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L’Italia può farcela, ma la classe dirigente deve pensare alla storia e non ai propri interessi e carriere personali (di Goffredo Bettini)

Di Goffredo Bettini
Pubblicato il 27 Giu. 2020 alle 14:37 Aggiornato il 28 Giu. 2020 alle 14:34
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Il nostro è uno dei tanti momenti nei quali le classi dirigenti italiane sembrano perdere il filo della storia ed anche il buonsenso. Si sfrangiano e non colgono le occasioni che hanno di fronte. È una ricorrente debolezza nazionale, raramente smentita. Solo nella lotta per la Liberazione e poi nello sforzo unitario Costituente seppero unirsi gli elementi migliori di ogni schieramento politico, per un obiettivo comune. I comunisti sulle montagne italiane furono al fianco dei monarchici, la sinistra laica e repubblicana trovò l’intesa con il profondo sentire cattolico nella scrittura della Costituzione. In quel marasma storico, emerse una classe dirigente alta che poi resse la Repubblica per almeno trent’anni. Oggi invece paiono ritornare nella forma più perniciosa i vecchi vizi.

Vediamo i fatti. Con la formazione del governo Conte II, propiziato da Renzi e rafforzato nella sua impostazione dal Pd come governo di legislatura, la classe dirigente italiana ha impedito il dilagare della destra sovranista e illiberale di Salvini e della Meloni, la quale aggiunge una notevole coloritura neofascista a tutta la compagnia. Ma, si dice, non basta unirsi attorno a un “no”. Affermazione banale. Intanto se non si afferma un proprio “no”, vince il “sì” dei tuoi avversari. Che nel nostro caso non sarebbero stati i rappresentanti di una destra normale, ma la sintesi destabilizzante e autoritaria tra il nuovo vento nazionalista e razzista che scorre nelle vene dell’Europa contemporanea e le vecchie nostalgie, mai completamente sopite in una parte degli italiani, della dittatura fascista che portò alla rovina il nostro Paese.

Potete immaginare cosa sarebbe accaduto se il Covid e il rapporto con l’Europa fossero stati gestiti dai Bolsonaro nostrani. Benedetto, dunque, quel “no”! E poi, com’è ovvio, il “no” è la condizione preliminare per cominciare a costruire i propri “sì”. Infatti, il governo Conte ha affrontato l’emergenza sanitaria ed economico-sociale in modo dignitoso e positivo: salvare le vite umane, non abbandonare nessuno, sostenere i lavoratori e le imprese, suscitare un sentimento di solidarietà tra le persone sole e in sofferenza. Tutto il contrario delle grida guerriere, ciniche, disumane e del tutto inefficaci di Trump e della schiera dei leader ultraliberisti del mondo.

E poi, il governo Conte è stato decisivo per far cambiare rotta all’Europa dell’austerità, portandola sulla strada del tutto nuova di un comune sostegno alla ripresa e al riscatto, dopo la tragedia, dei nostri popoli. L’Italia potrà ottenere immense risorse, mai avute in precedenza e in buona parte a fondo perduto. Bene: ci sarebbero le possibilità e lo spazio per realizzare tutti assieme un passo in avanti nella progettualità sul futuro e nell’unità politica delle forze democratiche. E invece la maionese sembra impazzire. Non per dati oggettivi. Ma per difetti soggettivi.

Con le scissioni dal Pd pareva potersi costituire un polo unitario liberale con Calenda, Renzi e la Bonino, in grado anche di attrarre tante personalità moderate, persino conservatrici, dell’area di Forza Italia, indisposte a sottostare al comando di Salvini e della Meloni. Non si è realizzato nulla di tutto questo.

Calenda è incompatibile non solo con il Movimento 5 Stelle, ma con tutti quelli che non sono lui. Vaga solitario nell’etere, accusando gli altri di incompetenza e di mancanza di rigore. Una sorta di ayatollah senza popolo ma con la saccenza e la presunzione che farebbero immaginare un consenso molto più alto del suo 2 o 3%. Che per altro non sa dove portare.

