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Non se ne può più: ogni volta che si critica Maria Elena Boschi si viene accusati di sessismo

Immagine di copertina
Maria Elena Boschi, deputata di Italia Viva. Credit: Facebook

Si può dire “faccia da Boschi”? La domanda non è fuori luogo, se è vero che da stamattina – dopo che Marco Travaglio ha definito così la deputata di Italia Viva – la polemica (tenuta alta da tutti gli esponenti del partito di Matteo Renzi) furoreggia sui social suscitando reazioni di segno uguale e contrario.

E a questa reazione polemica, ovviamente, i renziani aggiungono una accusa netta e dura per il direttore de Il Fatto Quotidiano: “Sessismo”.

Per dare la risposta alla domanda di Travaglio, che non è affatto scontata, bisognerebbe invece chiedersi se si può dare della “faccia di…” anche a Giuseppe Conte, a Matteo Salvini, a Luigi Di Maio, e ovviamente a Matteo Renzi. La risposta è facile: sì, evidentemente si può, anche perché è già pieno di persone che lo fanno, dentro e fuori dal circuito giornalistico, senza che nessuno si indigni.

Anzi, come è noto a chi conosce le sfumature sottili della lingua italiana, “Faccia di…” può diventare persino un ruvido elogio, soprattutto quando viene condito con un aggettivo di segno positivo che ne corregge il tiro: “Sei una bella faccia di….”, che nel gergo più spicciolo, diventa quasi una sorta di vezzeggiativo. Significa, più o meno, “Sei un tipo scaltro e spregiudicato e lo sai”.

Ma non è nemmeno questo il caso. La frase incriminata del direttore de Il Fatto è: “Il primo modo di dire del 2021 è ‘avere la faccia come la Boschi’, sempreché la faccia ampiamente rielaborata che domina le 87 interviste rilasciate negli ultimi due mesi – scrive Travaglio – appartenga davvero alla deputata renziana che nel 2016 annunciò solennemente il suo ritiro dalla politica in caso di sconfitta del referendum”.

Ecco, questo non è sessismo, è satira. Ed è satira che si esercita su una contraddizione di linea, non su un difetto: il corpo come metafora, non come condanna. Può essere satira di cattivo gusto (a seconda dei gusti), forse, ma non è certo “sessismo”.

Non lo è perché, con questo termine, si indica quella fattispecie di ingiuria che colpisce la donna nella sua unicità, nel suo specifico femminile, nella sua appartenenza di genere. Sono “sessismo”, dunque, quelle offese che colpiscono una donna in quanto “donna”. Non quelle – come in questo caso – che feriscono una donna in quanto “politico”, partendo da ciò che nel suo corpo è perfettamente condiviso è identico al corpo di un uomo, anche dal punto di vista strettamente fisico (e parliamo sia della faccia sia del culo).

Poi c’è il vero tema: lo spergiuro politico. Se si fosse rimproverato a Clemente Mastella una promessa tradita (ad esempio ai tempi della sfiducia a Prodi), nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare. E nemmeno avrebbe parlato di “sessismo”, ovviamente al maschile.

Infine l’ultimo punto interessante: quello della “faccia”, su cui si potrebbe scrivere un saggio. I giornalisti politici scrutano per mestiere le facce dei politici – Giampaolo Pansa lo faceva addirittura con il suo mitico binocolo Zeiss – e io personalmente lo faccio da trent’anni.

Le facce dei politici cambiano in base al loro umore e alle loro scelte, persino per via delle loro strategie, e sono dunque una fotografia importante del loro stato d’animo. Questo è vero sia quando questa mutazione accade per scelte intenzionali sia quando accade per eventi provocati o naturali.

Si sono costruite intere pagine di letteratura – nella morigeratissima Prima Repubblica – sulle rughe profonde di Enrico Berlinguer, sulla rarissima frezza asimmetrica di Aldo Moro, sulla pelata di Amintore Fanfani, sugli occhi strabici dell’ex segretario del Psdi Longo (che con molta leggerezza Giorgio Forattini disegnò come un primate nei panni dell’anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia), sull’etereità di Goria (che sempre Forattini, a proposito di facce, disegnava senza volto), sulla ciccia ridondante di Spadolini, sulla gobba mefistofelica di Giulio Andreotti (che secondo l’immortale Vincino ospitava, come un doppiofondo, un secondo cervello).

Ci si può dunque interrogare sulle evidenti mutazioni del volto della Boschi? Alla luce di tutto questo, io credo di sì. Soprattutto in ossequio di una grande massima di Oscar Wilde: “Dopo i vent’anni ogni uomo è responsabile della faccia che si ritrova”. Anche ogni donna, ovviamente. Perché dire il contrario, questo sì, sarebbe sessismo.

Leggi anche: Prima il monologo, poi il pianto vittimista. La figuraccia della Boschi e la lezione di Lilli Gruber (di Luca Telese)

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