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Furbetti del bonus: perché non credo alla teoria dello scandalo pilotato da Tridico e M5S (di L. Telese)

Di Luca Telese
Pubblicato il 12 Ago. 2020 alle 15:54
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Curiosamente mi sono fatto, sulla storia dei cosiddetti “furbetti del bonus”, delle opinioni molto diverse da quelle che continuo a leggere sui giornali in queste ore. Primo punto: il coro degli auto-giustificanti è patetico e grottesco. Se dovete difendervi così, ragazzi, meglio tacere. Ieri – per fare un esempio – ho intervistato a In Onda il dottor Ubaldo Bocci, ex candidato del centrodestra a Firenze, che per difendersi dalle accuse di sciacallaggio ha inventato una teoria a dir poco creativa: lui non ha chiesto il sussidio per se stesso, dice, ma lo ha fatto per dimostrare che il sistema era bacato e non funzionava.

La richiesta del bonus, dunque “era una mossa per far capire quanto assurda fosse quella legge, e quanto fosse facile ottenere il credito”. “Ho dichiarato questo intento a febbraio – ha aggiunto Bocci – quando è stata votata la legge, l’ho detto in quei giorni davanti ad alcuni consiglieri. Poi ho fatto richiesta senza volere quei soldi, ho devoluto tutto quello ho incassato  in beneficenza”. “Ed ecco qui – ha concluso agitando delle carte – i bonifici con la valuta del versamento ad aprile, a riprova della mia buona fede”.

Non aveva nemmeno finito di parlare, il povero Bocci, che è stato letteralmente sbranato dalle obiezioni della rete e dalle domande di chi era in studio. Non tornano le date: “la legge” in realtà è un decreto, ed è del 17 marzo, a febbraio non ne esisteva nemmeno il progetto. Non torna la motivazione della “sfida” al sistema dichiarata di fronte ad altri fantomatici ed imprecisati “consiglieri”.

Perché non scriverlo sui social allora, gli ho chiesto, se questo era l’obiettivo? “Non sono pratico di queste cose”, mi ha risposto. E ancora più vago il consigliere è stato nella replica al professor Luciano Canfora, che gli obiettava: “Lei è capogruppo del centrodestra Firenze, se avesse fatto anche due righe di dichiarazione all’Ansa l’avrebbero riportata di sicuro, e di questa sfida oggi avremmo traccia”. Ma ovviamente di questa dichiarazione non c’è neanche l’ombra, né di un appunto scritto sui social, né nulla di nulla.

Bocci aveva dichiarato un reddito di 270mila euro, e questo ha suscitato scandalo, alla notizia del bonus. E così gli spettatori hanno iniziato a farsi domande e hanno messo in dubbio tutto delle sue parole, persino quella giustificazione del bonifico: “Perché insistere sulla valuta, e non sulla data? Io – ha scritto uno spettatore – domani posso fare tranquillamente un bonifico con data 30 aprile retroattiva, pur di coprirmi il culo”.

Va preso in considerazione che, nel caso di Bocci, stiamo parlando dell’unico che abbia avuto il coraggio di metterci la faccia: gli altri, come ha raccontato su TPI Selvaggia Lucarelli, hanno messo in mezzo commercialisti improbabili e perfidi. Altri ancora le fidanzate, altri hanno detto che si, hanno chiesto quei soldi, ma ora si sono pentiti. La voce “Bocci”, ieri, per buona parte della giornata, è stata una delle più discusse su Twitter. E va aggiunto per onor di cronaca che erano soprattutto insulti.

Ecco il secondo punto: questo gesto di richiesta del bonus, che tecnicamente non comporta nessun reato, si è ormai catalizzato, nell’immaginario collettivo, come una mossa opportunista e spregevole. I danni che questa etichetta produce agli interessati, come abbiamo visto, sono devastanti. E, se questo accade per eletti di rango inferiore, come i consiglieri regionali (quelli del Veneto non sono stati nemmeno ricandidati da Luca Zaia) e addirittura i comunali, immaginatevi quale bufera susciterà la diffusione dei nomi dei parlamentari quando salterà ogni riserbo sulla loro identità, sia sulle loro persone che sui loro partiti.

Certo, questo esito era facilmente prevedibile, e dunque sembra veramente dietrologica la teoria secondo cui il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, avrebbe orchestrato questa manovra di “disvelamento”, per propiziare la vittoria del Sì nella campagna elettorale del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. E questo per almeno due motivi. Da un lato, perché nessuno fa esplodere uno scandalo in cui è coinvolto uno dei propri rappresentanti. Quando si saprà il nominativo del parlamentare pentastellato è assurdo pensare che il Movimento resterà indenne al contraccolpo. Quindi, secondo punto, la versione più semplice, quella di Tridico, sembra ancora la meno improbabile: una commissione interna dell’ente, allestita per controllare ex-post la situazione patrimoniale di chi aveva chiesto i 600 euro, si è imbattuta nei famosi 8.000 professionisti ad alto reddito (questi, sì, furbissimi) e nei cinque parlamentari che avevano fatto originariamente richiesta del sussidio.

La notizia dei politici era troppo ghiotta per restare murata negli uffici dell’Inps e – inevitabilmente – è circolata, fino ad approdare sulle pagine de La Repubblica, dove – come è noto – si è aperto il caso. E da qui discende la mia ultima considerazione sulla vicenda, la più distonica rispetto al presunto senso comune di queste ore. Escludendo i consiglieri comunali (che secondo me, se sono a basso reddito, fanno bene a fare domanda perché guadagnano poco o nulla), se su mille parlamentari solo cinque hanno fatto richiesta, in realtà la notizia è clamorosa, ma al contrario: il 5 per mille di furbetti ci racconta di un Parlamento quasi virtuoso in cui, a parte qualche caso grottesco ma statisticamente irrisorio, la maggior parte degli eletti hanno resistito alla tentazione.

Finiranno sul pennone, i cinque, e anche meritatamente, ma dal punto di vista numerico non rappresentano nessun fenomeno di degrado della politica. Chiedetevi piuttosto se non siano molto più scandalosi – piuttosto – i professionisti con 600mila euro sul conto che, come ha documentato Corrado Formigli a PiazzaPulita con una inchiesta a telecamere nascoste in banca, si sono fatti accreditare il sussidio. Chiedetevi se non siano più scandalosi professionisti, architetti e grandi avvocati: la società (in)civile, stavolta, ha fatto molto peggio della società politica.

Leggi anche: 1. Bonus Inps, il leghista Bocci e quelli che “è sempre colpa dei commercialisti” (di Selvaggia Lucarelli) / 2. l problema non sono i furbetti dei 600 euro, ma i leader che li hanno portati in Parlamento (di G. Cavalli)

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