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Lucano condannato a 13 anni, i servitori dello Stato che trattarono con la mafia assolti

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Credit: Ansa

Allora, le cose in Italia stanno così: Mimmo Lucano, un sindaco che si è battuto per integrare i migranti e ridare vita ad un paese calabrese, Riace, sull’orlo della scomparsa, viene condannato ad oltre 13 anni di carcere, schiacciato da accuse infamanti, la peggiore: associazione per delinquere.

Eppure è stato accertato anche in sede giudiziaria che non si è messo un euro in tasca. Ha violato leggi e regolamenti, su questo non ci piove (lui stesso lo aveva ammesso) ma esclusivamente al fine di risolvere problemi urgenti e ineludibili di sopravvivenza della povera gente sbarcata in Italia in fuga dalla guerra e dalla fame e da alter miserie assortite. Di fronte alla inefficienza delle istituzioni che lo avevano scongiurato di dare una mano ad affrontare il drammatico problema-migranti. Lucano aveva risposto all’appello.

I problemi di fronte ai quali le istituzioni avevano alzato le braccia, seguendo alla lettera le norme di legge e i regolamenti sulla gestione dei migranti (legge Bossi Fini, legge Napolitano-Turco sarebbero rimasti senza soluzione.

Quanti sindaci in Italia fanno altrettanto per aggirare testi di legge ottusi e di fatto inapplicabili alla lettera, nonché evitare i tentacoli di una burocrazia ottusa, persecutoria, inetta, e mandare avanti le cose nei propri comuni, specie in un momento tragico come l’attuale? Detto altrimenti, Lucano ha svolto una attività di disobbedienza civile a fronte di norme vessatorie che avrebbero compromesso la sopravvivenza stessa dei migranti. Talvolta i tribunali riconoscono all’imputato l’attenuante o addirittura l’esimente di aver agito per nobili motivi. Ma questo aspetto il tribunale di Locri non lo ha tenuto in conto.

Leggeremo le motivazioni dei giudici di Locri che hanno emesso questa sconvolgente sentenza di condanna ai danni di un uomo buono, animato da sentimenti di amore umano e di solidarietà. Sta di fatto che neppure con i conclamati boss della ‘ndrangheta calabrese la magistratura ha usato, mutatis mutandis, un pugno altrettanto duro.

Condanne a tredici anni e due mesi di solito i colpevoli di gravi fatti di sangue o persone recidive, a Lucano sono state negate le attenuanti generiche che di solito sono concesse a chi è incensurato. Lucano è stato assolto per il reato di immigrazione clandestina. Se lo avessero condannato anche per quel capo di imputazione la pena sarebbe salita ancora. A coloro che sventolano il celebre brocardo: Dura lex, sed lex, oppongo un altro altrettanto antico brocardo: Summum ius, summa iniuria.

In questo stesso Paese che condanna Mimmo Lucano a 13 anni, i giudici mandano assolti non soltanto i politici (quelli sono stati rapidamente espunti dalle vicende giudiziarie) ma pure i cosiddetti servitori dello Stato, accusati di aver tramato, intrattenendosi con dei riconosciuti boss mafiosi, per convincerli a cessare gli attentati dinamitardi inaugurati nel ’93 in seguito alle due stragi di mafia (Falcone e Borsellino); attentati decisi da Cosa Nostra per far pressioni sui governi Amato e CIampi e convincerli a ritirare le misure dure decise appunto dopo le morti dei due giudici siciliani; misure penali e penitenziarie che intralciavano i traffici di Cosa Nostra.

Gli alti ufficiali dei Carabinieri del Ros finiti alla sbarra e condannati in primo grado, nel giudizio di appello sono stati assolti perché il loro comportamento non configura un reato. Trattare con la mafia per conto dello Stato, secondo i giudici di appello romani, non è dunque un illecito penale. Se ne deduce che si è potuto fare e si potrà rifarlo e lo Stato non pagherà mai pegno.

In compenso i boss mafiosi implicati nella trattativa (quelli ancora in vita, essendo Riina e Provenzano, i boss dei boss, passati a miglior vita) sono stati ricondannati, seppure alcuni con piccoli sconti di pena perché erano colpevoli di aver trattato con lo Stato. In sintesi, dunque, per la medesima fattispecie (la trattativa Stato-mafia) i giudici romani d’appello hanno stabilito che lo Stato aveva il diritto di coltivarla mentre i boss mafiosi quel diritto non ce l’avevano. E hanno violato la legge. Quale, esattamente, se la fattispecie della trattativa non è prevista come reato? Del resto l’Italia non è la patria del Diritto (e del rovescio)?

Forse non ve ne siete ancora accorti, ma questi segnali che arrivano dalla magistratura sono avvisaglie: si sta scivolando a grandi passi verso un regime in cui, naturalmente: Io so’ io e voi non siete un c…!. In altre parole il vento è cambiato e sembra spirare anche nelle aule di giustizia.

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