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Dopo Draghi, il dibattito e il conflitto politico riprendano a innervare l’Italia

Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Cari amici, cercherò di stare in sintonia con il linguaggio, i riferimenti culturali e la passione politica del bel racconto di una vita scritto da Andrea Augello, dal titolo “C’era una volta mio fratello”.  Andrea è stato, ed è, un mio avversario nel confronto pubblico. Ormai che l’età avanza, sempre più gentile. Soprattutto la prima parte del libro colpisce; perché spiega come si è andata formando l’anima di due adolescenti, Andrea e suo fratello Tony, nel corso di anni in bilico: dentro quell’Italia che ancora manteneva la risonanza della guerra e nello stesso tempo si avviava lungo uno sviluppo, economico civile e antropologico, moderno, neocapitalista, inquietante nella sua uniformità. Come Pasolini aveva ben profetato.

Andrea rifugge dal politichese. Anzi, rifugge proprio da una idea della politica libresca, astratta e ideologica. Piuttosto si riferisce ad un intreccio di esperienze infantili, di suggestioni captate nell’ambiente familiare, di racconti dei nonni o degli zii che lo hanno influenzato. I due fratelli arriveranno, attraverso questo percorso eterogeneo e casuale, ad un esito che diventa quasi un destino.

Ho parlato di avversari, per quanto mi riguarda. Eppure nell’arco ormai di almeno tre decenni, con loro ho coltivato una strana ma intensa e profonda amicizia. Con Tony mi è capitato per molti anni di duellare in modi accesi, ma anche con sferzante ironia, in consiglio comunale. Quando ebbi sulle spalle, direttamente, la responsabilità dell’avvio e poi della tenuta del cosiddetto “modello Roma”. Iniziato nel 1993 con la vittoria di Francesco Rutelli su Gianfranco Fini.

In varie occasioni Tony disse su di me parole di stima forti e sincere, pubblicamente, in aula, sui giornali e persino in quel libricino oggi difficile da trovare intitolato “Rutelli il sindaco della restaurazione”.

Naturalmente la sua ironia non poteva mancare neppure nelle lodi. Sfottendo la sinistra disse che essa, per quello che io ero riuscito a realizzare a suo vantaggio, avrebbe dovuto mettermi al posto di Marco Aurelio, sul cavallo che sta nel mezzo di Piazza del Campidoglio. Aggiungendo note di pietà per il povero cavallo. O quando dichiarò che ero l’unico dirigente politico della coalizione democratica per il quale avvertiva una sorta di soggezione. Perché dotato di una mente affilata come una lama, in un corpaccione da ippopotamo.

Ho parlato di amicizia. Non riferibile, tuttavia, a quella marmellata di rapporti tra i politici occasionali, sculettanti, superficiali e non di rado fastidiosi, che si consumano negli incontri del transatlantico a montecitorio o davanti alla buvette del palazzo senatorio. Quella confidenza, non amicizia, di tutti con tutti, dovuta alla sensazione di essere un ceto in qualche modo privilegiato e di avere uno status che permette di dare il tu a tutti. No. Non si trattava di questa forma di scurrile complicità.

Piuttosto di un rispetto reciproco che imponeva l’assenza del raggiro, dell’agguato alle spalle e spingeva costantemente ad un confronto a viso aperto.  Con Tony, e poi anche con Andrea, vi era, insomma, una sorta di intesa sulla natura della politica.

Legata indissolubilmente ad una dimensione ideale, direi persino spirituale, che essa deve contenere per non trasformarsi in tecnica di gestione, di potere e persino di affarismo. La politica come una scelta di autonomia, di volontà, di testimonianza, di destino dell’anima.

La politica, come un permanente stato di indisponibilità nei confronti del presente. Per agire meglio nel presente. Con la nostalgia del ricordo e lo sguardo visionario rivolto al futuro.

