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Il coraggio delle proprie idee

Immagine di copertina
JOHN MOORE / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

Quando la giornalista e documentarista d’inchiesta Francesca Nava si mise in contatto con me per la prima volta era il 13 marzo 2020. Mi disse che aveva una “denuncia” da pubblicare sul Coronavirus in provincia di Bergamo. L’Italia era nel caos. Il mondo presto lo sarebbe stato. In redazione non avevamo ancora chiara la portata degli eventi che stavano per travolgere l’intero pianeta. Non ci capivamo granché. Nessuno ci capiva granché, per la verità. Nonostante tutto, però, era chiaro che «qualcosa stava accadendo» in Lombardia. C’era un fuoco che covava sotto la cenere.

Dobbiamo ora riavvolgere il nastro e tornare a quel terribile mese che cambiò la nostra storia per sempre. Trenta giorni – tra il 23 febbraio e il 23 marzo – che resero l’Italia uno dei Paesi più colpiti dalla pandemia, causando oltre 160mila vittime e falcidiando interi settori della nostra economia, piegando la nostra sanità.

Quattro giorni dopo quel primo contatto con Francesca, il 17 marzo, pubblicammo sul nostro sito un articolo a sua firma il cui titolo, forse all’epoca eccessivamente ambizioso, recitava: “Coronavirus Anno Zero, quel 23 febbraio all’ospedale di Alzano Lombardo: così Bergamo è diventata il lazzaretto d’Italia”. Non lo sapevamo ancora, ma stavamo descrivendo l’inizio della fine. Quanto stava accadendo nella Val Seriana, in provincia di Bergamo, fu largamente sottostimato. Dovete immaginare una porzione di terra ad altissima densità di imprese che ospita quasi 2.500 aziende, circa 30mila tra dipendenti e addetti ai lavori, e un fatturato da 5 miliardi di euro l’anno. La globalizzazione, potremmo dire, ha fatto scuola nella Bergamasca. E «la produzione non poteva essere fermata» ammise il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti.

Va da sé che, diversamente da quanto accaduto a Codogno, la zona rossa per Alzano Lombardo e Nembro – due tra i comuni della Bergamasca più colpiti, dove avevano sede o abitavano molti degli impiegati delle fabbriche locali – rimase per sempre un miraggio. Fu così che tra omissioni, verità negate e decisioni mai prese quell’area in provincia di Bergamo divenne “Il Focolaio”. Dove tutto iniziò. E si allargò a tal punto, nei giorni e nelle settimane a venire, da essere uno dei motivi per cui la Lombardia prima, e l’Italia intera poi, subirono un contraccolpo così duro. Per dirla con le parole dell’allora direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, Giovanni Rezza, a quel punto «i buoi erano già scappati dal recinto». Da tempo ormai.

Due anni più tardi, per la prima volta dall’inizio della pandemia, possiamo dire che il titolo di quel primo articolo dopo tutto non era poi così ambizioso. Quella “denuncia” fu la prima di una lunga serie di articoli d’inchiesta, a firma di Francesca Nava, che de-costruirono la narrativa sulla Lombardia locomotiva d’Europa e fecero a pezzi la propaganda della Regione (e del governo) sulla gestione sanitaria della pandemia. Tutti quegli articoli pubblicati sul nostro sito, e già raccolti in un e-book edito da Piemme Editore (Mondadori), valsero alla nostra testata il Premio Ischia internazionale di giornalismo per la copertura dell’emergenza Covid-19 e per la corposa inchiesta di Francesca Nava sulla gestione della sanità pubblica in Lombardia durante la pandemia.

Dopo dibattiti infuocati sul virus e sul ruolo che le Regioni, il governo e lo Stato ebbero nella gestione della pandemia, “The Post Internazionale” pubblica la ricostruzione più accurata e completa su quanto è accaduto in Italia in quei terribili mesi. Un racconto inedito e di eccezionale importanza, impreziosito da documenti esclusivi, fatti inediti, circostanze prima d’ora mai appurate, che mette in fila, uno per uno, i responsabili di uno dei periodi più bui della nostra storia recente. Medici, dirigenti sanitari, assessori, presidenti di Regione, ministri. L’intera catena di comando.

