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Un’Europa di Pace e Libertà

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Credit: Unsplash

Il mondo oggi ha bisogno di una grande forza che, conscia della sua complessa e travagliata storia, sia un baluardo dello stato di diritto, delle tutele civili e sociali, capace di muoversi per impedire la distruzione dell’ordine multilaterale

Oggi, 9 maggio, ricorre la giornata dell’Europa. La nostra Unione è più che mai necessaria per le sfide che abbiamo davanti, ma serve coraggio.

Gli Stati Uniti a guida Trump, e i loro alleati, stanno gettando benzina sul fuoco di conflitti già in essere da decenni e stanno perseguendo la loro agenda che vuole sostituire definitivamente l’ordine multilaterale delle relazioni internazionali con la propria filosofia e visione nazionalista del mondo: l’affermazione cruda della legge del più forte. Questo tipo di destra che si è affermata in America, e anche in molti paesi europei, non si pone solo l’obbiettivo di favorire grandi interessi e poteri economici spesso oligopolistici, bensì punta apertamente a sgretolare tutte le costruzioni politiche nazionali e internazionali che per decenni hanno favorito democrazia, dialogo e diplomazia.

Questo accade sia nella dimensione interna, come dimostra la violenza senza freni della polizia anti immigrazione trumpiana o, più blandamente, il tentativo diffuso di ridisegnare l’equilibrio tra poteri dello stato, sia nella postura internazionale. Stiamo assistendo infatti all’avverarsi della profezia di Papa Francesco: “la terza guerra mondiale a puntate”. E non è un caso che sia proprio il nuovo Papa Leone XIV a opporsi con particolare forza alla rinnovata retorica bellicista.

Il protrarsi dell’invasione russa in Ucraina, le violenze senza precedenti a cui abbiamo assistito a Gaza e a cui assistiamo in Cisgiordania, gli attacchi unilaterali a paesi sovrani e, per ultima, l’escalation con l’Iran, rispondono esattamente alla logica dello svuotamento di qualunque sede di diplomazia e multilateralismo. Il primato della forza ha scalzato il primato della politica. Se tutto questo non cambierà, solo grandi potenze come USA, Russia, Cina e pochi altri potranno ritagliarsi un ruolo incisivo nello scacchiere globale.

Da qui la necessità ormai non rimandabile di un’Europa più forte, unita, capace di decidere e incidere nei processi. L’Italia da sola non può farcela ad affrontare le sfide che il mondo le pone davanti e proprio per questo, oggi, essere patrioti vuol dire credere nell’Europa e lavorare alla sua continua e faticosa costruzione.

Chi a destra pensa ancora di poter tornare indietro non ha a cuore l’Italia ma, al contrario, rischia di condannarla all’isolamento e all’irrilevanza.

Ma per quale Europa bisogna combattere? Io credo che il mondo oggi abbia bisogno di una grande forza che, conscia della sua complessa e travagliata storia, sia un baluardo dello stato di diritto, delle tutele civili e sociali, capace di muoversi per impedire la distruzione di quell’ordine multilaterale che, con tutte le sue imperfezioni e miglioramenti da fare, è l’unica possibile strada per tenere vivo il primato della diplomazia, come scritto nella nostra Costituzione. In sintesi, dunque, un’Europa di Pace e Libertà.

Per raggiungere questo scopo c’è bisogno di un immediato salto in avanti in alcuni settori chiave. Il tema di fondo è l’autonomia strategica. Questa passa per diversi aspetti. Serve certamente una vera difesa comune europea e non, come alcuni vorrebbero, la mera flessibilità di bilancio per consentire un inutile e più dispendioso riarmo nazionale. La storia dell’Europa ce lo insegna chiaramente: il riarmo nazionale non è fonte di maggiore sicurezza, anzi.

Ma anche una difesa comune non basterà se, al contempo, non ci sarà una vera e propria politica industriale capace di sostenere un “made in Europe” funzionale all’innovazione, per stare nel terreno della grande rivoluzione del nostro tempo: la rivoluzione digitale. Fanno bene quei pochi esponenti delle istituzioni europee, tra i quali proprio di recente Nicola Zingaretti in diverse interviste e discorsi, a ricordare che l’Europa negli anni ’50 è nata con politiche comuni sul carbone e sull’acciaio e, oggi, non può che rifondarsi facendo un vero e proprio scatto in avanti sul tema della sovranità e dell’autonomia tecnologica.