Ecco. Su questa lunghezza d’onda ha vissuto la “tenzone” tra me e quel giovane entusiasta, talentuoso e combattivo capo della destra romana. Che ci diede filo da torcere. Non ho usato a caso la parola “tenzone”, perché lo scontro ha avuto sempre un sapore “cavalleresco”. Con l’eco di quella storia antica, tra mito e realtà, di cui ha parlato così bene e con profondità Andrea Augello nel suo libro “La Compagnia del Graal”. Andrea Augello racconta come suo fratello ed egli stesso sono arrivati a compiere scelte politiche così nette, radicali, coraggiose, nel senso di molto spesso pericolose. Il fatto che colpisce è la casualità con la quale arrivano a tali scelte. Non sono i libri. Le ideologie. Le radici familiari. Un ordine esterno che le impone.

Piuttosto sono elementi sparsi di adolescenze normali. Forse con qualche predisposizione che si affacciava nella passione per i soldatini, le divise, le grandi battaglie, certi fumetti, l’ordine e il mobilio delle caserme dei carabinieri tutte uguali in ogni parte d’Italia. Ma il sale delle loro scelte politiche è stato altrove. Principalmente nel senso dell’amicizia, dell’onore e della fratellanza che non può essere mai tradita.

E quel valore è aperto, per chi lo possiede, ad ogni esito. A seconda di chi incontri. Delle cose che ti accadono. Degli incidenti che ti fanno inciampare. Delle reazioni che ad un certo punto di fronte alla vita ti sono imposte per tenere fede ad alcuni principi interiori impossibile da tacitare. È così, attraverso questi itinerari privati, che Tony simpatizza e poi milita nelle organizzazioni giovanili, e poi di partito, del Movimento sociale italiano.

Allora mi è venuta in mente un’assonanza. Quando Pietro Ingrao, il mio vero padre politico, mi raccontò che era diventato comunista non per le teorie di Marx o il programma rivoluzionario di Lenin, che allora non conosceva affatto, ma per la insopportabilità psichica e del suo intero animo ad accettare la vittoria di Hitler su tutta l’Europa. Era il 1941. Comunista, dunque, perché ad un certo punto il suo essere non fu in grado di fronteggiare, senza agire, una condizione di annientamento alla radice della sua identità più intima.

In forma assai meno drammatica ed eroica, capitò anche a me adolescente di arrivare al comunismo per vie pre-politiche. Come per i fratelli Augello al neofascismo. Per me si trattò più semplicemente di ritrovare una casa. Venendo da una famiglia antica e che mi era sembrata fino ad un certo punto destinata a durare per sempre con le sue tradizioni e il suo benessere, a metà degli anni ’60 sentii gli scricchiolii di quel mondo e avvertii la possibilità di uno scacco esistenziale. Allora cercai nuove certezze, nuovo ordine, nuova disciplina e nuova forza. Il PCI fu questo, e mi accolse, giovanissimo, a 14 anni.

Se per Andrea e Tony fu lo slancio di solidarietà verso un amico aggredito o verso il fratello malmenato a decidere da che parte stare, per me fu il rifiuto della forza che schiaccia la debolezza, la paura e lo smarrimento di fronte ad essa; che mi portò ad almanaccare a Senigallia, dove passavo con la famiglia lunghe estati, guardando quel mare aperto all’est, sulle gesta di Lenin, di Trotsky, sulle rivolte operaie e la fine degli zar. E poi su Togliatti, Amendola, Ingrao e tanti altri che leggevo sull’Unità, il quotidiano che mi regalava ogni giorno una furba e simpatica edicolante comunista.

Quelli dei fratelli Augello e il mio, come di tanti altri giovani di allora, furono itinerari di riscatto personale. Diversi e contrapposti.

Un riscatto che oggi gran parte delle giovani generazioni vive in forma individuale. Nella solitudine di una società frammentata e dispersa.

Vive nelle canzoni dei giovani cantautori cresciuti nelle periferie romane. Assai poco cercati dai partiti e destinati a non entrare mai nel discorso pubblico. Eppure Fabrizio Moro, Ultimo, Achille Lauro, e molti altri meno conosciuti, nei loro testi richiamano costantemente ad una vita diversa, rispetto a quella dalla quale provengono; più ricca di senso, di solidarietà e di amore.

Naturalmente il riscatto per essere realizzato collettivamente richiama l’uso della forza. Senza forza non c’è lotta politica. Senza lotta politica non c’è riscatto.

