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Tre motivi per cui la patrimoniale proposta dall’Spd in Germania non è una buona idea

Immagine di copertina
Gli yacht sono tra i beni simbolo oggetto delle patrimoniali. Credit: Pixabay

Sulla carta può sembrare una misura alla “Robin Hood”, tuttavia tassare i ricchi per dare ai poveri, risponde più ad una logica dinseyana che a reali logiche di mercato e di impatto delle politiche pubbliche su disuguaglianza e sviluppo economico. Il commento di Elisa Serafini

Patrimoniale, 3 motivi per cui la proposta dell’Spd non è una buona idea

In questi giorni in Germania si discute dell’ipotesi di sostenere una tassa sul patrimonio che possa colpire i cittadini più ricchi del Paese. Le intenzioni del partito SPD, primo proponente della misura, sono di destinare gli introiti della tassa ad investimenti nei settori welfare ed istruzione. Sulla carta, si tratterebbe di una misura alla “Robin Hood”, tuttavia tassare i ricchi per dare ai poveri, risponde più ad una logica dinseyana che a reali logiche di mercato e di impatto delle politiche pubbliche su disuguaglianza e sviluppo economico.

Quando si parla di tasse che vanno a colpire “i ricchi” (o presunti tali) come le imposte sul lusso, sulle barche, la tassa patrimoniale ecc…, spesso non si considerano alcuni fattori di particolare interesse.

Il primo è che i ricchi, se sono tali, impiegano molto poco a trasferire proprietà, asset, ricchezze da un paese all’altro. Sono sufficienti pochi clic, un efficiente commercialista e un passaporto per poter trasferire interi patrimoni da un continente all’altro, o da un confine all’altro. Cosa comporterebbe una fuga di capitali e di “ricchi” dal nostro Paese? Una perdita per tutti.

Il secondo elemento riguarda infatti l’indotto dei “paperoni”: imprenditori e cittadini benestanti non sono solo “contribuenti” ma anche consumatori, datori di lavoro, creatori di opportunità di sviluppo, imprenditori. Quando si vuole colpire uno yacht, spesso non si considera l’operaio che ha costruito lo yacht, l’azienda che lo ha arredato, quella che si è occupata del marketing, il porto che la ospita e il ristorante che serve il catering all’equipaggio e ai passeggeri.

Quando si tassa un patrimonio, senza che la ricaduta della tassazione cada su servizi reali, il principio può essere lo stesso: un danno all’economia reale, ai consumi, ai cittadini.

Per fare “cassa” gli Stati hanno molte possibilità: ridurre la spesa pubblica, ridurre il debito (e di conseguenza gli interessi), attrarre imprese e investimenti, migliorare il livello di istruzione e di inserimento nel lavoro dei cittadini e molto altro ancora. In condizioni politiche che consentono una programmazione di medio-lungo termine delle politiche pubbliche, le tasse dovrebbero essere l’ultimo strumento considerato da uno Stato per poter incrementare gli introiti, soprattutto in paesi dove la pressione fiscale è già molto alta.

In ultimo, il complesso tema delle disuguaglianze: i politici che sostengono la necessità di una tassa patrimoniale forse dimenticano che più che indagare le ragioni della povertà (che è una condizione di stato originaria), risulterebbe più utile indagare cosa produce ricchezza. Si tratterebbe, questo è vero, di un cambiamento di paradigma poco “politically correct”, soprattutto se pensiamo al nostro Paese, dove chi ha creato ricchezza sembra avere una colpa da espiare.

Eppure questo dovrebbe essere il compito di uno Stato: costruire le condizioni affinché i cittadini possano vivere in condizioni di dignità e raggiungere gratificazioni professionali e umane. Fino alla prossima tassa.

Leggi anche:
Corbyn e la Spd propongono la patrimoniale e smascherano la propaganda dei ricchi (di L. Telese)
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