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Renzi il politico transgender che gioca sulla pelle dei più deboli per vendetta personale

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Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Nel giorno in cui muore Raffaella Carrà, Matteo Renzi lancia la sua offensiva contro la legge Zan, e la usa per riposizionarsi politicamente. Queste due notizie non sono scollegate, come si potrebbe pensare a prima vista, perché Raffaella Carrà fu, in sintesi, l’anticonformismo che diventa lingua nazionalpopolare che poi si fa istituzione, e infine che diventa icona gay nel segno della libertà e della gioia di vivere. Mentre Matteo Renzi è il conformismo che diventa manovra politica, e che nella sua fase crepuscolare si fa propaganda e piccola bugia, in nome della sopravvivenza.

Raffaella fu la semplicità, che è difficile a farsi, Renzi è oggi il politico transgender che passa da sinistra a destra usando come pretesto per il suo transito disinvolto, la legge contro l’omotransfobia. Notare il dettaglio: il partito di Renzi – Italia Viva – aveva votato la legge alla Camera, solo pochi giorni fa, e adesso il suo leader la ammazza con un paradosso e un trucchetto dialettico degno dell’avvocato Azzeccagarbugli.

Dice Renzi che Italia Viva sta chiedendo di cambiare la legge perché adesso i numeri per approvarla non ci sono più. Ma a far mancare quei numeri è lui, con questa dichiarazione di resa preventiva. Ed ecco il paradosso: indebolire la legge Zan, dicendo che il fronte che la sostiene si è indebolito. Una nuova piccola balla pinocchiesca, dopo i proclami di lealtà e di intransigenza coerente.

L’uomo è questo, si sa, ormai lo conoscono tutti. Fra l’altro Renzi chiede di emendare la legge al Senato – guarda caso – proprio nei due articoli che non piacciono alla destra. E ovviamente finge di non sapere che questi due articoli oggi hanno la forma che hanno proprio perché sono già cambiati, e sono cambiati (non tutti lo sanno) perché il relatore ha già accolto gli emendamenti di Italia Viva (!).

Così Renzi, che si trova oggettivamente in una posizione difficile, si difende evocando il concetto di realpolitik: “Non amo l’ipocrisia di chi urla sui social ma sa che al Senato non ci sono i numeri”, ha detto a La Repubblica. “Questa è la vera garanzia dell’ affossamento della legge. Se andiamo sotto su un emendamento a scrutinio segreto, la Zan è morta e ne riparliamo tra anni”.

Poi filosofeggia: “Per fare le leggi servono i voti dei senatori, non i like degli influencer. Chi vuole una legge trova i numeri, chi vuole affossarla trova un alibi”.

Il destinatario della sua offerta, ovviamente, è Matteo Salvini: “Vedremo se la Lega si tirerà indietro. Per ora la questione è sempre la stessa, il contrasto tra massimalisti e riformisti. I massimalisti fanno i convegni, i riformisti fanno le leggi. Preferisco un buon compromesso – spiega ancora Renzi – a chi pensa di avere ragione solo lui ma non cambia le cose”.

Ecco perché è interessante scoprire cosa vuole modificare Renzi: “A me interessa che ci sia una buona legge. La proposta di Scalfarotto elimina i punti controversi su identità di genere e scuola. Può essere un punto di caduta”. Poi ancora quella minaccia: “A scrutinio segreto rischia molto. Nei gruppi Pd e M5S potrebbero mancare voti, è il segreto di Pulcinella”.

Se gli si fa notare che le richieste di Italia Viva coincidono con quelle della destra Renzi risponde così: “Non sapevo che le femministe, che chiedono di eliminare identità di genere, fossero di destra. Ma comunque se la destra vota a favore di una legge del genere significa che è una destra europea. Meglio una destra che assomiglia alla Merkel di una destra che assomiglia a Orbán”.

Tuttavia l’uomo di Rignano rivela, molto palesemente, che in questa vicenda conta anche la sua ostilità per il Partito democratico: “Letta deve decidere: in questa vicenda il Pd vuole una bandierina anche a costo di condannare una generazione di ragazze e ragazzi gay a non avere tutele o preferisce una legge? Io non avrei dubbi. È vero che per tanti anni i dirigenti dem hanno preferito il consenso identitario al compromesso politico: infatti fino a che non sono arrivato io, nessuno ha fatto la legge sulle unioni civili. Proponiamo di votare gli emendamenti di Scalfarotto, non quelli di Pillon”.

E quando gli ricordano che lui sta cambiando linea perché il suo partito aveva già votato a favore della legge alla Camera, si incarta: “Lo abbiamo fatto perché lì c’ erano i numeri. Noi siamo a favore della Zan. Ma se al Senato non ci sono i numeri preferisco fare una buona legge modificando qualcosa”.

E qui Renzi attacca ancora il suo ex partito: “Il Pd in questi mesi ha scelto una strategia suicida, immolandosi per Conte sia nella vicenda crisi che su Draghi che nelle ultime discussioni in casa grillina. Forse i nostri amici del Nazareno potrebbero occuparsi di più della loro miope visione anziché attaccare noi che non ci svendiamo a un progetto fallimentare come quello pentastellato”.

Nel giorno in cui muore Raffaella Carrà, non si può non ricordare che il suo Tuca Tuca, che oggi consideriamo come una innocua canzonetta, fu – nel 1971 – trasgressione politica e scandalo. Iniziavano gli anni Settanta, si usciva dagli anni della censura e del “comune senso del pudore” e mostrare l’ombelico sembrava un sacrilegio.

Mimare la lingua del sesso in un balletto provocò una scomunica della Chiesa. Ma Raffaella non si piegò. Invitò nel suo programma Alberto Sordi per una ospitata sdoganante. Fu un colpo. Una sdrammatizzazione. Grazie ad Albertone la Rai fu costretta a far cadere la censura del Tuca Tuca (che si era già protratta per due settimane).

Oggi, nei giorni in cui il Vaticano fa sentire la sua voce contro una legge non ancora approvata, nel tempo di un nuovo anacronismo, mentre Renzi subito coglie l’occasione per unirsi al coro neo-confessionale, bisognerebbe ricordare che l’unica colpa della legge Zan è combattere l’omofobia in nome dell’amore.

È una legge per combattere un reato odioso e vigliacco. Oggi, in nome di Raffaella, dovremmo tutti dire: “A far l’amore comincia tu”. E mandare a quel paese i bacchettoni.

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