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    600 euro per le partite Iva? Altro che helicopter money, il Governo italiano non ha capito cosa sta succedendo

    Il premier italiano Giuseppe Conte. Credit: ANSA

    Friedman ne spiegò l’impiego e la soglia oltre la quale i danni sono superiori ai benefici, ma la misura del governo per gli autonomi evidenzia inconsapevolezza storica ed economica

    Di Edoardo Fusco Femiano
    Pubblicato il 3 Apr. 2020 alle 11:42 Aggiornato il 3 Apr. 2020 alle 12:32

    Nell’ultimo mese, tra le infinite definizioni che gli italiani hanno cercato su Google, helicopter money gareggia addirittura con lievito madre, evidentemente la quarantena forzata imposta dal Covid19 fa venire voglia di tornare alle tradizioni. Era infatti il 1969 quando Milton Friedman scrisse “The Optimum Quantity of Money”, utilizzando l’iperbole di un elicottero che lancia soldi sulle persone, ovviamente pronte e raccoglierli. Oggi, nel pieno di uno shock che non ha precedenti nella storia economica dell’ultimo secolo, in quanto simultaneo tanto sul lato della domanda che dell’offerta aggregata, si torna parlare di helicopter money come se la prossima pioggia, in una primavera tanto stupenda quanto inverosimile in quarantena, fosse destinata ad essere di banconote.

    Una premessa è obbligatoria: non esiste voce economica che oggi non si sia espressa a favore di un forte intervento a sostegno dei redditi, soprattutto delle fasce sociali più deboli, in un mondo economico alle prese con il lockdown sincronizzato: il mondo si è fermato e se non salviamo posti di lavoro, imprese ed imprenditori, siamo destinati ad uno straordinario periodo di depressione. Un fenomeno ben diverso dalla recessione, che è invece ciclica, quindi naturale, inevitabile. In un simile contesto, il ricorso all’ipotesi di helicopter money, sulla stampa e nel dibattito in generale, è stato confuso, sommario e spinto dall’italico desiderio di trovare, in una volta sola, la soluzione salvifica ai problemi di sempre. Ma cosa voleva dire Friedman con l’immagine di un elicottero che lancia soldi sulle persone?

    Il premio Nobel voleva argomentare un fenomeno ben preciso: in periodi di depressione economica, l’erogazione straordinaria, ossia una tantum, di risorse finanziarie a sostegno dei redditi non produce effetti inflazionistici, in quanto non modifica le aspettative degli stessi. Gli individui ristabiliscono la propria capacità consumo ma l’aumento della domanda non produce un effetto sui prezzi. Al contrario, se l’erogazione di risorse finanziarie diventa un fenomeno strutturale, ossia destinato a ripetersi nel tempo, l’offerta di moneta aumenta a fronte della medesima quantità prodotta, producendo inevitabilmente inflazione e perdita del potere d’acquisto.

    La distinzione è fondamentale e tutt’altro che accademica: rispondere ad uno shock esogeno, mediante un intervento di monetizzazione del deficit (ossia mettere soldi in tasca alle persone mediante emissioni straordinarie di debito pubblico, finanziato dalle banche centrali) che miri a stabilizzare la domanda aggregata, è scelta obbligatoria. Al contrario, considerare la monetizzazione dei deficit come la soluzione ultima, da adottare sistematicamente e nelle dosi straordinarie di questi tempi, significa giocare pericolosamente con l’ultima variabile che in questi anni è rimasta sotto controllo: l’inflazione. Come? Grazie alla dinamica dei salari.

    La rivoluzione tecnologica e la lenta uscita dalla crisi del 2008, in particolar modo per l’Europa, hanno frenato la crescita dei salari che, storicamente, rappresentano larga parte dei fattori di crescita dei prezzi. Ciò è avvenuto nonostante l’azione delle banche centrali, che in questi anni hanno portato i tassi a zero, sostenendo al massimo delle rispettive possibilità il ciclo economico. In altre parole: lo stimolo monetario all’economia è avvenuto senza farci pagare il costo di un’inflazione fuori controllo. Siamo sicuri che avverrà così anche in futuro?