C’è una parte molto lunga nel libro di Andrea Augello che racconta gli anni ’70. La loro violenza e il pumbleo clima di una strisciante guerra civile. I fascisti e gli autonomi. Le sezioni del PCI e quelle del Msi. Le stragi nere e quelle delle brigate rosse. E poi le stragi senza nome.

Non è questa la sede, non lo fa neanche Andrea, di una dettagliata ricostruzione di ciò che è successo. Ogni accadimento l’ho vissuto in una prospettiva esattamente uguale e contraria a quella dei fratelli Augello. Anche la brutalità degli scontri fisici. Che, in verità, mi hanno portato in ospedale solo quando la battaglia mi toccò ingaggiarla con le squadre di autonomia operaia. Ma anche con la destra non furono passeggiate. Ricordo quando ero segretario dei giovani comunisti di Roma che quasi ogni giorno arrivava la telefonata del preside del Liceo Azzarita, una scuola vicino a Piazzale delle Muse, che ci chiedeva di andarci a riprendere un giovane compagno che scappava sui tetti della scuola, per evitare le botte.

Piuttosto, la riflessione che oggi dovremmo fare tutti noi riguarda la contraddizione della stessa politica che nell’agire utilizza la forza e il potere e che per questo andrebbe continuamente monitorata, umanizzata, risolta in una pratica il più possibile razionale.

Le rivoluzioni sono fallite, prendiamone atto. Il campo di battaglia è più “prosaico”. I suoi confini sono la Costituzione italiana. È lì che ci tocca giocare. Ed è un bene. Perché la grande politica del ‘900 ha raggiunto vette ma ci ha poi sprofondato nell’orrore. Alti e bassi di un secolo da superare. Fu catturato da una spirale che si avvolse su sé stessa e che atto dopo atto, forza dopo forza, colpo dopo colpo produsse morte.

Simone Veil parla dell’esercizio della forza come una dimensione che spegne nell’altro ogni riflessione, ogni sentimento, ogni vitalità creativa. Che rende oggetto inerte chi ha il destino di esserne schiacciato.

Omero lo dice con una potenza poetica mai più raggiunta, nell’Iliade. Tutto scaturisce per la contesa di una donna, motivo iniziale poi quasi dimenticato nel corso degli eventi. Eppure esso porta tutti i protagonisti ad una guerra cieca, che si autonomizza nelle reciproche vendette. Dove non ci sono vincitori e vinti. Ma un’alternanza in cui i vinti diventano poi vincitori e quei vincitori ancora vinti.

Andrea parla di Romeo e Giulietta di Shakespeare, ama Mercuzio, la purezza del suo coraggio che dedica interamente alla causa del suo amico Romeo.

Il finale che Shakespeare dà alla tragedia sembra una riflessione sull’insensatezza della lotta distruttiva tra i Montecchi e i Capuleti. Che ha portato al sacrificio di tante giovani vite.

Ma Shakespeare sa che la conclusione provvisoriamente consolatoria della storia non sarà definitiva. Perché la violenza è ben radicata nell’animo umano.

I fratelli Augello sono attratti dal campo dei vinti. Dei vinti che per un lungo periodo non solo si sentivano vinti ma non più in grado di pensarsi come vincitori. Almeno fino al 1989.

Diverso l’umore di fondo che ha pervaso me e la sinistra. Che ci siamo sentiti dalla parte degli oppressi ma certi della vittoria. Ma al di là di queste differenze, tutti noi coltivammo sogni e progetti, resistenze e avanzate. Si sentiva l’ardore del costruire le forme della politica, i partiti, le organizzazioni di massa, la militanza degli intellettuali. È stato il fervore, spesso doloroso ed anche insanguinato, dei trent’anni gloriosi della democrazia italiana.

La riflessione dell’oggi che riguarda tutti è se di questo sia rimasto qualcosa. Oppure la destrutturazione delle “forme” ha ridotto la politica a pura gestione del potere. Siamo in un passaggio delicato: le difficoltà delle politica e dei partiti sono un destino da accettare con realistica rassegnazione oppure sono una condizione transitoria, rimediabile, a condizione naturalmente che la politica si sappia rinnovare?

