La solitudine delle mamme: ecco perché sempre più donne decidono di non avere figli
Il caso della madre di Catanzaro precipitata dal terzo piano insieme ai suoi bimbi spalanca una crepa: in Italia la maternità è trattata come un fatto privato. Tra precarietà, servizi carenti e narrazioni che colpevolizzano la sofferenza
Catanzaro, aprile 2026. Anna Democrito, di 46 anni, precipita dal terzo piano insieme ai suoi tre figli. Due bambini, uno di pochi mesi e uno di quattro anni, muoiono con lei. La più grande è ancora ricoverata nel reparto di Terapia Intensiva dell’Istituto Giannina Gaslini, a Genova, dove è stata trasferita con un volo salvavita dell’Aeronautica Militare. Le cronache cercano subito una parola capace di contenere l’orrore: depressione, raptus, follia, tragedia familiare. Ma quando arrivano troppo in fretta rischiano di chiudere ciò che dovrebbero aprire. Di sicuro Anna era una madre, una madre di cui non sappiamo nulla se non che nessuno è riuscito a intercettare le sue difficoltà. Ed è qui che la società deve interrogarsi.
Non si parte da Catanzaro per spiegare la denatalità italiana con un caso estremo. Sarebbe ingiusto e pericoloso. Si parte da lì perché la cronaca spalanca una crepa su qualcosa che preferiamo non guardare: la maternità, nel nostro Paese, può diventare un luogo di solitudine radicale. E la paura di ritrovarsi sole è una – fra tante – delle ragioni per cui molte ragazze, prima ancora di diventare madri, decidono che non lo saranno.
Cosa si rifiuta
«Da grande non sarò mamma» non è soltanto una frase generazionale, né lo slogan di una rivolta individualista. È il modo in cui molte giovani donne traducono una constatazione: in Italia un figlio è ancora troppo spesso un fatto privato della madre.
Lo Stato invoca la natalità, la politica parla di «inverno demografico», la società celebra la maternità. Poi però, quando un bambino nasce, la domanda diventa quasi sempre la stessa: chi lo tiene?
I dati raccontano la distanza crescente tra desiderio, possibilità e paura. Secondo l’Istat, nel 2024 solo il 21,2 per cento delle persone tra 18 e 49 anni intende avere un figlio nei tre anni successivi. Oltre 10,5 milioni dichiarano di non volere figli, o altri figli, né ora né in futuro. Tra chi rinuncia, pesano motivi economici, lavoro inadeguato e assenza di un partner. Ma il dato più politico riguarda le donne: la metà pensa che un figlio peggiori le opportunità di lavoro; tra le 18-24enni la quota supera il 65 per cento.
Molte ragazze non stanno rifiutando i bambini; stanno rifiutando il prezzo che il Paese chiede ancora quasi soltanto alle donne.
Quale rete?
Anna Adamo, 30enne di Salerno, lo dice senza edulcorare nulla: «Quando mi guardo allo specchio vedo una donna in carriera. Una donna indipendente». Per lei un figlio non è un destino mancato: «La persona di cui voglio prendermi cura è me stessa».
Rosaria Carifano, 40enne di Avellino, racconta una presa di coscienza maturata contro le domande degli altri. All’inizio rispondeva che non era il momento, che mancavano un lavoro stabile. Poi ha capito che non voleva figli: «Non sento il vuoto, non sono predisposta al sacrificio verso un altro essere umano e voglio badare solo a me». E aggiunge: «Ho smesso di sentirmi sbagliata solo perché non ho l’istinto materno». Il problema, però, è anche poterli fare senza perdere se stesse.
Ambra Mazzei, osteopata di Roma, lo dice dalla condizione di molte donne, lavoratrice freelance e madri: «La forza personale non dovrebbe sostituire la protezione dei diritti». E ancora: «Non chiedo privilegi, chiedo equità».
Save the Children ricorda che nel 2024 in Italia sono nati circa 370 mila bambini e che una donna su cinque smette di lavorare dopo essere diventata madre, spesso per assenza di servizi e per una divisione squilibrata della cura. Tra le convalide di dimissioni di genitori con figli piccoli, oltre sette su dieci riguardano donne. «Volontarie», si dice. Ma quanto è volontaria una scelta fatta perché il nido non c’è o chiude prima del turno?
