distinguere gli obiettivi strategici degli Stati Uniti da quelli direttamente riguardanti l'energia. Trump forse immagina un Petroimpero americano in competizione con l’Elettroimpero cinese. Ma se Washington vuole replicare in Iran ciò che ha fatto in Venezuela, non è da escludere che faccia intervenire i marines sul suolo iraniano

La guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, la terza guerra del Golfo, dopo le due contro l’Iraq nel 1991 e nel 2003, sta scatenando anche la terza crisi petrolifera dopo le due degli anni Settanta e dopo quella seguita all’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel 2022.

Guerra e petrolio sono così intrecciati che appare difficile distinguere gli obiettivi strategici degli Stati Uniti da quelli direttamente riguardanti petrolio e gas, risorse che rappresentano rispettivamente la prima e la terza più importante fonte d’energia al mondo (la seconda è il carbone).

I precedenti regionali
Le crisi energetiche degli anni Settanta si inserivano nel contesto della presa di controllo da parte dei “petro-stati” sugli idrocarburi in un’era segnata dalle nazionalizzazioni. Gli “choc” petroliferi del 1973 e del 1979 hanno entrambi risentito delle turbolenze politiche in Medio Oriente.

Nel primo caso il conflitto arabo-israeliano ha portato i produttori arabi a ridurre la produzione di circa 4 milioni di barili al giorno (mbg) per spingere i grandi consumatori a supportare la causa palestinese. Nel secondo caso la rivoluzione in Iran è stata alimentata dagli scioperi nel settore petrolifero che hanno quasi azzerato la produzione iraniana (l’Iran dello Scià, con 6 mbg, era secondo esportatore dopo l’Arabia Saudita ).

I prezzi del petrolio quadruplicarono nel 1973 e raddoppiarono ancora nel 1979, ma non perché il petrolio fosse direttamente considerato un possibile bottino di guerra.

I bombardamenti dell’Iraq del 1991 e poi l’invasione via terra nel 2003, sebbene legati anche a questioni petrolifere (nel 1990 Saddam Hussain aveva invaso il Kuwait facendo dell’Iraq un superpotenza petrolifera in grado di rivaleggiare con l’Arabia Saudita), si inserivano nel quadro della creazione di un nuovo ordine internazionale dopo la fine della Guerra fredda e, nel secondo caso, incarnavano la strategia di «esportazione delle democrazia» propugnata dai neoconservatori statunitensi. La prima guerra del Golfo portò alla messa sotto tutela da parte dell’Onu delle esportazioni irachene in un momento di bassi prezzi del petrolio.

L’invasione del 2003, pur provocando la morte di oltre mezzo milione di iracheni, non mise il settore petrolifero sotto controllo di società americane, tanto che la maggiore azienda produttrice straniera in Iraq è la cinese Cnooc.

La crisi del 2022
La terza crisi energetica del 2022 ha avuto effetti devastanti sulle economie dell’Unione europea. Ha causato aumenti stellari dei prezzi del petrolio e del gas naturale, innescando una progressiva interruzione delle importazioni di petrolio e di gas russo e un riorientamento delle forniture di gas naturale liquefatto (gnl) dalla Siberia al Golfo del Messico.

Sebbene alcuni sostengano che Putin abbia preso di mira i ricchi giacimenti di carbone, terre rare e, soprattutto, di gas naturale dell’Est dell’Ucraina (le seconde riserve europee di gas), il controllo delle risorse e l’esplosione dei prezzi sono stati una conseguenza, piuttosto che il movente, di un’azione che rispondeva ai timori innescati dall’espansione della Nato, dalla volontà di proteggere le popolazioni russofone dell’Est e dal rilancio del ruolo della Russia come grande potenza mondiale.

Il conflitto di oggi
Veniamo dunque all’attacco all’Iran che ha portato al blocco della produzione di gas del Qatar (il terzo esportatore mondiale di Gnl) e alla severa limitazione del traffico di greggio, potenzialmente facendo mancare quasi il 10 per cento della produzione mondiale di gas e petrolio.