Senza la politica c’è il comando della tecnocrazia. Mai neutra. Piuttosto essa stessa politica scaduta a registrazione degli interessi economici e finanziari che dominano la contemporaneità.

Vedete. Ritengo che in questi mesi il governo Draghi abbia svolto un ruolo importantissimo. All’emergenza si è risposto con un governo di emergenza. Esso ha dato all’Italia una guida autorevole e un prestigio internazionale. E deve ancora svolgere il suo lavoro per adempiere al compito programmatico che si è dato al suo nascere.

Eppure guai a considerare questa transitorietà un’eccezione che deve durare per sempre. C’è bisogno, piuttosto, che il dibattito e il conflitto politico e democratico riprendano a innervare l’Italia. C’è bisogno di alternative chiare seppure civili e democratiche. C’è bisogno di dare voce da una parte e dall’altra dello schieramento politico a quei sentimenti contrastanti che gli italiani coltivano e che se non rappresentati non potrebbero che ingigantire le torbide acque dell’astensionismo, della rabbia, della violenza eversiva.

Guai a tagliare le ali. Un corpaccione centrista e tecnocratico alla lunga non potrebbe che aggravare i problemi della Repubblica. Non mi auguro affatto un deserto di rappresentanza del campo a me avverso. Combatto la destra. Spero di rubargli i voti che mi sono stati rubati. Ma non invoco l’eliminazione, la distruzione, la morte delle forze politiche che attraverso i voti hanno la legittimità di sedere e combattere in parlamento. Non mi auguro come hanno fatto più volte Renzi e Calenda, in riferimento al Movimento 5Stelle, di veder stramazzate a terra le forze politiche che non mi danno ragione.

Il libro parla anche di Roma e del confronto tra destra e sinistra. C’è una lezione che ho appreso a proposito.

La sinistra ha vinto quando è riuscita a catturare la parte moderata della borghesia benestante e un po’ gaudente. Rutelli fu questo. Il “modello Roma” fu questo. Così come ha vinto la destra quando ha compreso le debolezze del nostro radicamento sociale, e proprio con Tony Augello ha studiato, direi persino a tavolino, il modo di rincontrarsi con le varie e differenti sofferenze sociali ed esistenziali dei romani. Mappando il disagio, interpretandolo con programmi settoriali e precisi, riconducendolo dopo ad un discorso unitario. Così è nata la grande rivincita di Storace nel Lazio dopo un’egemonia di tanti anni della sinistra in tutte le istituzioni della nostra ragione.

Concludo perché ho parlato fin troppo. La nostra generazione, quella mia e dei fratelli Augello, ha speso la vita nell’impegno pubblico. Allontanandoci talvolta dalla vita. Per me è un rammarico. Perché proprio la vita è la vera sostanza di tutto. È proprio nella vita che si ritrova tutto. Non nella vanità dei grandi atti, dei grandi sogni, delle grandi idee consolatorie.

Per gli umani è incerto il transito sulla terra. Il dopo non lo conosce nessuno. Neanche chi ha la grazia della fede. Che io personalmente non ho. È dunque abbassando l’orizzonte che si può aumentare l’intensità dello stare al mondo. Onorando la vita. La sola cosa che ti è data. Ezra Pound, nel suo splendido ottantunesimo canto dei canti pisani, suggerisce di non allontanarsi dalla gerarchia che la natura ha stabilito. Di deporre la vanità che porta al disordine e al male. Eppure invoca il “fare”. Perché il “fare” non è vanità. È il non “fare” l’errore che nasce dalla diffidenza che ti fa esitare.

“Fare” è onorare la vita, “fare” è assumersi la responsabilità di esistere, “fare” è corrispondere all’energia interiore che ti apre agli altri e al mondo. Ebbene, i fratelli Augello e il sottoscritto avremo sicuramente sbagliato tanto. Ognuno risponderà alla propria coscienza. Tuttavia una cosa è certa. Non abbiamo mai smesso di “fare”. Credo con sincerità e onestà di propositi.

E questo forse ci salverà.

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