E Renzi, il quale disorienta anche il suo più appassionato ammiratore affermando che non c’è possibilità di un rapporto vero e duraturo con il Movimento 5 Stelle e nello stesso tempo proponendo un patto nell’attuale governo per durare fino alla scadenza della Presidenza della Repubblica e, quindi, per affrontare inevitabilmente insieme tutta la strategia di utilizzo delle risorse del Recovery fund nei prossimi decisivi 18 mesi.

Non ci sono ragioni oggettive per questo delirio di conflitti anche in quel perimetro elettorale, in Italia sempre modesto, di ispirazione laica e liberale, che invece adesso a certe condizioni potrebbe essere una delle gambe più solide e influenti di un futuro campo democratico stabile e plurale.

I 5stelle, poi, che sul piano elettorale pare abbiano invertito la tendenza alla discesa e, comunque, si sono cimentati in quest’ultimo anno di governo acquisendo un profilo nuovo, sono invece quantomai divisi, oscuri nei loro intendimenti di fondo, cangianti nelle loro varie posizioni. In fondo sono quelli che esprimono più direttamente un premier serio e diventato popolare, ma invece di esserne un supporto autorevole e sereno spesso sono la causa di tanti piccoli o grandi impedimenti allo svilupparsi rapido della sua azione.

Il dibattito sul Mes ne è l’esempio più clamoroso: prestiti a zero interessi e senza condizionalità, da investire sulla sanità, vengono mal digeriti per una questione prettamente ideologica. Eppure i 5stelle contengono ancora tanti fermenti, stimoli, sensibilità, penso all’ambiente o al sostegno ai redditi di chi non ce la fa, che potrebbero tranquillamente candidarsi a forza innovatrice, centrale e sempre più a vocazione di governo.

E infine il Pd. Ha fatto coincidere totalmente la sua identità nel compito di salvare e rinnovare l’Italia durante la tempesta del Covid. D’altra parte non vedo altra funzione, in questo momento, se non legare il proprio destino a quello della nazione. Eppure anche nel Pd, in questo frangente, sono emerse polemiche politiciste e sugli organigrammi. Mettendo in discussione un segretario, Zingaretti, che ha preso il Pd in un pantano difficilmente descrivibile, che ha resistito a numerose scissioni incrementando anche il consenso elettorale del partito, che ha portato l’unità interna, rendendo il Pd il pilastro dell’esecutivo di Conte.

Alla fine il Pd, per il fatto stesso di essere in piedi, il più forte e il più unitario, rischia di diventare il bersaglio di tutti quelli che hanno fallito nelle loro strategie e che hanno un interrogativo sull’indirizzo strategico da dare alla loro forza politica.

In questo contesto si indebolisce, inevitabilmente, anche l’azione di Conte. Frastornato. Pressato. Intimidito. Tanto che alla fine appare egli stesso, in queste ore, indeciso e più debole. Si fa un gran chiacchierare su chi alla fine staccherà la spina a questo esecutivo. Ma in questo stato di fragilità, non c’è bisogno di interrogarsi sul possibile e irresponsabile colpevole. Un qualsiasi incidente, una qualsiasi provocazione, un’imboscata parlamentare possono far crollare tutto.

A chi vuole sfasciare, sembrano provvidenziali le prossime elezioni regionali. Se andranno male per la sinistra, si prevede un rompete le righe generale. Nei partiti e nel governo. E, paradossalmente, la stessa maggioranza che è unita a livello nazionale, di fronte a questo pericolo, non trova il modo di raccogliersi attorno a candidati unitari, nelle varie regioni, rendendo più probabile una nostra sconfitta. Ma tutto questo rimestio: per andare dove? Votare con questa legge elettorale e dopo il referendum, che riduce a 400 i parlamentari, sarebbe il più grande regalo alla destra sovranista che potrebbe realizzare una maggioranza bulgara, per emarginare l’opposizione e scegliere da sola un Capo dello stato, come ha giustamente ricordato Renzi, simile a Orban.

