Le 10 tappe che hanno portato il M5S e Di Maio al crollo

Cronistoria di un fallimento a Cinque Stelle. Il commento di Lorenzo Tosa

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 29 Ott. 2019 alle 18:39 Aggiornato il 29 Ott. 2019 alle 18:52
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M5S, le 10 tappe che hanno portato Di Maio al crollo

Comunque andrà a finire, domenica 27 ottobre rappresenterà un momento di svolta epocale nella storia del M5S. Le elezioni regionali in Umbria non hanno solo sancito il fallimento dell’alleanza giallorossa a livello territoriale, ma anche e soprattutto la fine di una stagione politica all’interno della galassia grillina: quella di Luigi Di Maio e dei 5 Stelle così come li conosciamo.

D’accordo: i confronti tra elezioni locali e nazionali sono sempre rischiosi. Ma quell’imbarazzante 7 per cento raccolto in Umbria è tutt’altro che un fatto isolato, semmai il punto più basso di una parabola discendente che, dal 4 marzo 2018, è stata costellata da una quantità di ambiguità, errori, tradimenti, debacle elettorali e faide interne senza precedenti nella storia recente. Ripercorriamo, una per una, le tappe di questa discesa verso l’abisso che ha molti responsabili (Di Maio in primis) e pochissime attenuanti.

 MARZO 2018. Il M5S vince – anzi trionfa – le elezioni politiche, diventando, al di là di ogni ragionevole pronostico, il primo partito italiano con oltre il 33 per cento dei voti: in questo preciso momento un elettore attivo su tre è grillino. Ma non basta per governare da soli.

 APRILE 2018. Cominciano le consultazioni. Si infittiscono gli incontri tra le principali forze politiche per formare un governo. Un ampio fronte interno chiede un’apertura al Pd. Ma Luigi Di Maio è riluttante. Per storia personale e per convenienza: sa che la maggioranza della base non gradisce. E, mentre i rapporti tra i capigruppo proseguono, il leader è già al lavoro in gran segreto per la costruzione di un nuovo asse sovranista-populista. Ci penserà Matteo Renzi nell’ormai celebre intervista da Fazio a sbarrare la porta a ogni possibile alleanza di governo tra Pd e 5 Stelle, fornendo a Di Maio l’alibi che attendeva, ma, al tempo stesso gettando i grillini tra le braccia dei loro carnefici.

GIUGNO 2018. Nasce ufficialmente il governo giallo-verde. Basta una rapida occhiata alla trentina di pagine del “contratto del cambiamento” per trovare in nuce i germi di quel futuro rovesciamento di forze tra Lega e 5 Stelle che, nei mesi successivi, diventerà realtà: Salvini si prende tutti i ministeri e i temi ad alto contenuto propagandistico (in primis Interni e Famiglia), lasciando ai 5 Stelle lavoro, economia, sviluppo economico e tutti i dossier più delicati. Un errore che Di Maio pagherà a caro prezzo.

 LUGLIO-AGOSTO 2018. Sono i mesi dell’estate più calda degli ultimi dieci anni. Tengono banco i casi Aquarius e Diciotti. Salvini detta la linea all’intero governo: porti chiusi. E, invece di cercare una propria linea autonoma, i grillini si allineano. Annusata l’aria anti-migranti che soffia nel Paese e spaventati dal perdere consenso a destra, Di Maio veste i panni di un Salvini minore, una sorta di pallida controfigura della destra più violenta, razzista e muscolare incarnata dal “Capitano”. Dimenticandosi la lezione più importante per un politico: che tra la copia e l’originale, vince sempre l’originale.

FEBBRAIO 2019. Quando i nodi arrivano al pettine e la magistratura chiede il rinvio al giudizio per Salvini con l’accusa di sequestro di persona per il caso Diciotti, i 5 Stelle prima si auto-denunciano come complici e poi perdono l’ultimo pezzo di verginità salvando con un pugno di click il ministro degli Interni con un voto su Rousseau. Salvini ringrazia, vola nei sondaggi e i 5 Stelle precipitano. Da quel giorno Salvini, con la metà dei numeri in Parlamento, è ufficialmente il nuovo capo di governo. Il passaggio di consegne ora è completo.

