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Come si è arrivati alla guerra Russia-Ucraina e cosa vuole Putin

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Era stata denunciata dall’intelligence Usa a inizio dicembre, sbeffeggiata, smentita, poi presa tanto sul serio da spingere ministri degli Esteri, premier e capi di Stato a fare avanti e indietro tra le due sponde dell’Atlantico e Mosca. E infine è arrivata: la “speciale operazione militare” russa – non l’invasione, come ha precisato Vladimir Putin – contro l’Ucraina è cominciata nella notte e (per ora) sembra tanto vasta quanto avevano annunciato gli americani. Ma come si è arrivati alla guerra?

L’Ucraina che non esiste

Nel suo discorso del 21 febbraio, il presidente russo ha idealmente cancellato l’identità politica ucraina e ha tenuto a sottolineare che il Paese vicino “in realtà non ha mai avuto stabili tradizioni di Stato sovrano”, ripetendo poi che qui “uno Stato stabile non si è mai sviluppato”. E non è la prima volta che Putin si lancia in considerazioni storiche di questo genere. Già lo scorso anno, in almeno due occasioni distinte, il capo del Cremlino aveva voluto ribadire che la “Russia storica” supera i confini dell’attuale federazione.

Le radici culturali delle attuali Russia, Bielorussia e Ucraina affondano effettivamente nelle rive del fiume Dnepr, dove quasi 1.200 anni fa nacque la Rus’ di Kiev, nucleo e punto di riferimento dei più antichi Stati slavi dell’Europa orientale. Eppure, le vicissitudini della storia hanno progressivamente separato dal punto di vista linguistico e politico i tre Paesi.

Per secoli l’Ucraina ha fatto parte prima della Confederazione polacco-lituana, poi (in parte) dei domini austro-ungarici e infine per lo più dell’impero russo, prima di diventare una repubblica sovietica. Ha ottenuto la piena indipendenza solo nel 1991, alla caduta dell’Urss. Da allora, Kiev ha oscillato tra Mosca e l’Occidente, con cui ha stretto legami sempre più forti, pur mantenendo una relazione particolare con la Russia, a cui concedeva comunque un’enorme base navale militare a Sebastopoli, in Crimea.

Le tensioni tra l’Ucraina e il governo russo si sono però accese con l’arrivo di Putin e del nuovo millennio e con le dispute sul gas, venduto dal Cremlino a Kiev a prezzi calmierati. Putin ha cercato di usare proprio le forniture di idrocarburi per influenzare il Paese vicino, che da parte sua ha sfruttato la propria posizione di principale punto di passaggio del gas verso l’Europa per trovare alleati nel vecchio continente, mantenendo i privilegi concessi in era sovietica e coinvolgendo le nazioni vicine nel braccio di ferro con Mosca.

Come nel 2009, quando un’altra crisi con Kiev costrinse la Slovacchia e alcuni Paesi balcanici a razionare il gas. Allora tutto si concluse con il capo del Cremlino che ottenne un accordo favorevole con l’Ucraina, con il benestare (forzato) di Usa e Ue, e l’anno successivo con l’elezione di un governo filo-russo a Kiev, caduto cinque anni dopo.

L’allora presidente ucraino Viktor Yanukovich decise infatti di rifiutare un accordo di associazione con l’Unione europea a favore di legami più stretti con Mosca, provocando una serie di proteste represse nel sangue in piazza Maidan. La reazione popolare e le pressioni internazionali obbligarono il governo filo-russo a cedere il potere, mentre Mosca rispose annettendosi la penisola di Crimea e sostenendo una ribellione separatista nell’est dell’Ucraina, dove il conflitto è cominciato proprio nel 2014 e non si è mai fermato.

Da allora, secondo Kiev, quasi 14mila persone sono rimaste uccise nei combattimenti tra le forze ucraine e i ribelli filo-russi del Donbass, cuore industriale dell’est del Paese. Una guerra mai sopita, nonostante l’accordo raggiunto otto anni fa a Minsk ​​dal Gruppo di Contatto Trilaterale sull’Ucraina (Ucraina, Russia, Repubblica Popolare di Donetsk e Repubblica Popolare di Lugansk), che proclamava un cessate il fuoco e impegnava il Paese a lasciare ampia autonomia alle due regioni separatiste.

