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Combattente e sempre dalla parte dei più deboli: all’Italia mancherà la voce ribelle di Gino Strada

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Credit: Ansa

Adesso, nel momento in cui i talebani conquistano l’Afghanistan e realizzano la sua ennesima profezia, chiedetegli scusa. Non scrivete in suo nome bei pensierini, per Gino, non santificatelo in morte, e soprattutto se siete fra quelli che fino a ieri lo bollavate come “estremista”, o, peggio ancora “amico dei terroristi”, regalatevi un minuti di decoroso silenzio.

Perché Gino Strada non fu un personaggio ecumenico, non fu un santone buonista, non fu un pacifista da vetrina. Fu un leader, un savonarola, un polemista, un combattente. E basterebbe leggere le righe sul triage di guerra nel suo bellissimo “Pappagalli Verdi” (un best seller senza recensioni benevole) per capire che per Gino, tutta la sua storia personale – dai movimenti ad Emergency – era scandita da una sola costante: stare da una parte.

Non voler piacere a tutti. E soprattutto: “Stare dalla parte – come diceva lui – di chi paga il prezzo delle guerre, sotto le bombe, e di chi non ha voce”.

Gino Strada iniziò a diventare un personaggio mainstream in Italia, in corrispondenza con l’era di quelle che sarcasticamente definì “le guerre dei buoni”.

Ed a partire da allora Gino Strada divenne il più fiero oppositore delle guerre condotte in nome delle bombe e delle sante alleanze. E la sua organizzazione umanitaria – “Emergency” – la bandiera di chi si rifiutava di prendere parte nei conflitti.

Fu in quelle polemiche che Gino divenne un riferimento culturale per tutto il mondo pacifista, “Gino”. A partire dalla prima guerra in Iraq cominciò a schierarsi contro la propaganda delle “Bombe intelligenti”, a denunciare i crimini di guerra, a organizzare mobilitazioni.

Fu contestato perché spiegava: “Quando si cura qualcuno, negli ospedali di Emergency, non si guarda la divisa che ha addosso. Chiunque entri in un nostro ospedale la depone, insieme alla armi”. Apriti cielo. Lo accusarono di fiancheggiare gli estremisti, di schierarsi contro l’Occidente.

Ed invece lui teneva il punto, e raccoglieva ovunque i fondi per sostenere una associazione umanitaria internazionale basata in Italia, con una forza e un prestigio senza precedenti, che era presente in tutti i teatri di guerra. Strada si batteva per la riabilitazione delle vittime dei bombardamenti delle mine antiuomo e, dalla fondazione di Emergency in poi – si vantava con legittimo orgoglio – “dalla sua nascita nel 1994 sino alla fine del 2013, noi abbiamo fornito assistenza gratuita a oltre sei milioni di pazienti in sedici paesi nel mondo”. I “pappagalli verdi” erano un altro simbolo della sua controinformazione: ovvero gli ordigni camuffati da giocattoli per diventare oggetto della curiosità dei bambini.

Nel 2003, con la seconda guerra dell’Iraq, Strada divenne un vero e proprio leader nazionale dei movimenti per la pace insieme a tre preti anticonformisti come Don Andrea Gallo, padre Alex Zanotelli e Don Luigi Ciotti. Si schierò contro la guerra nel Kossovo, incorrendo negli strali della sinistra ufficiale, contestò il segretario del Pds Piero Fassino, che pretendeva di partecipare alle manifestazioni per la pace contro quella seconda guerra dell’Iraq, pur avendo preso posizione contro l’Intervento: “Farebbe bene a restarsene a casa”, dichiarò Strada, e Fassino (malgrado una sciarpetta arcobaleno al collo) fu letteralmente cacciato, a via Amendola, a Roma, dai manifestanti che lo scorrevano gridando: “Vergognati! buffone!”.

Il leader di Emergency dopo quel giorno finì nel mirino, accusato di essere un ispiratore della cacciata. Gli fu chiesto di dissociarsi. Rispose con un sorriso: “Non ritratto nemmeno una parola. Sono Fassino, e il suo grippo dirigente che si dissociano dalla maggioranza del paese, con i loro distinguo inaccettabili”.

Erano i giorni in cui quasi in ogni balcone d’Italia era esposta una bandiera arcobaleno, in segno di protesta contro la guerra. Strada rincarò la dose e disse: “Quando gli eserciti che adesso si impiegano in una guerra Santa in nome dei supremi valori di libertà dell’Occidente se ne andranno, i loro alleati si squaglieranno come neve al sole e in Afghanistan tornerà al potere chi c’era prima”. Ovvero i talebani.

A chi gli rimproverava di essere un “pacifista utopista” senza contatti con la realtà rispondeva con un’altra battuta destinata a far discutere: “Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra”. Poi inventò un altro slogan destinato a diventare celebre: “Noi siamo contro tutte le guerre, senza Se e senza Ma”.

Oggi quel cerchio afghano si è chiuso, proprio mentre Strada ci lascia. Ma Gino scese in campo anche ai tempi del governo gialloverde, nell’estate degli sbarchi e di Matteo Salvini ministro: “Non è un leader politico. È uno che sequestra bambini”. Mobilitò Emergency nel Mediterraneo, venne in Televisione a dire: “Salvini è un fascista e spero che si tolga dai coglioni!”. Poi un lungo silenzio. Poi la notizia della sua morte improvvisa, che arriva come un fulmine a ciel sereno.

Si poteva condividere tutto i nulla delle sue idee, ma non negare che Gino rischiava sempre la pelle per difendere quelli che lui considerava i più deboli. A questa Italia semi-anestetizzata del tempo dei governissimi unanimi, la sua voce ribelle mancherà.

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