 INVERNO-PRIMAVERA 2019. Nel frattempo il M5S perde (male) tutte le elezioni regionali a cui si presenta, con percentuali via via sempre più allarmanti. Al punto che, in preda a una crisi di nervi, Di Maio apre alle liste civiche, rompendo l’ennesimo tabù, col placet – più o meno eterodiretto – del voto online, diventato ormai la foglia di fico dietro cui nascondere ogni tradimento dei principi originari.

MAGGIO 2019. Il 26 maggio Salvini raggiunge il suo massimo storico alle europee (34 per cento), mentre Di Maio e soci precipitano al 17 per cento, al termine di una campagna elettorale disastrosa che li ha visti schiacciati tra un timido anti-europeismo e un improbabile moderatismo democratico, alla guida di un’alleanza Brancaleone europea che metteva insieme il peggio del nazionalismo polacco razzista e omofobo e il più demagogico populismo.

LUGLIO 2019. Dopo mesi di ambiguità, schizofrenia, chiusure senz’appello e repentine aperture, il M5S alla Camera vota una mozione contro la Tav, smentendo il proprio stesso Presidente del Consiglio Conte, che poche ore prima aveva aperto all’alta velocità. E offrendo, così, a Salvini sul piatto d’argento la possibilità di puntare il dito contro l’ipocrisia e la inaffidabilità grillina. È il giorno in cui il leader della Lega si convince per la prima volta che è il momento di staccare la spina dal governo e capitalizzare i sondaggi, che lo danno ormai alle soglie del 40 per cento.

 AGOSTO 2019. Alle corde, incapace di opporre la minima resistenza, inchiodato sotto il 20 per cento da tutti i sondaggi e senza la minima autorevolezza per proporre una linea politica credibile, Luigi Di Maio, nei giorni frenetici della crisi del Papeete, è pronto a rassegnarsi a nuove elezioni, consapevole di andare dritto verso una prevedibile disfatta. Lo salva il più imprevedibile degli alleati: Matteo Renzi. Che, a sorpresa, rompe gli indugi e apre la strada a un’alleanza trasversale di responsabilità nazionale per fermare Salvini e formare il nuovo governo giallo-rosso. Anche questa volta Di Maio è contrario. La sua leadership non è mai stata così debole. Se il governo gialloverde era stata una sua creatura, questa volta è un ospite ingombrante, il convitato di pietra che, fino all’ultimo, prova a far saltare il patto, orchestrato dal redivivo Beppe Grillo e dai suoi fedelissimi. Perderà anche questa partita, ma non sarà l’ultima.

SETTEMBRE-OTTOBRE 2019. E siamo ai giorni nostri. Il patto di governo da male necessario si trasforma in alleanza strutturale. Apparentemente è il Partito democratico a piegarsi ad ogni diktat pentastellato, a votare il taglio dei parlamentari, riabilitare Rousseau, assolvere e legittimare chi fino a un mese fa li chiamava “Il partito di Bibbiano”. In una parola: a “grillinizzarsi”. In realtà i vertici dem sono consapevoli che, tra i due, sono i 5 Stelle ad avere più da perdere da un’alleanza permanente. Non è un caso che in Umbria, nonostante lo scandalo sanità, il Pd abbia sostanzialmente tenuto, confermando il risultato delle ultime elezioni europee, mentre i 5 Stelle sono precipitati a percentuali che non si registravano – né in Umbria, né altrove – da 7 anni.

Insomma, il tracollo umbro non nasce domenica, ma è il risultato di una lunga serie di errori politici e strategici cominciati all’indomani delle Politiche del 4 marzo 2018. Con un protagonista in negativo su tutti: Luigi Di Maio. Ma con la convinzione altrettanto chiara che non esiste, ad oggi, alcun leader, esponente, uomo o donna di punta in grado di scalarlo e assumere le redini del Movimento. In fondo, il problema dei grillini non è Di Maio e i disastri della sua gestione. Il problema è che Di Maio è, ancora oggi, il leader più autorevole e credibile che hanno a disposizione. Il Movimento 5 Stelle non morirà per il risultato di un’elezione in una regione da 700.000 elettori ma per non essere stato in grado di costruire, in dieci anni, una classe dirigente degna di questo nome.

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