Regionali, la Liguria è il paziente zero: così Pd e M5s rischiano di far vincere la destra 7-0

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 17 Lug. 2020 alle 10:37 Aggiornato il 17 Lug. 2020 alle 13:29
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Immagine di copertina

“Ionesco. Anzi no, Artaud”. Il riassunto della giornata di ordinaria follia vissuta dalla “sinistra” ligure è tutta nel commento di un utente su Facebook. Che scomoda il teatro dell’assurdo e, persino, quello della crudeltà, per provare a spiegarsi e a spiegarci l’ennesimo colpo di scena di questa saga infinita: su Ferruccio Sansa, il giornalista del Fatto che ieri era stato già ufficializzato come anti-Toti dall’intera coalizione di centrosinistra (con la conseguente uscita dei renziani), è arrivata, a 24 ore dal suono della sirena, la doppia fatwa sull’asse Roma-Sant’Ilario: il primo a scagliare la pietra che può sparigliare di nuovo tutto è il fu capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio: “Non se ne parla. Sansa ha remato contro di noi”.

Una posizione ribadita e legittimata dallo stesso Beppe Grillo, che di Sansa è vicino di casa, a Sant’Ilario, e di cui è stato prima amico, poi sponsor, infine avversario: “Ci ha sempre attaccato” fa trapelare Grillo, ed è un sussurro che – per chi conosce bene le dinamiche interne grilline – suona come un grido. E non basta certo la repentina smentita di questi minuti dell’attuale leader Vito Crimi (“Vai avanti Ferruccio, sei il nostro candidato”) per cancellare quella che è a tutti gli effetti l’ennesima puntata di uno psicodramma senza fine. Presto per dire se abbia ragione Crimi o peseranno di più le parole della strana coppia Di Maio-Grillo. Di sicuro un doppio niet così pesante e fuori tempo massimo mette a nudo tutte le distanze e le contraddizioni di una coalizione che ha impiegato quattro mesi per (non) trovare un candidato e che ora è chiamata, in appena sessanta giorni, a definire un programma, costruire da zero una campagna elettorale in epoca Covid e scalare un autentico K2 politico: battere Toti in Liguria.

L’ultima bomba – solo in ordine di tempo – arriva come un meteorite in uno stagno a 48 ore dai lanci di agenzia che annunciano il nome di Sansa e a 24 dalle prime interviste del candidato. Non fai nemmeno in tempo a sbobinare le parole di Sansa, che di colpo sono superate dagli eventi. “E ora?” si chiedono un po’ tutti in Liguria, quelli che ci avevano creduto e quelli che fino all’ultimo avevano provato a dare la spallata. Le parole di Di Maio e Grillo e l’immediata smentita di Crimi segnano, in un colpo solo, almeno due grandi verità: 1) I 5 Stelle sono ormai una barca alla deriva in cui tutte le gerarchie e gli ordini intermedi sono saltati: se fino a pochi mesi fa la parola della base locale era verità rigorosamente dettata dal vertice e scolpita nella pietra, oggi è un cinguettio flebile che vale il tempo di un annuncio e che potrebbe essere smentito l’istante successivo. Per dirla più chiaramente: la parola di un grillino, politicamente, oggi vale zero. E questo è un grosso problema in una trattativa così complessa come quella che si sta tenendo a Genova in queste settimane.

2) A perderci, da questo balletto grottesco e senza fine, non è solamente Sansa e neppure gli ormai vituperati, calpestati e rassegnati elettori di un centrosinistra allargato che chiedevano solo una cosa: “Mandare a casa Toti, a qualunque costo e con qualunque nome”. No. Ad uscire sconfitti, forse definitivamente, da quest’ennesimo colpo di teatro dell’assurdo è tutta la Liguria: un malato cronico che aveva la chance non tanto di cambiare il vento alla regione nel segno della discontinuità quanto di aspirare finalmente ad avere un’opposizione degna di questo nome a quella propaggine del salvinismo al pesto che è stata ed è ancora il totismo.

E, invece, anche quando con una fatica immane ogni tassello sembrava essere stato rimesso al proprio posto, ci risvegliamo una mattina e, di colpo, tutto è nuovamente in discussione, tutto ancora da costruire. E questa volta non è più la proverbiale scissione dell’atomo della sinistra ma la dilettantesca cialtroneria di quelli che dovevano cambiare tutto e hanno finito per smentire se stessi. La dimostrazione più chiara che il masochismo politico non è né di destra né di sinistra, ma – come piace dire a loro – post-ideologico.

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