Icona app
Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Banner abbonamento
Cerca
Ultimo aggiornamento ore 20:06
Immagine autore
Gambino
Immagine autore
Telese
Immagine autore
Mentana
Immagine autore
Revelli
Immagine autore
Stille
Immagine autore
Urbinati
Immagine autore
Dimassi
Immagine autore
Cavalli
Immagine autore
Antonellis
Immagine autore
Serafini
Immagine autore
Bocca
Immagine autore
Sabelli Fioretti
Immagine autore
Di Battista
Immagine autore
Guida Bardi
Home » Opinioni

L’assurda condanna di Mimmo Lucano: in Italia nemmeno gli assassini prendono 13 anni

Immagine di copertina

È inutile girarci intorno. Si può amare o non amare Mimmo Lucano, si possono condividere o meno i metodi che ha adottato per costruire il suo “modello Riace”, da amministratore: ma una condanna a 13 anni e due mesi per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illeciti in relazione ai progetti di accoglienza agli immigrati” è assurda. Assurda in primo luogo per la sproporzione dei valori e delle pene: per l’ex sindaco della cittadina calabrese, infatti, il pubblico ministero di Locri, Michele Permunian, aveva chiesto una condanna a sette anni e undici mesi.

E la stessa pm ipotizzava già capi di imputazione gravissimi: “associazione a delinquere”, “abuso d’ufficio”, “truffa”, “concussione”, “peculato”, “turbativa d’asta”, “falsità ideologica” e – appunto – “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Ma che adesso il cosiddetto “processo Xenia” si chiuda con una pena raddoppiata, che ricorda quella di chi viene condannato per omicidio, superiore persino ai 12 anni comminati a Luca Traini per il suo raid razzista, francamente sembra davvero che si sia giunti a una condanna fuori da ogni misura.

E ancora: nemmeno nel più severo impianto accusatorio ipotizzato contro di lui si è sostenuto che Lucano abbia cercato – attraverso il suo impegno per l’integrazione – lucro o tornaconto economico di qualsiasi tipo. L’idea di un sindaco che sbaglia inseguendo un sogno di integrazione, o che attraversa il confine della legalità formale, sia oggi considerato al pari di un killer della ‘Ndrangheta o di uno scafista, dunque, deve creare una qualche preoccupazione in tutti noi.

Un verdetto così severo, dunque, è spiegabile solo con un (pre)giudizio ideologico. Ed è davvero triste – infine – che a tre giorni dal voto arrivi una sentenza che si abbatte su di un candidato di punta, animatore di una lista alle elezioni regionali. Certo, i tempi della giustizia devono essere autonomi, e la decisione è arrivata dopo ben tre giorni di camera di consiglio da parte del collegio presieduto dal giudice Fulvio Accurso: non deve essere stata una scelta facile.

Ma per paradosso gli elettori potranno conoscere il verdetto, ma non le motivazioni, e tutto questo – in un senso o nell’altro – avrà un impatto fortissimo anche sulle scelte dei cittadini. Tuttavia il tema più importante è un altro, e parte dagli addebiti reali che hanno prodotto quell’impianto accusatorio abnorme: un matrimonio misto combinato (per fare acquisire una cittadinanza ad un extracomunitario), e l’impegno per trovare lavoro a degli stranieri disoccupati, oppure – dettaglio clamoroso – gli asinelli usati per la raccolta differenziata nei vicoli, non possono in nessun caso diventare gli estremi per affibbiare a Lucano il reato di “associazione a delinquere” o di “concussione”.

In un territorio fortemente segnato dall’illegalità, come la Calabria, questo primo grado sarà ricordato come una pagina buia. L’accusa sostiene che Lucano si sia arricchito, non con il denaro (dato che non è stato provato nemmeno un centesimo di arricchimento personale), ma grazie alla ricerca di un vantaggio politico, e di un consenso elettorale (ottenuto grazie al suo sistema).

A questo proposito, forse, andrebbe ricordato che Lucano ha rifiutato una candidatura alle elezioni europee che gli avrebbe regalato (con il proporzionale puro) una elezione certa a Strasburgo e la relativa immunità. L’ex sindaco, invece, ha deciso di rischiare con una sua lista, sul suo territorio, per entrare nel consiglio regionale. Adesso si potrebbe creare un paradosso per cui Lucano potrebbe vincere le elezioni ma, in virtù della legge Severino, risultare ineleggibile già con la sentenza di primo grado. E poi – dopo il terzo grado – ritrovarsi sino alla fine della legislatura in carcere.

Ti potrebbe interessare
Opinioni / La stampa nel mirino e quei giornalisti uccisi in Ucraina e a Gaza per chiudere gli occhi del mondo sulle guerre
Opinioni / Il voto in Sardegna non è solo una questione locale
Opinioni / Legge, ordine e manganelli (di M. Cirinnà)
Ti potrebbe interessare
Opinioni / La stampa nel mirino e quei giornalisti uccisi in Ucraina e a Gaza per chiudere gli occhi del mondo sulle guerre
Opinioni / Il voto in Sardegna non è solo una questione locale
Opinioni / Legge, ordine e manganelli (di M. Cirinnà)
Opinioni / La democrazia non è solo contare i voti ma un insieme di regole e meccanismi (di S. Mentana)
Opinioni / Basta armi: serve un’Europa non allineata (di Yanis Varoufakis)
Esteri / Due anni di guerra e un’America sempre più lontana: l’Europa è al bivio
Opinioni / Perché non dobbiamo sottovalutare la rivolta dei trattori
Opinioni / Ilaria Salis va difesa. Ma non dimentichiamo le nostre ingiustizie
Opinioni / La colpa è sempre del padrone? Perché sui cani che uccidono la questione è prima di tutto culturale
Opinioni / Pace e reddito: così la Sinistra tornerà credibile (di F. Dolce)