La reazione iraniana al criminale attacco cui è stato sottoposto il Paese è stata quella “internazionalizzare” la crisi mettendo a rischio le infrastrutture petrolifere del Golfo Persico nonché il traffico nello stretto di Hormuz.

Nella terza guerra del Golfo, con prezzi del petrolio che per alcune qualità hanno raggiunto livelli senza precedenti e del gas naturale in continua crescita, il gas e petrolio sono stati presentati come bottino di guerra. Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha infatti esplicitamente detto all’inizio del conflitto «We are up for the keeps» («Siamo qui per prenderci tutto»). La minaccia non è astratta, perché in Venezuela gli Usa hanno imposto con la forza una leadership amica, stabilito che tutto il greggio venezuelano sarà venduto a compratori decisi da Washington e che i ricavi dalla vendita siano versati in un fondo gestito direttamente dagli Stati Uniti.

Che dietro l’attacco vi sia l’ipotesi di prendere il controllo della strategica isola di Kharg da cui partono la quasi totalità delle esportazioni iraniane è qualcosa in più di un sospetto. Del resto, come nel caso del Venezuela, il maggior importatore di greggio iraniano è la Cina.

Gli Stato Uniti, il maggior produttore di gas e petrolio al mondo, verrebbero così a gestire in modo più o meno diretto la produzione di due Paesi fondatori dell’Opec, Venezuela e Iran, fieramente anti-americani e legati alla Cina.

Nell’attacco all’Iran c’è l’influenza ingombrante di Israele, la pressione degli evangelici che vedono in Trump un paladino nella lotta contro «regime terrorista» (islamico), l’indebolimento dei Brics nei quali l’Iran era entrato a far parte. Ma la terza guerra del Golfo è anche una guerra per il controllo diretto del petrolio.

Le mani sull’energia
La strategia della «energy dominance» di Trump è basata sulle fonti fossili, potenziando la produzione petrolifera americana, vendendo il surplus della produzione di gas naturale, e anche controllando, ove possibile, la produzione fuori dagli Stati Uniti in aree vitali.

Questa strategia fa da contraltare alla strategia verde cinese che si fonda sul dominio della filiera dei minerali critici necessari alla produzione di elettricità da fonti rinnovabili, di batterie e, in generale, di supporto mobilità elettrica.

Trump forse immagina un Petroimpero americano in competizione con l’Elettroimpero cinese (pur non disdegnando l’intervento diretto dello Stato americano anche nel settore dei minerali critici).

La visione trumpiana è una reazione scomposta alle dinamiche delle forze profonde della storia e non tiene in alcuna considerazione la testarda volontà di indipendenza dei popoli. L’ascesa economica dell’Asia (Cina, India e Indonesia da sole fanno il 30 per cento della ricchezza mondiale) e gli impulsi di autonomia delle medie potenze in America Latina, in Africa, in Asia fanno parte di un generale movimento di rifiuto dell’era coloniale che è impossibile fermare a suon di bombe.

Questo movimento del Sud Globale, pur con le sue contraddizioni e i suoi passi indietro, spinge verso la creazione di forme diverse dal passato di multilateralismo verso l’affermazione della sovranità sulle risorse naturali, verso la progressiva riduzione del ruolo del dollaro come valuta di riserva e, alla fine, innescherà anche la creazione di meccanismi di cooperazione militare alternativi a quelli occidentali.

Se è improbabile che Washington riesca a replicare in Iran quel che è riuscito in Venezuela con la Donroe Doctrine, non è da escludere che gli Stati Uniti ci provino, anche facendo intervenire i marines sul suolo iraniano, per evitare che i Paesi del Golfo si possano emancipare dalla tutela americana, che negozino un nuovo modello di sicurezza regionale, e che si avvicinino di più alla Cina, mercato strategico per il loro petrolio.

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