Dopo quasi otto anni, la situazione è progressivamente precipitata a partire dal marzo scorso quando Mosca ha cominciato ad ammassare truppe ai confini ucraini e poi persino in Bielorussia, arrivate a contare, tra l’estate e l’autunno, tra i 150mila e i 190mila soldati, ufficialmente per condurre una serie di esercitazioni. Le dichiarazioni ufficiali di Vladimir Putin e della diplomazia russa però hanno chiarito la posizione di Mosca: le aspirazioni di Kiev ad aderire alla NATO rappresentavano una linea rossa da non oltrepassare.

Così in settimana, dopo mesi di annunci da parte degli Stati Uniti della prossima invasione russa dell’Ucraina e di mediazioni fallimentari dei leader europei e dell’Osce, si è arrivati prima al riconoscimento del Cremlino delle repubbliche separatiste e poi all’avvio delle operazioni militari contro Kiev.

Con una curiosità: secondo quanto riportato dalla russa Novaya Gazeta e dal britannico Guardian che citano i metadati del filmato divulgato dal Cremlino, il discorso con cui Putin ha dichiarato guerra all’Ucraina sarebbe stato registrato già alle ore 19:00 di lunedì 21 febbraio, cioè quando erano ancora in corso i contatti diplomatici con le cancelliere occidentali per evitare il conflitto.

La faccia da poker di Putin

Se negli scorsi mesi si è discusso per lo più di quel che Mosca non voleva: l’avvicinamento e la futura adesione dell’Ucraina alla NATO, il discorso pronunciato nella notte da Vladimir Putin ha rilanciato le ambizioni del Cremlino: “Quanto accade oggi non ha nulla a che fare con il desiderio di violare gli interessi dell’Ucraina e del popolo ucraino ma è collegato alla difesa della Russia da coloro che hanno preso in ostaggio l’Ucraina e stanno cercando di usarla contro il nostro Paese e il nostro popolo”. E per chiarire ulteriormente la questione, il presidente russo ha definito “giunta al potere” e “regime” le attuali autorità ucraine. Insomma, lo scopo pare essere quello di far crollare le attuali istituzioni e instaurare un governo filo-russo.

Tale obiettivo, se confermato dai prossimi sviluppi militari e politici sul campo, dimostrerebbe che le aspirazioni di Kiev a entrare nell’Alleanza atlantica rappresentavano solo un lato della medaglia. A dicembre, Putin aveva ribadito che la Russia voleva una serie di “garanzie legali” dall’Occidente. Le richieste di Mosca miravano a “fermare qualsiasi ulteriore allargamento della NATO a est” e a “impedire il dispiegamento di sistemi d’arma nelle immediate vicinanze del territorio russo”.

Eppure l’ammissione dell’Ucraina nella NATO, come certificato nelle scorse settimane dal cancelliere tedesco Olaf Scholz, non era certo all’ordine del giorno. In primis, le regole dell’Alleanza non permettono l’ingresso di un Paese che non abbia il pieno controllo del territorio che rivendica (vedi Crimea e Donbass). Inoltre, l’accesso dell’Ucraina avrebbe richiesto l’approvazione unanime dei 30 Stati che compongono l’organismo. Tutto questo non bastava: non solo Kiev non doveva avvicinarsi all’Occidente ma doveva tornare nell’orbita di Mosca a cui, nell’ottica di Putin, era sempre appartenuta e sempre apparterrà.

D’altra parte, le parole pronunciate in un’intervista del 1995 da un dimenticato leader nazionalista caucasico ed ex ufficiale sovietico come il ceceno Dzhokhar Dudaev sembrano oggi profetiche: “L’Ucraina si scontrerà nuovamente contro la Russia, mortalmente. Finché esisterà il Russismo, questo non rinuncerà mai alle sue ambizioni. In questo momento, il piano “Slavo” è lì e sotto questo marchio vogliono schiacciare un’altra volta Ucraina e Bielorussia, come ai vecchi tempi”. Staremo a vedere come andrà a finire.

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