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No Cappellini, il tema delle dipendenze affettive non può essere ridicolizzato in questo modo

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Foto di Marcel Gnauk da Pixabay

In una newsletter della quale per fortuna pochi conoscono l’esistenza, il giornalista Stefano Cappellini ha offerto la peggiore prova di ignoranza riguardo le dipendenze affettive, superiore – per inferiorità culturale – perfino a quella di Vittorio Feltri su Libero, che speravamo potesse rappresentare il punto il più basso toccato dal giornalismo italiano sul tema.

È  a dir poco preoccupante che nel nostro Paese la stampa non riesca ad offrire all’opinione pubblica chiavi di lettura degne per poter fronteggiare fenomeni tanto complessi: gli spazi per portare alla luce realtà sommerse ma non per questo meno invasive come quelle delle cosiddette “Love Addiction” sono evidentemente assai ridotti e questo significa che abbiamo pochissimo margine per affrontare con serietà percorsi inediti di emancipazione sociale.

Donne, è arrivato il Mee too anti stronzi. Il podcast di Lucarelli sulle “dipendenze affettive”: anche le relazioni piglia-e-lascia entrano tra gli allarmi sociali”. Le parole scelte da Cappellini per lanciare via Twitter il suo pezzo sono già sufficientemente rivelatrici del livello di evoluzione di questo Maschio e probabilmente segnano un punto di non ritorno per il quotidiano La Repubblica che ospita questo tipo di spazzatura in cui gli effetti di quella che è una vera e propria patologia vengono descritti brutalmente come un incrocio tra una puntata di Uomini e Donne, un pamphlet para-femminista, uno spin-off di 50 Sfumature e una Bridget Jones che non ce l’ha fatta essendosi affidata alla consulenza di Crepet e di Michela Murgia (dlin dlon: ci confermate che la scrittrice è collega di Cappellini proprio a Rep, dove peraltro coordinerebbe un osservatorio di genere – il-primo-specifico-dentro-un-organo-di-informazione?).

Il tema delle dipendenze non può essere semplificato o peggio ridicolizzato in questo modo da un giornalista che si è comportato da perfetto analfabeta, incapace come è stato di documentarsi prima di esprimere un parere su un argomento tanto delicato, del quale colpevolmente non sa nulla.

Cappellini, infatti, da vero kamikaze Alfa che non deve chiedere il permesso di andarsi a schiantare a nessuno, si lancia in un’(auto?) analisi da sfigato medio degli anni Cinquanta che verrà presto utilizzata dalla Treccani per descrivere quel misto di imbarazzo e disagio difficilmente traducibile in italiano – leggi alla voce Cringe: “tossico è l’aggettivo chiave per trasformare ogni vicenda privata in tema sociale”, “Ferrandini lo sapeva già che “prendi una donna e trattala male””, “genere “scappa e denuncia al primo schiaffo”, ma qui di schiaffi per fortuna non ce ne sono proprio”, “un Me Too impazzito che ormai non insegue solo maniaci e profittatori sessuali ma anche stronzi e narcisisti”.

Come potete constatare, evidentemente nel caso di Cappellini dobbiamo scordarci le altezze perché mancano proprio le basi (riassumiamo quindi brevemente, solo per pietà: “tossico” è un termine tecnico, non un esercizio di stile, e sì, Stefano, è bene denunciare al primo schiaffo – ma adesso calmati, smettila di sbattere la testa contro al muro – e sì, sono almeno vent’anni che la violenza psicologica esercitata da un narcisista patologico viene equiparata a quella fisica – ma dai non fare così, adesso non serve che ti umili, hai sbagliato proprio tutto ma non dire che sei una nullità).

Eppure, nel corso di queste diecimila battute di sciocchezze mescolate al niente, ad un tratto era comparsa una crepa dalla quale – si sperava – avrebbe potuto entrare almeno uno spiraglio di luce: “Ma cosa è una dipendenza affettiva?”, si domanda infatti il giornalista verso la fine della sua opera monumentale. La domanda è quella giusta, ma la risposta l’ennesimo disastro: “Esiste qualcuno che possa dire di non averne vissuto una? C’è una relazione nella quale non conti almeno in parte il gioco di potere, la sopraffazione, lo squilibrio?”.

A questo punto viene da domandarsi in quale diavolo di bolla insana sia cresciuto il ragazzo, ma non occorre scervellarsi perché è lui stesso a svelarci l’arcano: Cappellini spiega infatti che le donne della sua famiglia vivevano d’aria e di Harmony “consumati in quantità industriale”. Come capita a molti maschietti che continuano a ricercare la loro mamma anche da molto adulti, il giornalista di Repubblica è rimasto incastrato nei suoi pantaloncini, fermo agli anni Ottanta, al walkman, al telefono a gettoni e a quell’idea di donna che gli è rimasta impressa durante la pubertà, ma soprattutto all’equazione mamma uguale romanzetto rosa nel quale “di solito le protagoniste alla fine del plot sposavano lo stronzo”.

