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Le Olimpiadi in tempo di guerra al Covid (di S. Mentana)

Immagine di copertina
Operai al lavoro al Nippon Budokan in vista delle Olimpiadi di Tokyo 2020 (Xinhua/Lui Siu Wai)

Dopo il rinvio di un anno, si sperava che le Olimpiadi di Tokyo, che si apriranno ufficialmente domani, sarebbero potute essere uno dei simboli del ritorno alla normalità. Quella cui assisteremo sarà invece, purtroppo, una falsa normalità, fatta di gare prive di pubblico e della prima edizione dei Giochi dell’era moderna che sarà la prima a svolgersi in un anno dispari, pur avendo mantenuto il nome originario.

All’inizio del 2020 nessuno pensava che sarebbe stato possibile un rinvio dei Giochi: solo le due Guerre Mondiali erano state finora in grado di portare alla cancellazione di tale evento. Con l’inizio e l’esplosione della pandemia si era sperato che il rinvio avrebbe permesso di garantire uno svolgimento più regolare possibile. Ma non è stato così.

Sarà insolito vedere la parata delle nazioni svolgersi in uno stadio da 80mila posti ma in cui saranno presenti solo gli addetti ai lavori, sarà strano vedere una città che aveva costruito impianti e infrastrutture e che si era preparata ad accogliere persone da tutto il mondo, costretta a chiudersi in sé stessa e a dover ospitare dei Giochi surreali. E forse sarebbe anche giusto ricordarsi di questo e risarcire Tokyo per questo sforzo, facendole ospitare nuovamente le Olimpiadi alla prima occasione possibile.

Eppure le Olimpiadi, quando nacquero nell’Antica Grecia, erano pensate per non essere funestate in alcun modo da fattori esterni: fu per questa ragione che venne istituita l’ ἐκεχειρία, la cosiddetta tregua Olimpica, che invitava tutte le poleis greche a sospendere le attività belliche e permettere ad atleti e spettatori di raggiungere Olimpia senza essere disturbati. Ma se la guerra è una variabile umana e per evitarla o fermarla basterebbe (per quanto difficile…) la buona volontà degli individui, diverso è fermare una pandemia e impedirle di funestare i Giochi. Non esiste tregua olimpica che tenga di fronte a un nemico invisibile con cui il mondo è in guerra da un anno e mezzo, e non ci resta che continuare a combatterla a colpi di vaccini, distanziamento e mascherine.

Ma lo spirito olimpico ha voluto giustamente mostrarsi più forte, e andare avanti, svolgendo dei giochi diversi. Ma quale spirito sarà? L’agonismo ci sarà, la fratellanza tra i popoli attraverso la competizione sportiva anche, ma in contesti come questo il pubblico non è fatto di semplici spettatori, ma è una parte di questo sentimento di unità tra gli esseri umani.

Dovevano essere un segno della nuova normalità, ma sarà una normalità strana, che ci ricorderà ancora una volta che esiste una prospettiva di uscita dalla pandemia, ma che c’è ancora tanta strada da percorrere. E un grande evento che può svolgersi, ma non come lo abbiamo sempre visto, né una metafora.

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