Rossana, romana, racconta di avere discusso la tesi in ospedale, il giorno dopo il parto. Poi si è licenziata dal lavoro da segretaria, «perché la bimba non era stata presa al nido» e perché lavorava in nero. Oggi lei e il compagno, entrambi precari, devono seguire corsi di abilitazione. «Qui a Roma non abbiamo nessuno, e con il mio part time non possiamo pagare una baby sitter», dice.
La maternità italiana è costruita su una finzione: dietro ogni madre c’è una rete. Quale rete? Sempre più spesso la maternità diventa un esercizio di resistenza.
Salute mentale
C’è poi un punto quasi impronunciabile: la salute mentale. L’Istituto Superiore di Sanità indica che ansia e depressione nel periodo perinatale riguardano una quota stimata tra il 10 e il 20 per cento delle donne. Eppure il racconto pubblico resta obbligato alla gioia. Una madre triste, spaventata, ambivalente o esausta si vergogna due volte: perché soffre e perché pensa di non avere il diritto di soffrire.
Il parto dovrebbe essere l’inizio di una presa in carico. Invece molte donne passano dai controlli della gravidanza a un silenzio quasi totale dopo la nascita. È lì che cresce la paura: di non dormire, di non farcela, di non riconoscersi più, di non avere nessuno a cui lasciare il bambino per una visita, un colloquio, un’ora di sonno.
Il rinvio, intanto, produce altre conseguenze. Si studia più a lungo, si entra tardi nel lavoro stabile, si cambia città, si aspetta un contratto, una casa, un partner affidabile. Quando il momento sembra arrivare, spesso arriva tardi.
La Relazione del Ministero della Salute sulla procreazione medicalmente assistita mostra che nel 2023 sono aumentate coppie trattate e bambini nati grazie alla Pma. L’età media delle donne che accedono alle tecniche a fresco è 36,7 anni; con ovociti donati sale a 41,8. Non è il segno di una generazione che “ha aspettato troppo”, ma di un Paese in cui tempo sociale e tempo biologico non coincidono più.
Federica Marangon, 40enne di Padova, racconta il lato opposto – crudele, spietato e incredibilmente triste – della stessa frattura: non la scelta di non avere figli, ma il desiderio di maternità che si scontra con aborti, esami ripetuti, liste d’attesa e una sanità pubblica in cui aveva riposto fiducia. «Una tempesta che attraversi da sola. Il fatto di non poter avere figli è un dolore disumano». Ma il dolore biologico diventa anche istituzionale: «Mi sono sentita sola, tradita, pure stupida». Dopo l’ultimo aborto, in attesa del raschiamento, resta per ore su un lettino, vicino alla sala operatoria, mentre nella stanza accanto una donna partorisce. Sente le ostetriche, le rassicurazioni, poi il pianto di un neonato. Lei aspetta al freddo che le tolgano quello che per mesi era stato «l’oggetto dei miei sogni più belli».
La vera domanda
Mentre la politica discute di bonus, il nodo resta più profondo. In Italia non manca soltanto denaro: mancano infrastrutture della cura.
L’Istat conta 31,6 posti nei nidi e nei servizi integrativi ogni 100 bambini sotto i tre anni: sotto il vecchio obiettivo europeo del 33 per cento e lontano dal target del 45 per cento al 2030. Il dato nazionale nasconde un divario enorme: Centro e Nord superano livelli europei, Sud e Isole restano intorno al 19 per cento. In molte zone il nido è una lotteria geografica.
Per questo la denatalità non si risolve chiedendo alle donne di essere più generose, più coraggiose o più patriottiche. Si affronta costruendo un Paese in cui avere un figlio non significhi precipitare nel vuoto. Servono nidi, consultori, congedi condivisi, lavoro stabile, case accessibili, sostegno psicologico, città pensate anche per chi accudisce.
La domanda, allora, non è perché le giovani italiane non facciano figli, ma perché dovrebbero farli in un Paese che continua a chiamarli futuro e li tratta come un problema privato. Non chiedeteci figli se non siete disposti a costruire il mondo in cui quei figli, e le loro madri, possano vivere.