Non possiamo qui risolvere i traumi accumulati da Cappellini in una vita intera, ma ciò che bisogna assolutamente chiarire è che trattare con una tale superficialità il tema di fondo che coraggiosamente Lucarelli ha affrontato, da una posizione di così grande rilievo per la prima volta in Italia, è moralmente vergognoso e nella pratica, almeno in potenza, criminale.

Bisognerebbe infatti sapere cosa siano le dipendenze affettive per non confonderle semplicemente con un amore nato, o finito, storto, e per comprendere che no, caro Cappellini, non è qualcosa che è capitato a tutti almeno una volta nella vita, ma una vera e propria malattia che viene diagnosticata da professionisti sulla base di determinati elementi clinici.

Prima di maneggiare in maniera tanto approssimativa una materia così seria – tradotto alla sua portata: prima di trastullarsi il gingillo pensando di poter partorire un’opinione rilevante per la sola imposizione delle mani – bisognerebbe documentarsi su quante persone ne soffrano, su quali siano gli effetti concreti sulla salute delle persone che queste dipendenze possono causare, sul perché sia errato considerarle un problema di genere, visto che possono riguardare indistintamente sia gli uomini che le donne, e su quante volte, d’altra parte, alla base dei femminicidi o tentanti femminicidi siano riscontrabili nei protagonisti patologie di questo tipo, per capire che i riferimenti da tredicenne irrisolto al “Me too contro gli stronzi” raccontano di chi firma il pezzo più che del podcast o delle dipendenze affettive.

Ad esempio, sarebbe stato utile se lei avesse spiegato ai lettori che negli ultimi anni si è assistito ad un’enorme diffusione delle Love Addiction tanto che il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM 5) ha introdotto una sezione specifica dedicata all’area dei disturbi non correlati a sostanze dando dignità diagnostica a queste patologie comportamentali: “Tra le new addiction più diffuse possiamo annoverare: la dipendenza dalle relazioni affettive, da Internet, dallo shopping, dal lavoro e dal sesso. Queste attività rappresentano parte integrante della vita quotidiana, ma per alcuni individui possono assumere caratteristiche patologiche fino a provocare gravissime conseguenze che si ripercuotono sull’intero funzionamento della vita dell’individuo provocando una condizione di sofferenza generale estesa anche al suo contesto di appartenenza”. E ancora: “Si può parlare di addiction quando l’attività a cui ci si dedicava perché provocava piacere, diventa indispensabile al punto da perdere il controllo relativamente alle occasioni, alla frequenza e alla durata della sua fruizione (Deni-Zet-Lewis, 2009)”. Nel caso specifico della dipendenze affettive, si legge su siti specializzati: “Al pari delle dipendenze da sostanza, anche il dipendente affettivo manifesta un continuo bisogno di “dosi d’amore” e di manifestazioni concrete che attestino l’interesse dell’altro, intrappolato, insieme a lui in una forma di legame tossico. L’assenza dell’altro o la mancanza di una risposta immediata alle sue richieste, getta il love addicted in una stato di ansia ingovernabile paragonabile all’astinenza da sostanza”.

In conclusione, una parola su quanto sia infimo e soprattutto pericoloso deridere la testimonianza di una persona che ha sofferto di dipendenza, di qualsiasi tipo sia. A maggior ragione se è una persona talmente esposta da poter suscitare negli altri o estremo coraggio o tutto all’opposto totale vergogna, a seconda di come il suo racconto viene rappresentato dai mezzi di informazione. Quando ci si prende gioco del racconto di una vittima a mezzo stampa, a prescindere da quale sia la sua identità, la parola vergogna può essere scomodata senza temere di cadere in errore o peccare di retorica.

Ma più di tutto, Cappellini, il suo articolo è scritto davvero male, quando come in questo caso si ha poco da dire si dovrebbe cercare di compensare la propria pochezza intellettuale con un testo che almeno stilisticamente possa lasciare un segno. Intendo un segno che non sia la sensazione di avere appena letto il riassunto svogliato e confuso di un ragazzino problematico sul suo diario segreto.

Comunque la avvisiamo, qualora volesse approfondire, che secondo una delle massime esperte in questo settore, il fatto che lei abbia dedicato un così lungo e feroce articolo a demolire d’ufficio – più che il podcast di Selvaggia Lucarelli – il tema delle dipendenze affettive, è come minimo sospetto. Ci racconti, se vuole. Si è per caso riconosciuto in uno dei famosi narcisisti con manie ossessive che nutrono il loro ego succhiando la vita delle lore vittime? Cosa l’ha tanto turbata, dalla sua posizione di Mister Lucidissimo, di questo “movimento impazzito” che potrebbe finalmente trovare uno spazio di espressione in Italia? Cosa intendeva dirci quando si chiede: “Ma se una mia ex fidanzata dovesse fare un podcast su di me come verrebbe?”. Cappellini, la sua è una richiesta di aiuto?

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