Questa, in fin dei conti, è la storia di come scienza e politica non vadano spesso a braccetto, laddove le richieste della prima, a tutela dell’interesse pubblico, non incontrano quasi mai le esigenze della seconda, perlopiù a tutela dell’interesse privato. Ed è anche la prova di quanto in questo Paese il profitto abbia quasi sempre la meglio sulla salute. Infine, è la dimostrazione di quanto fosse fragile il sistema sanitario lombardo, al 75 per cento in mano ai privati, con la medicina territoriale assente e i pazienti abbandonati a loro stessi. Un ulteriore esempio di come il modello privatistico non fosse adeguato in una crisi necessariamente pubblica, che andava cioè gestita dallo Stato, e di come sia collassato su se stesso perché incapace di fare fronte a una pandemia di tali dimensioni.

L’inchiesta che qui vi proponiamo, e che trovate in versione integrale nel libro-inchiesta da 120 pagine che trovate in edicola in abbinamento libero alla nostra rivista, non ricerca la verità giudiziaria (che pure verrà fuori, visto che la Procura di Bergamo ha aperto un’indagine per epidemia colposa) ma fornisce le risposte a chi per mesi ha ricercato invano la verità su quanto accaduto ai propri cari.

Intendiamoci su un punto: la pandemia ha travolto tutti, ricchi e poveri, e ha sorpreso ogni nazione convinta che il progresso economico potesse sempre e comunque domare quello scientifico. Nulla di più falso. Il piano pandemico nazionale in Italia non veniva aggiornato da anni. La sanità era a pezzi (e le promesse per ricostruirne una più solida sono naufragate). Per questo lo tsunami avrebbe sconquassato ogni cosa, indipendentemente da chi avesse rivestito in quel momento cariche decisionali.

Ma come ricorderete, nell’enfasi della solidarietà di chi cantava dai balconi, ogni domanda giornalistica appariva fuori luogo. C’era chi, in quei primi periodi di lockdown, linciava cronisti e inviati alla ricerca di qualche spiraglio di verità. Ebbene in ogni guerra il giornalismo ha sempre svolto la sua funzione: fare domande e raccontare i fatti nell’interesse pubblico. Così abbiamo fatto e così abbiamo continuato a fare. Ed è grazie a questa determinazione che oggi è possibile ricostruire un primo importante tassello di verità su quanto accaduto. È grazie a giornalisti come Francesca Nava e Gessica Costanzo, di Valseriana News, che è oggi possibile mettere un punto nel tentativo di restituire un briciolo di dignità a chi ha sofferto.

Molto probabilmente, se Francesca Nava non fosse nata a Bergamo, non avrebbe avuto accesso – pur con mille difficoltà – a una così vasta rete di fonti disposte a collaborare. Un lavoro lungo due anni, certosino, pieno di insidie. Destreggiandosi tra gli omissis di chi ha tentato, e ancora oggi tenta, di insabbiare fatti e prove. E sfidando il mito di una giunta regionale che ha dimostrato tutti i suoi limiti, ben oltre l’imponderabilità del virus (fornendo, tra l’altro, in questi due anni dati poco trasparenti sul Covid nella comunicazione con il pubblico).

Alcuni dei documenti che pubblichiamo sarebbero dovuti essere resi pubblici molto tempo prima che fossimo noi a pubblicarli. E invece sono stati sempre negati, omessi, nascosti. Secretati. Reperire questa documentazione è stato complicatissimo. Un muro di gomma apparentemente incrollabile.

I documenti e le prove che Francesca Nava ha tirato fuori grazie a un meticoloso lavoro di fact-checking, quella lettera del direttore dell’ospedale di Alzano e le testimonianze chiave del personale sanitario che ha ammesso che il Pronto Soccorso non venne mai sanificato (e che doveva essere chiuso), la nota riservata dell’Iss con cui venne chiesta per ben due volte l’istituzione della zona rossa ad Alzano e Nembro, la storia incredibile di un contagio intercontinentale che da Alzano arrivò fino a Cuba passando per Madrid, la pressione delle imprese locali sulla politica, le dichiarazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte in seguito a quanto trapelato grazie al nostro lavoro; tutto questo ha reso giustizia ai cittadini della Lombardia, verso i quali TPI credo abbia fornito un servizio pubblico di importanza cruciale.

Il libro edito da TPI Books, in edicola insieme al nostro settimanale dal 10 giugno 2022, serve oggi e servirà negli anni alla memoria di tutti noi. Per chi c’era e ha vissuto. Per chi verrà e non ha vissuto. Per non dimenticare. E per evitare che accada di nuovo. Ecco a voi le verità negate sul Covid.

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