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Semipresidenzialismo de facto? No grazie, la cura della democrazia non passa attraverso la semplificazione del sistema

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Mai come in questi ultimi mesi la “Costituzione materiale” (uso non a caso questa locuzione cara a Mortati e a Schmitt) diverge, nella percezione popolare e in quella delle élite, dal testo scritto, da sempre pietra miliare per comprendere (e limitare) le interpretazioni creative e pericolose della forma di governo, dei diritti e delle libertà.

Che il nostro parlamentarismo fosse in crisi è circostanza da tempo nota e risaputa, tanto da farci illudere, già all’inizio degli anni ’90, che una modifica in senso maggioritario della legge elettorale (successivamente ai due referenda promossi da Segni) – mi riferisco all’introduzione del Mattarellum – ci avrebbe consentito di superare ogni contraddizione che, al contrario, risiede purtroppo nella società, se è vero che le pulsioni autoritarie (che in Italia si esprimono attraverso lo stereotipo dell’uomo solo al comando) contraddistinguono, da sempre il dibattito politico a ogni livello, fin dai tempi di Craxi (non a caso raffigurato, nelle vignette di un notissimo disegnatore, con gli stivaloni di cuoio e la camicia nera). D’altra parte, la presenza di numerose formazioni politiche che si ispirano direttamente (con simboli, programmi e azioni) al disciolto partito fascista, la dice lunga sul percorso politico incompiuto nel nostro Paese: in fondo i nostalgici di un regime autoritario sono forse più numerosi di chi, al contrario, è follemente innamorato della democrazia, a qualsiasi costo.

Che la metafora dell’uomo solo al comando riguardasse uno o più politici (dopo Craxi, è giunto Berlusconi, unto del Signore e, infine Renzi, che si impadronisce del maggiore partito di sinistra della storia d’Italia con un colpo di mano degno delle migliori dittature dell’America Latina) è cosa persino ovvia, ma che questa epidemia autoritaria – alimentata anche da quella sanitaria – potesse riguardare anche un tecnico, un banchiere, un alto dirigente, è cosa nuova; tuttavia è esattamente quello che sta accadendo: Mario Draghi, l’uomo dell’euro, è oggi a furor di popolo, il leader incontrastato delle italiane e degli italiani, nel senso che, in barba a qualsivoglia limite costituzionale, non v’è persona che non lo consideri naturalmente idoneo a ricoprire tanto la carica di Presidente del Consiglio (magari eletto direttamente dal popolo), quanto quella di Presidente della Repubblica (anche qui, meglio se eletto direttamente), oppure, ancora più acutamente – ma in palese violazione della Costituzione – ricoprire entrambe le cariche unificandole, passando cioè da un parlamentarismo malato (dove sono i partiti politici? Dove è finito il bicameralismo paritario e perfetto? Quanto e come lavorano le Camere?) a una sorta di Presidenzialismo all’italiana, nel quale molti di noi immaginano che il Presidente, novello Re Sole, tutto possa, a scapito dei delicati equilibri fra poteri. In questo senso non mi sorprenderebbe, in un futuro neppure troppo lontano, una proposta di revisione costituzionale in tal senso.

Sfugge ai più, purtroppo, che le cure delle democrazie in crisi non passano attraverso la semplificazione del quadro di sistema, come la caduta dello Stato liberale negli anni ’20 dello scorso secolo dovrebbe insegnarci, bensì mediante l’assunzione sempre maggiore di responsabilità collegiali, sia nell’esecutivo, sia in Parlamento. Non è qui in discussione, ovviamente, la vocazione profondamente democratica del Presidente del Consiglio, quanto piuttosto il pericoloso e fuorviante precedente che il governo Draghi può rappresentare per il futuro. Ma di questo si parlerà a partire dal prossimo 24 gennaio!

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