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La Stampubblica: sui giornali degli Elkann oggi Gianni Agnelli è “l’uomo del Rinascimento”

Di Enrico Mingori
Pubblicato il 12 Mar. 2021 alle 19:01 Aggiornato il 12 Mar. 2021 alle 19:50
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Immagine di copertina
Credit: ANSA

Oggi, venerdì 12 marzo 2021, Giovanni Agnelli compirebbe 100 anni. Su La Repubblica viene ricordato con una intervista del direttore Maurizio Molinari a Henry Kissinger, potentissimo segretario di Stato degli Usa sotto la presidenza Nixon, nonché amico intimo dell’Avvocato. “Gianni Agnelli era un uomo del Rinascimento”, dice Kissinger e titola Repubblica.

Definizione molto simile a quella proposta cinque giorni fa dal nipote di Agnelli, John Elkann e presidente di Stellantis (cioè la nipote della Fiat), intervistato dal direttore de La Stampa, Massimo Giannini. Oggi – dice Jaki – nonno Gianni “ci avrebbe sollecitato ad usare al meglio la tecnologia e ad affrontare la sfida ambientale. Ci avrebbe stimolato a trovare soluzioni creative e credibili”.

Peccato solo che, sotto la presidenza di Gianni Agnelli (1966-1996), la Fiat visse una delle stagioni più difficili della sua storia.

Sì, certo, c’era anche la crisi petrolifera. E nel 1980 i sindacati furono clamorosamente sconfitti con la “marcia dei 40mila”, è vero. Ma la Fiat in quel trentennio palesò tutta la sua arretratezza industriale, senza mai riuscire a tenere il passo – solo per stare in Europa – dei tedeschi e dei francesi.

Un’arretratezza proseguita anche dopo la presidenza Agnelli e che perdura tutt’oggi, con le fabbriche dell’ex Fca che maneggiano l’elettrico più o meno con la stessa dimestichezza con cui un uomo degli anni Ottanta tratterebbe uno smartphone, mentre Volkswagen ha superato nel campo finanche l’avveneristica Tesla (vedremo se con Stellantis cambierà qualcosa).

La Fiat dell’Avvocato, dicevamo. Nel 1976 arrivò in suo soccorso dalla Libia il colonnello Gheddafi, che si comprò il 10% delle azioni in cambio di 415 milioni di dollari. Ossigeno vitale per il bilancio della casa torinese, che versava in profondo rosso. Ma furono soprattutto i ripetuti e abbondanti aiuti da parte dello Stato italiano a salvare l’azienda degli Agnelli, che in una quindicina d’anni ricevette la bellezza di 5,6 miliardi di euro di denaro pubblico. Una precarietà ben poco “rinascimentale”.

Così come ben poco “rinascimentali” furono alcune delle frequentazioni di Gianni Agnelli. Dai già citati rapporti con Gheddafi fino all’uomo di cui sopra, Henry Kissinger, il quale – benché nel 1973 sia stato insignito del Premio Nobel per la Pace (per aver contribuito a far cessare la guerra in Vietnam) – fu anche il regista occulto del sanguinoso golpe di Augusto Pinochet in Cile, nonché sostenitore e generoso finanziatore del regime militare che terrorizzò l’Argentina tra gli anni Settanta e Ottanta.

“Parlavamo tre o quattro volte a settimana al telefono. Di politica americana come di politica interna italiana, di economia come di affari internazionali e di sport”, dice oggi Kissinger ricordando la lunga amicizia con l’Avvocato.

Forse oggi la parola “Rinascimento” è un poco abusata. Matteo Renzi, senatore e leader di Italia Viva, dice addirittura che il “Nuovo Rinascimento” sarà in Arabia Saudita, dove, tra le moltissime altre cose, pare che il figlio del re abbia fatto tagliare a pezzi un giornalista scomodo. Forse proprio l’abuso di questa parola – “Rinascimento” – tradisce appunto nient’altro che una gran voglia di rinascita. Che non può esserci se non in un periodo di buio, di crisi.

Certo, Gianni Agnelli è stato un uomo intelligente, un maestro di stile, un cultore del bello. Arguto, raffinato, esteta. Ma “uomo del Rinascimento” ci sembra epiteto azzardato. Perfino se lo leggiamo sui giornali posseduti dai nipoti di Agnelli. E soprattutto se proprio su uno di quei due giornali, un tempo, un certo Eugenio Scalfari dileggiava il padrone della Fiat chiamandolo “l’Avvocato di panna montata”.

Leggi anche: Giornalisti che odiano altri giornalisti. E io che volevo solo dare dignità a un mestiere necessario (di Selvaggia Lucarelli)

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