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La narrazione del “è solo un raffreddore” sulla variante Omicron è immorale e falsa: io ne sono un esempio

Immagine di copertina
Credit: ansa foto. La fila per i tamponi a Brescia

Dicono che sia solo un raffreddore, che c’è da stare tranquilli, che va tutto bene e che le nuove quarantene (ovvero la deregolamentazione delle quarantene) ci permetteranno di convivere con il virus. Non c’è motivo di non credere ai valenti scienziati e politici che da giorni insistono in una pervicace opera di “normalizzazione” della variante Omicron e alla minimizzazione dei problemi logistici per effettuare i tamponi. La realtà, qui fuori, è un po’ diversa.

Ho 44 anni e ho avuto due volte il Covid dall’inizio della pandemia. La prima da sintomatico e la seconda completamente asintomatico, scoperta per un tampone per motivi di lavoro che si è negativizzato pochi giorni dopo. Sono un soggetto considerato “fragile” per motivi di ipertensione e di cuore, niente di grave, il mio medico dice che sono le naturali falle di una vita disordinata.

Il 30 dicembre ero uno di quelli che, a detta di qualche ostinato “rassicuratore”, ingolfava il centro tamponi di Lodi (il PTP su cui vengono dirottati tutti i sintomatici della provincia) per godersi il capodanno. Solo che il capodanno non c’entrava nulla: la mia compagna aveva tutti i sintomi (febbre alta, dolori dappertutto, raffreddore, tosse, mal di gola, difficoltà respiratorie), i medici di base addirittura ci avevano sconsigliato di metterci in coda: 4 ore e mezzo. Al freddo, per strada, in quelle condizioni. Positiva lei, negativo io. Siamo entrambi vaccinati per due volte con la terza dose booster che era prenotata a breve. Mentre sui giornali si leggeva che non c’era nessun motivo per cui preoccuparsi ho pensato che tutta quella gente in coda (senza nessun servizio intorno, costretta, per dire, a pisciare nei campi) fosse una fotografia ben diversa da quello che si leggeva in giro. Badate bene: il centro tamponi non è una farmacia. Ci si entra solo per ricetta medica o segnalazione dell’ATS. All’accettazione eravamo il numero 1046.

Ho pensato che forse era solo una sfortunata coincidenza che lei avesse preso una forma così forte di Covid. Mi sbagliavo. Ieri ho avuto gli stessi sintomi. Solo che per i miei problemi a sballare era anche il cuore e la pressione. Ovviamente essendo domenica era impossibile trovare un tampone. Mi sono arrangiato con un tampone fai da te (che qui per alcuni giorni erano introvabili come diamanti) che è risultato positivo. Domenica pomeriggio. 39.5 di febbre. Di domenica, si sa, non rispondono i medici di base. Ieri è stato impossibile parlare con una guardia medica. Solo la cardiologa, che ho la fortuna di conoscere al di là dell’aspetto professionale, mi ha consigliato qualcosa da fare. Sono stato male come non lo sono mai stato da ammalato di Covid nelle mie precedenti esperienze. L’unica soluzione sarebbe stata quella di chiamare un’ambulanza. Non l’ho fatto perché ho pensato (e continuo a pensare) che se io che sono comunque mediamente “sano” mi ritrovavo in quelle condizioni sicuramente in giro ci sarebbe stata molta gente che aveva più bisogno di me.

Non è finita, qui, no. Stamattina mi sono rimesso in coda (sempre chilometrica, con febbre altissima) per ottenere un tampone molecolare nello stesso centro in cui mi ero presentato qualche giorno fa. Solo che per gestire le interminabili code ci si può presentare solo con una prenotazione dell’Ats (che sono gli stessi che in questi giorni è quasi impossibile contattare). Solo la comprensione di un addetto (che tra l’altro sono straordinariamente disponibili nonostante il carico di lavoro e il caos del governo) mi ha permesso di ottenere un tampone. Lui stesso ha riconosciuto che altrimenti avrei dovuto presentarmi al Pronto Soccorso e un positivo al Pronto Soccorso qui a Lodi è un’esperienza che abbiamo imparato a comprendere per le possibili conseguenze. Quando me ne sono tornato a casa sfatto dalla fatica la fila di auto ormai straboccava sulla strada provinciale.

Ecco, no: non è solo un raffreddore e questa non è una “convivenza” con il virus. E stasera, nonostante i brividi, penso a cosa mi sarebbe successo senza nemmeno il vaccino. Mi rimane addosso però il presentimento che la narrazione sia scostata dalla realtà. Ed è immorale, parlando della salute delle persone.

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