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La rabbia delle piazze nasce dalle incongruenze di questo esecutivo: chi governa dovrebbe saperlo

Di Marco Revelli
Pubblicato il 7 Apr. 2021 alle 20:44 Aggiornato il 8 Apr. 2021 alle 11:19
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Immagine di copertina

Che cosa ci dicono le piazze del 6 di aprile? Quelle di Roma, di Napoli e di Milano, balzate in prima su giornali e Tg. Ma anche quelle di Imperia, di Foggia, di Caserta, luoghi non soliti ai tumulti. Ci dicono intanto che un livello di guardia è stato superato. Come quando salta una valvola troppo sotto pressione. O cede un giunto in un impianto idraulico. Sono cioè segnali d’allarme perentori di una situazione diventata per molti sempre meno sopportabile.

Dopo più di un anno di pandemia e di conseguente (e inevitabile) lockdown il tessuto sociale mostra, impietosi, i segni di uno sfilacciamento preoccupante, zone di sofferenza profonda, in qualche caso di vera e propria necrotizzazione delle sue fibre. E lo fa, come spesso accade, sui bordi – non tanto geografici, quanto sociali -, nelle fasce dove più forte è l’attrito e dove un filo che si strappa può, rapidamente, disfare un’intera pezza.

O, fuor di metafora, tra le figure marginali della struttura economica: gli ambulanti, i cosiddetti “mercatali” che già cinque anni fa erano stati la pietra d’innesco della fiammata dei “forconi”, e poi i piccoli esercenti, baristi, pizzaioli, commercianti di quartiere, gestori di palestre, barbieri e circensi spesso ridotti letteralmente “alla fame” dalla sospensione della quotidianità di massa protratta nel tempo.

Una miriade di molecole rimaste in sospensione in una società sempre più priva di centro e di stabilità, che tuttavia finché girava veloce permetteva ancora di galleggiare sia pure a fatica, ma nel momento in cui rallenta e si ferma non lascia più scampo.

Non erano, quelle, delle piazze pulite. Erano piazze “sporche”: intanto perché in più punti sfregiate dalle macchie nere dei soliti “imprenditori dell’odio”, fascisti di CasaPound e Forza Nuova, negazionisti a oltranza di tutto, siano le vittime dei lager o quelle del Covid, immancabili in ogni situazione in cui la vita sia disprezzata.

Ma anche perché prodotte dalla disgregazione in corso, arcipelaghi di piccole isole in competizione tra loro, espressione del caleidoscopio cui si sono ridotte le nostre società, ognuno contro tutti: gli ambulanti dei banchi di maglieria contro quelli dei banchi alimentari (perché loro autorizzati e noi no?), i mercatali in generale contro i commercianti (perché loro aperti e noi no?), il mondo del commercio contro quello della scuola (perché le aule riaprono e noi restiamo chiusi?), i lavoratori autonomi contro “gli statali: sono loro i veri privilegiati del Covid”… e così via. Unico denominatore comune la voglia di dir basta alle chiusure che salveranno dalla morte fisica ma che producono la morte economica.

Ora le Agenzie battono la notizia che “fonti investigative e di intelligence spiegano che tra i commercianti si sarebbero infiltrati alcuni gruppi, con l’obiettivo di strumentalizzare il disagio sociale”. Ma l’esistenza degli strumentalizzatori non può nascondere l’esistenza del disagio, ampio, profondo, in alcuni settori dirompente.

Ci sono in Italia categorie intere che non vedono prospettive per la propria sopravvivenza. E la ministra dell’Interno Lamorgese che stigmatizza con durezza le forme di violenza che hanno caratterizzato qualche momento delle manifestazioni farebbe bene a compiere nel contempo un esame di coscienza, sulle responsabilità per l’emergere di tanta tensione.

Perché buona parte di quel disagio nasce dal senso di solitudine di ampi settori sociali, dal loro sentirsi “abbandonati dallo Stato”, come era scritto sui loro cartelli. Dalla consapevolezza che chi non ha alle spalle una forte corporazione, o non è grande e forte abbastanza da far sentire la propria voce, sta fuori dal raggio d’attenzione dei decisori pubblici, in una condizione che la pandemia rende mortale. 

Scandalosa la vicenda dei “sostegni”, che dal Supermario promosso sul campo uomo della provvidenza ci si sarebbe aspettati adeguati e solleciti e che invece sono finiti nelle more di un sistema macchinoso e socialmente cieco, degno in questo di un cattivo banchiere centrale. Un sistema, si può aggiungere, burocraticamente farraginoso, lentissimo e misero, con tempi di attuazione destinati alle calende greche: solo a fine aprile scadrà il termine per le domande, poi ci sarà il vaglio di esse e solo dopo le erogazioni, destinate a giungere, per i più esposti e i meno protetti, “a babbo morto”, ovvero a serrande calate.

Così come esasperante è la vicenda delle chiusure e riaperture, nel labirinto delle zone colorate, delle promesse non mantenute e delle docce scozzesi come regola (si chiude a novembre per salvare il Natale, poi si fa zona rossa il natale per riaprire a gennaio, infine si chiude a gennaio per salvare Pasqua, che regolarmente cade in zona rossa)…

È in queste incongruenze che si alimenta la rabbia – chi governa lo dovrebbe ben sapere, perché è un fondamentale della psicologia sociale – dal momento che non c’è nulla come l’incongruenza e l’asimmetria tra categorie capace di generare l’energia che sta all’origine di ogni mobilitazione e protesta. E d’incongruenze e asimmetrie questo governo è, fin dalla sua origine, una fabbrica a ciclo continuo.

È difficile dire se si è ancora in tempo a fermare il contagio (non quello del Covid, per cui si spera nei vaccini, ma quello non vaccinabile della rivolta sociale). Se lo “sbrego” apertosi sul bordo sia ancora contenibile o se quel filo di lana tirato in Piazza Montecitorio e sulla Napoli-Sorrento finirà per disfare l’intero tessuto.

Ma se qualcosa avrebbe senso fare, è far arrivare il più presto possibile flussi salvifici di sostegni alle categorie del margine e del basso. A quelli che urlano la richiesta assurda della riapertura di tutto (quella che irresponsabilmente l’imprenditore del caos Salvini rilancia in piazza tenendo un piede ben dentro il Palazzo) solo perché hanno già rinunciato a vedere entrare in cassa gli sperati sussidi (questi sì possibili, solo ad averne la volontà politica). Sarebbe, se ne convinca il garante del business Draghi, un buon investimento. Perché sulle macerie si ricostruisce male. Ma male davvero!

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