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Home » Opinioni

Nonne milionarie, amnesie, allagamenti: tutto quello che non torna sullo scudo fiscale di Fontana

Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

La saga di Attilio Fontana e del suo scudo fiscale sembra ormai un fantasy alla “Harry Potter e la pietra filosofale” o alla “Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo”. Leggete per credere, gli ultimi sviluppi che emergono dall’inchiesta, e fate attenzione a non perdere il filo, tra incidenti mortali, alluvioni, commercialisti e amnesie.

Tutto parte, come è noto, dal conto della madre del governatore della Lombardia, la signora Brunella, dentista, ottanta-novantenne, che apre un conto corrente in Svizzera. Bene. E poi ne apre anche un secondo. Benissimo. Poi, come sappiamo, nel 2015 purtroppo la signora muore. Fontana a questo punto racconta di aver “scoperto” l’esistenza del conto corrente della madre, perché fino ad allora non sapeva che lei possedesse un deposito da 5,3 milioni di euro. Bene, benissimo, può capitare a tutti.

Dopodiché Fontana decide di accedere allo scudo fiscale per poter “legalizzare” quel tesoretto. Ottimo. Ci mancherebbe altro: non è virtuoso, certo, ma la legge glielo concede. Tuttavia, ecco il primo problema: sul primo conto della madre (aperto nel 1997), secondo le perizie ordinate dai pm, c’è una firma che in realtà non è della madre. E dispiace.

Mentre sul primo conto, di cui secondo Fontana stesso, come sappiamo, dice di aver scoperto l’esistenza solo nel 2015, appare una firma di delega di Fontana che, sempre secondo le perizie, risulta apposta nel 2005. E anche questo dispiace.

Quindi Fontana si era auto-delegato al ruolo di co-gestore, dieci anni prima, per amministrare un conto di cui avrebbe scoperto l’esistenza solo dieci anni dopo. Straordinario. Ma anche un bel problema.

Bisogna capire che cosa non torna fra il 2005 e il 2015. Per fortuna un sicuro strumento di verifica ci dovrebbe essere, ed è la relazione presentata per ottenere lo scudo fiscale, che come è noto, deve rivelare tutte le attività di provenienza del denaro. E qui, finalmente, entrano in campo i commercialisti di Fontana. Perché, teoricamente, loro hanno l’obbligo di predisporre e presentare quella documentazione con tutta la cronologia del conto e con la provenienza dei capitali, che è essenziale per poter accedere alla “Voluntary disclosure”.

Devono, perché ne sono responsabili. Però è a questo punto che arriva il bello. Reggetevi forte, perché nella successione di eventi ricostruita dalla difesa c’è un bel crescendo wagneriano, prima dell’acuto finale. Gli inquirenti risalendo alle carte, scoprono in effetti il nome di un commercialista, Fabio Frattini, che ha curato l’incartamento (molto bene).

Tuttavia Frattini, secondo la difesa, non lo ha curato personalmente. E dispiace. Frattini, però, dice di aver riportato i dati compilati da un altro commercialista, Paolo Vincenti. Molto bene. Tuttavia Paolo Vincenti avrebbe inserito in questa pratica dei conteggi che non ha effettuato materialmente lui. E dispiace.

A fare i conteggi, inseriti nella pratica da Vincenti, e presentati da Frattini, è stato un commercialista che si chiama Paolo Cenciarelli. Molto bene. Purtroppo per la difesa, risulta che Cenciarelli sia morto in un incidente. E, ovviamente, anche questo dispiace.

Tuttavia Cenciarelli, che ha fatto i conteggi, inseriti nella pratica da Vincenti, e presentati da Frattini, lavorava (come pure Vincenti) nello studio di un commercialista molto importante, che si chiama Valerio Vallefuoco. Molto bene. E, quindi, le carte con i conti del conto, devono essere conservate nello studio del dottor Vallefuoco. Benissimo.

Solo che, non ci crederete, ecco un’altra coincidenza fatale: nel settembre del 2018, un allagamento nello studio Vallefuoco ha prodotto dei danni. Indovinate dove? In archivio. E indovinate quali danni? Ha distrutto le carte in cui c’era la documentazione di Cenciarelli, che ha fatto i conteggi, inseriti nella pratica di Fontana da Vincenti, e presentati, per conto del governatore della Lombardia, da Frattini. E dispiace.

A proposito: i pm hanno accertato quanto prendeva di pensione – dal 1998 – la signora Brunella. La madre, che come dice il figlio non faceva evasione (“Perché era una fifona”) nei dieci anni fra gli ottanta e i novanta anni di età in cui ha movimentato i suoi due conti correnti per cinque e due milioni di euro percepiva 22mila euro lordi l’anno. Una grande risparmiatrice, senza dubbio.

Tuttavia alla procura sono più maliziosi. E si sono convinti, invece, che Fontana usasse quei conti – e quello scudo – per ripulire un’altra evasione fiscale. E, soprattutto, che Fontana abbia scudato in quei conti altri capitali. I suoi.

Leggi anche: Vaccini, Regione Lombardia poteva usare gratis il portale di Poste ma ha deciso di spendere 22 milioni per Aria Spa

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