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L’élite italiana è vecchia: per questo stronca (e distorce) la tassa sui milionari di Letta

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Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Finalmente si arriva al dibattito sulla tassa di successione, grazie alla proposta del segretario del Pd che vuole aumentarla. L’idea che Enrico Letta sia stato sommerso da un coro di critiche quasi assordante, che comprende persino esponenti del suo partito, purtroppo, va salutato come un bene: ci deve far aprire gli occhi, ci dice a che livello siamo arrivati, nel dibattito pubblico, ci fa capire fino a che punto siamo precipitati nella falsificazione della realtà. Non al fondo, ma se possibile più in basso.

Ci dice quanto forte sia stata l’egemonia della destra in questi anni, non tra il popolo, ma nel cuore delle élite imburrate che nel Palazzo (e a quanto pare in molti governi tecnici, para-tecnici e affini) hanno fatto il bello e il cattivo tempo.

Ci dà un segnale molto preoccupante sul posizionamento scelto da Mario Draghi su questo tema. Ci dà la dimensione di quanto sia potente la falsificazione del messaggio pubblico sui media. Ci mostra quanto siano timorosi gli editoriali e le opinioni della stampa finanziata dai grandi editori (con piglio padronale), quanto cauti nel riportare i termini del dibattito senza esporsi.

Un leader – Letta – dice: “Diamo diecimila euro di dote ai giovani meno ricchi” (mediamente uno su due) aumentando la tassa di successione sui più ricchi, ovvero su chi lascia in eredità o dona più di 5 milioni di euro. E l’altro – Draghi – risponde: “Non è il momento di chiedere soldi agli italiani”.

Ovvero: secondo Draghi far pagare chi lascia in dote 5 milioni di euro equivarrebbe a colpire “gli italiani”. E tradotto in numeri: si cerca di far passare l’1% dei più ricchi in Italia (quelli interessati da un prelievo sopra i 5 milioni di euro) come se fossero “gli Italiani”.

Il che costituisce non solo una curiosa ripetizione (il premier aveva già usato questa risposta per altre domande), ma persino un ribaltamento di senso: un congegno di leva fiscale ideato per togliere ai “pochi”, e distribuire ai “molti”, viene trasformato, con un giochino dialettico, nell’idea che si tratti di una manovra per penalizzare “gli italiani”.

Colpisce come, ancora una volta, si cerchi (ma il vero populismo delle élite è questo) di mistificare la realtà per trasformare un interesse particolare (quello dei pochi) in un interesse generale (quello dei molti). Colpisce, ancora una volta, come si mettano davanti a tutto gli interessi dei garantiti, rispetto ai diritti dei non garantiti, quelli dei vecchi ricchi prima di quelli dei giovani poveri.

Colpisce, ancora di più, che una delle voci contrarie sia – nientemeno – quella dell’ex capogruppo al Senato del Pd, Andrea Marcucci, forse perché essendo un dirigente del Pd, ma anche “un ricco”, quando si parla di soldi, su tutto prevale il richiamo della foresta, e così il ricco prende il controllo sul dirigente politico.

Anche perché, ovviamente, solo in un paese che ha una classe dirigente arretrata, come quella italiana, si può dimenticare che la proposta di tassare le rendite, in Occidente, non arriva dai comunisti o da Robin Hood, ma dai turbocapitalisti della generazione digitale, dagli Steve Jobs, dai ricchissimi (ma intelligenti) Elon Musk e dai Bill Gates, non certo dalla famiglia Castro o dai sandinisti nicaraguensi.

Il tema è che questo paese è culturalmente vecchio, perché è vecchia la sua classe dirigente, ed è vecchia soprattutto la classe dirigente della sinistra. Il problema è che questo paese resterà vecchio, se non si riesce ad intaccare questa oscena obsolescenza: l’egemonia dei rentiers, dei parassiti di ricchezze accumulate da altri, delle generazioni del capitalismo esangue, degli eredi Agnelli e dintorni, magari di quarta generazione, che si rifanno la barca con il dividendo da azionisti (meglio ancora se finanziato con denaro pubblico), mentre i giovani precari sputano sangue e vengono (sotto)pagati lavorando a cottimo.

È inutile ricordare che in tutta Europa (Francia, Spagna, Germania, per non parlare delle democrazie scandinave) le ricchezze acquisite sono già tassate, mediamente, quasi dieci volte che in Italia. È inutile dire che in un paese moderno si detassa la ricchezza acquisita con il merito (e con il proprio lavoro), e si tartassa la ricchezza ereditata senza merito (solo per via ereditaria).

E invece bisogna farlo, perché il capolavoro dei ricchi, in questi anni, è stato quello di far credere ai poveri di essere uguali a loro. E, invece di agevolare leggi che portano lo standard del benessere ai più, hanno favorito provvedimenti, che uniformano la pressione fiscale dei poveri anche ai redditi dei milionari. Un capolavoro, appunto.

Come diceva splendidamente Don Milani, in uno dei suoi aforismi più belli: “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra diseguali”. Qualcuno, questi insegnamenti, oggi li dovrebbe ricordare al (milionario) senatore Marcucci. E anche al (milionario) premier Draghi, che ieri, un po’ infastidito, ha bocciato la proposta, con la stessa insofferenza con cui si allontana una zanzara che ti ronza intorno.

Sia chiaro: non c’è nulla di male, ad essere ricchi, purché (almeno quando si assume un ruolo pubblico) in nome di idee progressiste, si smetta di difendere la ricchezza. Non c’è niente di peggio di far parti uguali far diseguali, certo. Ma non c’è neanche nulla di più urticante del conflitto di interessi pecuniario: ovvero quello di chi difende la ricchezza solo per difendere la propria ricchezza.

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