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Conte è lo specchio dell’Italia, dove l’incertezza è un costo più alto della crisi stessa

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C’è un elemento, tra quanto accade oggi, che dovrebbe far sollevare qualche riflessione rispetto all’operato di Giuseppe Conte, ed è il tema della comunicazione. Negli ultimi mesi, a imprese e cittadini italiani sono stati trasmesse comunicazioni confuse ambigue, imprecise contraddittorie. Dal “si può uscire ma con attenzione”, con gli esiti che ricordiamo, al “si può uscire, ma solo per necessità”, senza definire lo stato di necessità, al “si può uscire nelle vicinanze”, senza fornire alcuna indicazione su distanze.

Difficile dimenticare, inoltre, la fuga di notizie del provvedimento di chiusura delle frontiere regionali e comunali, che prima di essere emanato e annunciato pubblicamente, girava su centinaia di migliaia di chat Whatsapp, con le conseguenze che ricordiamo. In questo contesto si inserisce, con una certa coerenza, l’ultimo capolavoro di comunicazione del Premier: l’obbligo di chiusura di servizi “non necessari”.

Sulle pagine di tutto il mondo giornalisti ed analisti si stanno chiedendo: cosa significa non necessari? Lo stesso quesito se lo pongono, legittimamente, gli imprenditori, e ad oggi l’elenco dei codici di attività che verranno bloccate dal decreto, rimane ancora un mistero, persino per gli addetti ai lavori e i rappresentanti di categoria. Il costo di questa incertezza, così ben distribuita nelle scelte e nelle comunicazioni del Premier di questo ultimo mese, è però molto alto: a fondi ed investitori internazionali può ancora interessare investire in mercati difficili, ma meno in mercati incerti.

L’incertezza rappresenta un costo ben più alto della crisi. La misurazione del rischio politico di un investimento si basa su diversi fattori, viene calcolata attraverso strumenti matematici, sociologici, economici. Questo elemento viene inserito nei report di analisi del rischio politico per imprese, società, investitori, e concorre ad incentivare o disincentivare la promozione di un investimento.

Non possiamo negare che gli elementi più critici della comunicazione e delle decisioni di Giuseppe Conte sono lo specchio di un intero sistema-Paese. Dove l’incertezza domina anche i meccanismi della burocrazia, in parte anche della giustizia, e, ovviamente della politica. Se non è difficile misurare le conseguenze economiche dell’incertezza, più complesso diventa analizzare i possibili effetti sulla cultura, e sull’opinione pubblica.

L’approccio indeciso e maldestro delle istituzioni ha dato input all’opinione pubblica di iniziare ad “invidiare” sistemi politici come quello del Governo Cinese, dove le libertà civili sono state ulteriormente ridotte, in ottica di risoluzione della crisi, ma anche di perseguimento degli interessi di controllo e di potere del Partito Comunista Cinese. E’ evidente che queste politiche, sebbene postume alla diffusione del problema, possono sembrare maggiormente efficaci, ma non sono esenti da esternalità negative.

Tra un paese in regime dittatoriale e un paese nel quale la classe politica non è in grado di prendere e comunicare decisioni coerenti, ci sono enormi spazi di miglioramento, dall’una, e dall’altra parte. L’aver trasmesso messaggi incoerenti e deboli, ci porterà al duplice problema di avere investitori scoraggiati, e cittadini speranzosi di poter sostenere il prossimo dittatore italiano. Meno libertà, meno investimenti, e più Stato. Come se questo, avesse mai funzionato nella storia.

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