Per esprimere oggi una volontà politica comune, una voce credibile e autorevole, serve essere veramente padroni della gestione della quantità infinita di dati sensibili che i cittadini europei producono ogni giorno accedendo a servizi e strumenti digitali ormai indispensabili. Tutto questo patrimonio va oggi disperso in data center e server che sono spesso in mano a grandi oligopoli tecnologici privati che rispondono, quando lo fanno, a potenze extra europee.

Questo pone enormi temi di sicurezza, privacy ma, soprattutto, ci espone a manipolazioni che possono alterare anche il dibattito democratico; basti pensare all’accentramento di ricchezza e potere senza precedenti nelle mani di pochissimi soggetti. Serve dunque finalmente un piano comunitario veramente integrato per dei sistemi di archiviazione dati autenticamente europei e, se non vogliamo essere il continente che si limita a normare le invenzioni altrui, un grande piano di investimenti di scala europea sull’intelligenza artificiale. Tutto questo a partire dalla promozione di chi oggi, con coraggio, anche nel settore privato, prova a innovare.

Questa agenda ha però bisogno di enormi risorse e di un bilancio europeo che non può limitarsi all’1% del PIL degli stati membri. Serve molto di più. La maggioranza europeista del Parlamento Europeo ha chiesto con forza alla Commissione e al Consiglio l’aumento delle risorse comuni.

Ad oggi, però, i Governi di destra, largamente maggioritari in Europa, influenzano pesantemente la Commissione e generano una situazione ancora più complessa nel Consiglio, e ogni passo avanti in questa direzione rischia di essere bloccato. Le destre nazionaliste con la mano sinistra sollevano critiche all’Europa additandola come incapace di decidere e, con la mano destra, esercitano sistematicamente la loro influenza affinché l’Unione non faccia alcun passo in avanti. Una trappola nella quale non bisogna cadere.

Deve essere chiaro un punto: il problema non è “L’Europa” in senso astratto, il problema sono i governi nazionali di destra che oggi la affossano e le impediscono di andare avanti. Che fare dunque? La priorità assoluta, per chi ha a cuore i destini dell’Italia e dell’Europa, è provocare uno scossone nelle politiche comunitarie che ci eviti di diventare, preda delle nostre divisioni, dei meri spettatori della storia nei prossimi decenni.

Ad oggi però, in attesa di una necessaria riforma dei trattati e del diritto di veto, la strada è solo una: chi crede nella necessità di un balzo in avanti deve unirsi per vincere le elezioni negli stati membri e cambiare gli equilibri in seno alla Commissione e al Consiglio. Solo così si potrà dare più forza a una nuova fase. Non serve lo scetticismo verso l’unione, anzi, serve la battaglia politica strada per strada di chi in questa unione ci crede, per cambiarla.

In questo senso la Global Progressive Mobilisation di Barcellona dello scorso 17 e 18 aprile è stata, per tutti i democratici e progressisti, l’occasione di rilanciare l’internazionalismo e costruire la battaglia comune contro un sistema di alleanze tra destre nazionaliste che negli anni si è esso sì, paradossalmente, consolidato.

I segnali positivi da cogliere in questo senso ci sono. In Ungheria non hanno di certo vinto le forze progressiste in senso stretto, ma è al contempo evidente che, con la sconfitta di Orbán, le destre nazionaliste hanno subito un colpo. Inoltre, come alcuni analisti hanno saputo cogliere, anche il Governo italiano ha pagato il proprio legame a doppio filo con il disegno Trumpiano e parte del risultato del referendum costituzionale è probabilmente dovuto a questo.

Lo ha detto con limpida chiarezza e capacità di sintesi il premier spagnolo Sánchez: “Non si può sostenere chi da fuoco al mondo e poi lamentarsi del fumo”. Le contraddizioni di questa destra stanno emergendo sempre di più. Sta a chi oggi si riconosce in un’altra idea di Europa e di mondo mettere da parte le sfumature e unirsi per dare concretezza ai principi che da sempre ispirano le forse progressiste: Pace, libertà e giustizia.

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