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Rivogliamo il “Chi l’ha visto?” delle origini. Cara Sciarelli, non esiste solo lo share

Di Guglielma Vaccaro
Pubblicato il 13 Ott. 2020 alle 09:00 Aggiornato il 13 Ott. 2020 alle 09:33
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Immagine di copertina

Inutile nascondersi dietro un dito: la cronaca nera ha sempre attirato e tuttora attira lettori per i giornali e spettatori per le trasmissioni con conseguenti benefici e introiti ma, se per quanto riguarda un programma televisivo di una rete commerciale come il già citato Quarto Grado gli intenti “business” sono più o meno dichiarati (sia pure accanto ad una strombazzata “mission” sociale) qualche interrogativo circa la genuinità o meglio, la chiarezza degli scopi sorge a proposito della trasmissione Rai, anzi di servizio pubblico, principale competitor di Nuzzi & Co, oramai tutt’uno con l’attuale conduttrice di Chi l’ha visto, Federica Sciarelli che periodicamente annuncia di voler abbandonare la nave per esplorare altri lidi salvo smentire subito dopo.

Alla Sciarelli, in veste di timoniera del programma, va riconosciuto il merito di essersi battuta per risolvere alcuni casi che, diversamente, sarebbero rimasti un enigma come il mistero della scomparsa di Elisa Claps, la cui sorte non avrebbe avuto risposta senza la volontà della giornalista di condurre insieme alla famiglia una battaglia durata oltre vent’anni per dare giustizia alla ragazza scomparsa nel 1993 e ritrovata nel 2010 uccisa e abbandonata nel soffitto di una chiesa (oggi c’è un responsabile condannato definitivamente) ma, esauriti tali doverosi apprezzamenti, allo stato rimane la sensazione che conduttrice e autori negli ultimi anni abbiano preso gusto anche loro a fidelizzare gli spettatori con “trucchetti”che sfiorano la commedia dell’arte per deliziare il popolo dei c.d. “chilhavisters”, il club di aficionados che si ritrova ogni mercoledì sui social (soprattutto Twitter) e non si perde una battuta della “Sciary”.

E la Sciary non si sottrae: non c’è sera in cui non ci sia “molta preoccupazione” per uno scomparso anziano o malato “che ha bisogno delle sue medicine”, non manca quasi mai un minore che potrebbe essere fuggito con un adulto a cui viene ricordato che “la sottrazione di minore è un reato”, e tanto in un cortocircuito in cui è difficile comprendere se la viralità delle battute contribuirà alla risoluzione della vicenda o se assistiamo ad un siparietto autoconclusivo.

Inoltre, pur conservando lo stesso titolo da oltre 30 anni, i contenuti del programma si sono progressivamente ampliati tracimando talvolta dalle parti dei mai dimenticati “Telefono Giallo” e “Blu Notte” con la presa in carico di alcuni c.d. Misteri d’Italia proposti invero in maniera peculiare e secondo precise scelte autoriali. Degna di rilievo in tal senso è la riproposizione periodica della scomparsa di Emanuela Orlandi dove la presenza del fratello, Pietro Orlandi, è ormai fissa. E la confidenza tra lui e la Sciarelli genera una curiosa sensazione di amico in visita pronto ad imbracciare una chitarra (vista anche una vaga rassomiglianza con Claudio Baglioni).

Tornando all’edizione che va in onda attualmente, le due ore e mezzo abbondanti di trasmissione sono costituite da uno spazio principale dedicato ai casi che più ricorrono nella ribalta mediatica intervallato da richieste di aiuto per una scomparsa, con il jolly della riproposizione periodica delle c.d. “truffe romantiche” e talvolta storie di figli abbandonati che cercano i genitori biologici (e no, il confronto non è con C’è posta per te della De Filippi, la moglie di Costanzo e la dispensatrice di meme virali come “disagio a go go” hanno ripreso e attualizzato le rubriche dello storico Portobello di Enzo Tortora, controllare su Wikipedia o You Tube per credere); le scomparse vengono annunciate per lo più in modo veloce, una dopo l’altra con una scheda riassuntiva molto stringata in cui a rimanere impressa è una foto il più delle volte non riuscita benissimo per usare un eufemismo (circostanza che genera sui social battute del tipo “prima di scomparire distruggerò ogni mia immagine”e simili); talvolta qualche sparizione merita un servizio e un minimo di approfondimento ma deve possedere un quid, una sorta di appeal per qualche caratteristica che la distingua dalla massa (es. un tizio scompare dopo essere sceso dalla macchina di un amico per espletare un bisogno fisiologico, oppure dopo tre anni si dedicano ancora servizi ad un ragazzo bullizzato con famiglia problematica che prima di sparire si attaccava a tutte le reti wireless libere del paese e per questo sarà sempre per tutti, anche per la Sciarelli, “Gigino Wifi”).

Quasi immancabilmente a far da padrone in termini di spazio e tempo rimane il caso mediatico che ricorre su tutte le pagine e tutte le trasmissioni di infotainement, anche se a rigore non si parla di una scomparsa: ecco allora la conduttrice coinvolgere i telespettatori di Lecce caso mai possano segnalare elementi utili sulle azioni e la mente del c.d. serial killer dei fidanzati, oppure si presentano video e materiali inediti sul c.d. “Giallo di Caronia – morte della dj e del figlio” che aprirebbero scenari inesplorati e nuove ipotesi.

Tutto molto interessante, le interazioni sui social al pari degli ascolti confermano l’interesse degli spettatori (l’hashtag #chilhavisto domina la TL del mercoledì sera) ma fin dove è possibile arrivare senza parlare di snaturamento del titolo che il programma mantiene tuttora? Quale sarebbe il senso di riproporre ad ogni spron battuto i poveri genitori di Marco Vannini (i quali giustamente non possono che avere parole durissime contro chi ha posto termine alla vita del proprio figlio)? Forse anche quello di scatenare i followers della trasmissione contro i Ciontoli secondo un trend che non conosce soste, evidentemente genera vantaggi per chi lo cavalca e che un giorno meriterà un giorno uno studio specifico?

Da qualche anno su Facebook esiste un gruppo denominato “Ritroviamo Chi l’ha visto?, le cui informazioni di presentazione lamentano che “ Chi l’ha visto” si è smarrito, ha perso la strada e non ricorda più perché è nato. Ha dimenticato quali sono i suoi obiettivi, la sua utilità nei confronti di coloro che hanno bisogno di aiuto, sia di quelli scomparsi, sia dei loro familiari che soffrono. Ha lasciato le persone che da anni l’hanno sempre curato con grande umanità e professionalità, persone di cui sentiamo la mancanza, con i loro volti, le loro voci e il loro modo di raccontarci ogni storia. “Chi l’ha visto” è un vecchio amico, tenace e coraggioso. Ma ora si è perso. Aiutiamoci a ritrovarlo. Nessuna considerazione per queste doglianze? Hanno vinto la modernità e lo share? Come diceva l’autore, ai posteri l’ardua sentenza.

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