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Governissimo? No grazie: è storicamente dimostrato che questa strategia non funziona in Italia

Di Luca Telese
Pubblicato il 18 Nov. 2020 alle 18:59
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Immagine di copertina
A sinistra il premier Giuseppe Conte. A destra l'ex premier e leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Credit: Ansa

È utile al paese un nuovo “governissimo” che nasca nel tempo del Covid come risposta all’emergenza? Per quanto la proposta arrivi dalla mente fervida e appassionata di Goffredo Bettini, la domanda è ineludibile: e il punto è capire se in Italia oggi può essere utile portare Forza Italia al governo, in alleanza con la maggioranza giallorossa.

Cosa abbia prodotto questa precipitazione politica, e questa proposta avanzata da uno dei cervelli politici del Pd è noto: la credibilità delle istituzioni nel tempo della crisi è bassissima, il conflitto stato-regioni è ormai endemico (e devastante), i numeri della maggioranza (soprattutto) al Senato sono teoricamente ballerini (per effetto delle tante emorragie subite dal gruppo del M5s).

Sul fronte dell’opposizione, poi, c’è il vuoto. Intanto perché i l tentavo di spallata, che è la strategia del centrodestra da due anni, è fallito. E poi perché i due astri del centrodestra si muovono su traiettorie orbitali antitetiche: da un lato Matteo Salvini, che – pur essendo ancora leader – non è riuscito a reinventarsi una narrazione dopo la sconfitta della strategia del Papeete. Dall’altra una Giorgia Meloni in ascesa, capace di capitalizzare consensi, ma ancora nel ruolo formale (sarà così fino alle politiche, poi decideranno gli elettori) di alleato di minoranza.

In mezzo a questi due giganti, c’è il Bonsai di Forza Italia, ovvero quel che resta dell’eredità morale del Caimano nella politica italiana. È un patito del 5-6 per cento, elettoralmente di destra, e sempre schierato a destra in tutte le regionali, con un gruppo dirigente composito, variegato ed inquieto. Dove vuole approdare questa classe dirigente? Mistero. Non c’è dibattito politico, non ci sono congressi, solo cordate di palazzo.

Il cosiddetto lodo salva-Mediaset è stato il passo propiziatore con cui la maggioranza giallorossa, difendendo “l’italianità” delle imprese ha regalato un salvagente a Silvio Berlusconi per proteggersi dalla scalata di Vivendi. E su un altro piatto dell’accordo Berlusconi ha potuto ventilare la “non ostilità” al governo di una grande azienda come Mediaset, che fra l’altro esce rafforzata nella sfida degli ascolti contro la Rai, e che hai nei suoi talk di opposizione la punta di diamante.

Quindi Berlusconi si istituzionalizza nel suo nuovo ruolo di possibile padre della patria, il governo si risolve qualche problema in parlamento (e qualcuno nei rapporti di forza interni), il Cavaliere salva le sue televisioni, la sua classe dirigente ritorna in maggioranza, e si ritempra del disagio con i confortevoli crucci del sottogoverno. Tutti felici e contenti, dunque? Io non credo.

È vero che la crisi durissima sarebbe un ottimo pretesto per una stagione di unità nazionale. E quindi la domanda brutale, ma reale, è: why not, perché no? La mia risposta è altrettanto semplice e dritta: perché no. E non per un senso di stizza, o per un riflesso condizionato di antiberlusconismo residuale (è dal 2012 che, a mio parere, questo problema non esiste più). Il Caimano ha cambiato molto profondamente la sua politica e la sua identità: non è più il campione della divisione, ma un potenziale conciliatore. Chiusa la stagione del Potere gestito in prima persona, il suo partito è diventato profondamente diverso da quello del decreto bulgaro, delle leggi sul conflitto di interessi, della stagione decadente delle veline e delle olgettine.

Ma il punto mi pare un altro, e lo riassumo così, con due argomentazioni sintetiche. Fondere i voti dei giallorossi e dei berlusconiani sarebbe in ogni caso un’operazione trasformistica. E il trasformismo, in tutte le sue incarnazioni più o meno sedicenti, da Agostino De Pretis in poi, non ha mai dato frutti utili alla storia del paese. Non solo non è eticamente corretto – prendere voti a destra e portarli a sinistra, o viceversa – ma si è storicamente rivelato non utile, perché logora in primo luogo i suoi protagonisti.

Non produsse frutti duraturi – infatti – il trasformismo dell’età liberale, messo in crisi dall’avvento dei partiti di massa. Non ebbe esiti positivi il trasformismo interventistico (che preparò il fascismo) non finì bene nemmeno l’alta stagione dell’Unita nazionale immaginata da Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, e nella seconda Repubblica. Finirono malissimo – per dire – sia il microtrasformismo di conio “cossighiano” che consentì la nascita del governo D’Alema, sia il microtrasformismo scilipotistico che portò voti dipietristi nelle braccia del Cavaliere. E abortì persino quello “futurista” di Gianfranco Fini, che immaginava una nuova destra rigenerata dall’abbraccio con la sinistra, dopo essersi sostituta a quella Berlusconiana. Fatto sta che Berlusconi è ancora in campo mentre Futuro è Libertà non esiste più.

In nessuno di questi molteplici e diversissimi casi, il salto della barricata ha prodotto una posizione politica che sopravvivesse ad un’utilità personale. In nessuno di questi casi il trasformismo ha rafforza i contraenti: nel 1979 il PCI uscì con le ossa rotte dalla fine della solidarietà nazionale. Nel 2000 Cossiga non riuscì a tener viva la sua Udr (e nemmeno a restarci dentro lui). Nel 2010 Razzi e Scilipoti divennero immediatamente caricature politiche. Nel 2011 – come abbiamo visto – il partito di Fini uscito dal centrodestra dopo il famoso “Che fai, mi cacci?”, si dissolse nel nulla, passando dall’undici per cento del sondaggi all’uno virgola.

Quindi non solo non è eticamente giusto, ma è anche storicamente dimostrato che il trasformismo è una droga molto seducente nella politica italiana, ma già nel medio periodo non funziona. D’altra parte è il tradimento più grande di una missione elettorale e di una identità: il parto delle urne. Mai nel 2018 un elettore di Forza Italia avrebbe pensato che con il suo voto avrebbe tenuto al governo Beppe Grillo (insultato in tutta la campagna elettorale da Silvio Berlusconi), mai un elettore del Movimento 5 stelle avrebbe potuto ipotizzare che con il suo voto avrebbe richiamato al governo il Cavaliere (che Grillo ha ribattezzato “lo psiconano”).

Quanto al Pd, ha appena recuperato quattro punti di consenso, proprio perché ha archiviato le ambiguità trasformistiche del Nazareno renziano. Ritornare su questi passi sarebbe solo un accanimento. Di fronte a questa ipotesi, dunque, si può solo rispondere con l’unico antidoto possibile: vogliono cooptare una destra al governo, dopo tutto quello che è accaduto? Se pensano che i loro elettori gradirebbero, si presentino insieme alle elezioni. Altrimenti, come dicono i francesi, ognuno resti “chez soi”. Ovvero a casa propria.

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