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Il prezzo della politica (di G. Gambino)

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In queste ore i portavoce del presidente del Consiglio Mario Draghi, tra cui figurano importanti direttori di quotidiani italiani, ripetono sempre la stessa cosa: «Se e quando i grandi elettori non lo eleggeranno al Quirinale qualcuno poi glielo dovrà spiegare». Terrore: a chi mai toccherà spiegare ai nostri figli che ci siamo fatti sfuggire un’occasione così ghiotta per i prossimi sette anni?

Questi signori dimenticano però di dire che se l’elezione di Draghi al Colle è stata così a lungo messa in dubbio è in primo luogo a causa di se stesso e del fatto che politicamente ha sbagliato ogni mossa nell’ultimo mese, da quando cioè nella conferenza stampa di Natale si è auto-candidato al Quirinale, sicuro che sarebbe stato eletto, rendendosi vulnerabile e mettendosi sullo stesso piano dei politici e dei partiti che fino ad allora lui stesso aveva ritenuto un orpello della Repubblica.

Sarà che sono abituati a trattare le istituzioni come il loro parco giochi, ma il disegno è chiarissimo: l’Italia non va governata ma pilotata, anche in barba alla Costituzione se necessario, agendo in modo straordinario e quasi mai nei perimetri dell’ordinario, perché tanto “siamo in emergenza”. Il ragionamento è questo: la politica è debole, abbiamo bisogno di un superuomo. E allora state zitti che noi abbiamo Draghi, il quale deve andarci bene a Chigi, al Colle, finanche come portiere di casa. Ovunque. Aggiungi poi che il dibattito sui tecnici – dotati per definizione di immunità politica e consensuale – è vagamente viziato perché questi ultimi sono da sempre considerati al di sopra dei partiti, da cui però attingono il peggio, e con i quali non fanno mai i conti. Almeno fin quando non sono obbligati a farlo.

Questa elezione del Quirinale sta rivelando come un manipolo di signorotti tra direttori di giornali, banchieri, imprenditori, etc. vogliano decidere loro il nome del presidente della Repubblica, nella persona di Draghi, con ciò sostituendosi non dico ai cittadini ma persino ai grandi elettori. E beninteso, lo vogliono solo loro! Trasformando così una Repubblica parlamentare in una Repubblica presidenziale che accentra il potere nelle mani del capo dello Stato e svuota se possibile ancor di più il Parlamento delle sue funzioni, raggirando a piè pari i principi costituzionali. Invitante tentazione, in piena emergenza pandemica, ma pericolosa deriva per il nostro Paese. L’abbiamo chiamata Draghicrazia.

L’unica alternativa se mai è che, chi fra questi tecnici oggi ritenuti irrinunciabili ambisca al Colle, decida di giocare allo stesso tavolo facendo politica, non mettendola a cuccia in nome di un patto non scritto tra quattro gatti.

Un anno dopo la nascita del Governo Draghi (anch’essa accaduta al limite dei confini costituzionali, come già altre volte) i nodi vengono al pettine. Ma la missione è tutt’altro che compiuta. Il Pnrr va a rilento, le riforme bloccate, la sanità tradita e la crisi energetica che provocherà un significativo rincaro delle bollette. Anche il più importante quotidiano finanziario al mondo, il Financial Times, ha recentemente detto che tutto sommato sarebbe più opportuno che Draghi rimanga al governo. E questo è un segnale.

Il voto del Colle dimostra infine che i partiti vogliono tornare a fare politica, e questo è già un gran bene visto che è loro prerogativa quella di eleggere un capo dello Stato. Così Salvini tratta e fa i nomi, Berlusconi rinuncia alla corsa ma chiede che Draghi resti a Chigi, Conte resiste e dice no al premier (e fa bene, dal suo punto di vista, ad annunciare il referendum nei 5s per un eventuale nuovo governo). Se Draghi non avesse aperto bocca, così come per un anno ha fatto con la stampa senza rilasciare nemmeno un’intervista, probabilmente non avrebbe avuto tutti questi mal di pancia. Mentre scriviamo, alla terza chiama, un capo dello Stato ancora non è stato eletto. Ma rischiamo di ritrovarci con un candidato improponibile al Colle e un governo, già in crisi, tutto da rifare le cui consultazioni sono informalmente già iniziate (altro unicum). Tutto grazie all’uomo che doveva salvare l’Italia e che invece vuole fuggire da Palazzo Chigi.

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