Se riuscissimo, invece, ad approvare una legge proporzionale con uno sbarramento, in verità ci troveremmo di fronte, dopo la consultazione elettorale, nella stessa condizione di oggi. Perché la speranza di unire i vari partiti del campo democratico dopo elezioni di questo genere, comporterebbe inevitabilmente di nuovo un compromesso tra la sinistra, il Movimento 5 Stelle ed un eventuale polo liberale. Si riproporrebbe, nel migliore dei casi, ciò che c’è oggi.

C’è infine chi pensa di cambiare la legge elettorale collegandola ad una riforma costituzionale in senso semipresidenzialista alla francese. Tale opzione impegnerebbe la politica, in questo momento e per lungo tempo, su un terreno totalmente distante dall’emergenza sociale e dalle preoccupazioni vere degli italiani. Per altro, tale tentativo avrebbe esiti positivi del tutto improbabili. Allora qual è la sola vera prospettiva sulla quale incrementare uno sforzo di tutti e la consapevolezza che se essa fallisse inevitabilmente consegneremmo, per molti anni e per responsabilità soggettive nostre, il bastone del comando alla destra?

Tale prospettiva, volta a rafforzare la Repubblica e a superare vecchie ingiustizie e assetti consolidati che hanno portato alla fragilità del nostro Paese, deve partire da uno slancio di generosità e di responsabilità. La condizione è immergerci di più nella vita, nelle esistenze delle persone che soffrono condizioni e dolori diversi, che dobbiamo saper indagare, leggere e risolvere. Occorre, inoltre, chiudere alcuni dossier che sono sul tappeto da troppo tempo. Bloccati dalle nostre reciproche incertezze. Alitalia, Autostrade, l’Ilva, il Mes, e potrei continuare.

Conte decida, i dilemmi sono chiari. Il Pd lo sosterrà. Inoltre i ministri debbono aiutare maggiormente il premier, avanzando sulle materie di cui si occupano non un corollario di possibilità ma soluzioni precise di cui si devono assumere le responsabilità. Dopo gli stati generali, che sono stati un’utile occasione di confronto, è il momento di stringere su progetti concreti e ben fatti in vista della data di ottobre, nella quale l’Italia e la Commissione europea dovranno rendere chiaro e decidere il programma di utilizzazione delle risorse europee. Le linee guida ci sono. Anche le priorità.

Abbiamo detto: digitalizzazione, scuola, scuola e ancora scuola. Ricerca e università. Sostegno alle medie e piccole imprese che faticano, danno occupazione in Italia, non portano i soldi all’estero. E sono un tessuto di solidarietà, di civiltà e di identità dei nostri meravigliosi territori. Lotta alla rendita e aiuto a chi lavora. Accorciare le distanze sociali, perché così si può produrre meglio nella reciproca fiducia.

Ecco, per fare tutto questo ci manca quel salto di qualità che non riusciamo ancora a produrre. Che ci permetterebbe di ragionare come una nuova classe dirigente per l’Italia del domani. Ci manca la capacità di vedere e di appassionarci attorno ad una prospettiva storica, senza essere condizionati e infestati da leader che considerano la storia solo ciò che loro stessi, personalmente, sperano di poter ottenere nelle loro carriere. Il premier per guidare questo nuovo processo c’è. Ed è Conte. Ma serve, soprattutto a lui quel salto a cui mi riferivo prima, indispensabile anche alla stessa tenuta di Zingaretti, che altrimenti non potrà da solo fermare il precipitare degli avvenimenti negativi.

Infatti su di lui, il più mite e quello senza il tormento di accrescere il proprio potere e la propria forza, si scaricheranno, anche nel partito, le tensioni di una situazione generale di irresponsabilità, incertezza e debolezza. Ma si illudono coloro che pensano che al Pd e allo stesso Zingaretti, per quanto lo posso conoscere, sia accettabile questo destino e sia “dolce naufragare in questo mare”.

Leggi anche: 1.Gori sbaglia: non serve un altro segretario, ma un altro Pd (di Chiara Geloni) / 2. Cuperlo a TPI: “Gori è più a destra di Confindustria, il Pd è ancora un partito di correnti”

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