     

     

    Recentemente la Fed ha lanciato ulteriori misure di stimolo, nel tentativo di rassicurare i mercati spaventati dalla rapida diffusione del Covid-19, spingendo i rendimenti dei titoli di stato ai minimi di sempre. Ad esempio, il decennale statunitense si è spinto fino al minimo storico dello 0.32%, risalendo oggi a circa lo 0.6%. Siamo sicuri che, dopo anni di bassi rendimenti, gli investitori saranno ancora disposti a ritorni talmente risibili, a fronte del rischio di una severa svalutazione della moneta? Il rischio potrebbe essere quello di uno strutturale rialzo del costo del credito, nella fallace idea che le banche centrali possano senza errori controllare il canale monetario ed il suo costo (la storia è piena di banche centrali che hanno perso il controllo della propria monetaria e Dio non voglia che accada dalle nostre parti!).

    Ma si sa: l’inflazione tocca solo i mercati e gli investitori, parliamo quindi della gente normale (Main Street la definiscono in America). Purtroppo per le persone socialmente più deboli è perfino peggiore. Per due ordini di motivi: in primis, perché non hanno la possibilità di recuperare parte dell’inflazione mediante investimenti a tassi d’interessi reali più elevati. Secondariamente, perché la svalutazione colpisce direttamente i salariati. Per essere più precisi: in un economia aperta, una svalutazione monetaria rappresenta una diretta perdita di potere d’acquisto per quella parte di paese che non esporta, ossia per chi non può trasferire sul cliente finale estero quella svalutazione. In termini pratici: l’imprenditore continua ad esportare a prezzi più alti, mentre il dipendente resta ancorato al salario pre-svalutazione.

    Nell’attuale crisi economica, ingenerata dalla diffusione del Covid-19, i diversi governi stanno reagendo mettendo in piedi diverse forme di risposta. Gli Stati Uniti, nell’arco di circa 10 giorni, hanno votato un piano di sostegno fiscale all’economia di 2.000 miliardi (pari a circa il 10% del PIL USA), l’Europa è divisa più che mai e l’Italia, la prima nazione colpita dagli effetti del virus, sta mostrando l’indecisione di chi non ha la comprensione della dimensione del fenomeno, né dell’azione economica ed organizzativa che sarà necessario mettere in piedi. Il PIL italiano vale circa 2.000 miliardi all’anno ed oltre il 50% è rappresentato da consumi, ossia mille miliardi.

     

     

    Le misure attualmente messe in atto dal governo non sono solo insufficienti a contenere la flessione del PIL (e la flessione di capacità produttiva a cui andremo incontro) ma evidenziano uno stato di smarrimento logico prima ancora che emotivo. In questa ottica, i richiami a forme di reddito universale, a prestiti illimitati con garanzia statale, uniti al ridicolo tentativo di giustificarle nella forma dell’helicopter money, altro non sono se non il disperato tentativo di confondere il dibattito e agitare gli animi, utilizzando termini ed espressioni in modo volutamente manipolatorio. 25 miliardi di espansione fiscale sono solo la punta dell’iceberg: la nazione ha bisogno di multipli di questa cifra.

    Tuttavia, è necessario assumersi la responsabilità di spiegare al paese che misure ben più espansive sono necessarie, ma devono essere transitorie, semplicemente perché orientate a stabilizzare la domanda aggregata, nell’attesa che l’offerta, ossia il mondo produttivo, ritorni al lavoro. Se verrà fatto ciò, non ci sarà effetto sui prezzi e avremo salvato la domanda, oltre che il potere d’acquisto, delle famiglie. Diversamente, l’ipotesi di assimilare l’elicottero di Friedman ad incrementi strutturali di spesa pubblica, per sostenere i consumi, produrrebbe danni permanenti sul potere d’acquisto delle famiglie. A quel punto, sono pronto a scommettere, il prossimo hot topic su Google Trends sarebbe Repubblica di Weimar inflazione.

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