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Essere gay è ancora un tabù, il calcio aspetta la sua Rosa Parks

Di Luca Paladini
Pubblicato il 1 Apr. 2021 alle 12:19
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Immagine di copertina
Credit: ANSA / ELISABETTA BARACCHI

Ciascuna comunità aspetta la sua Rosa Parks, quella che rovescia il tavolo, quella che ristabilisce con un atto di disordine un nuovo ordine, quella che apre una breccia che nessuno potrà più richiudere. Il calcio non l’ha ancora trovata.

Quella originale, il primo dicembre del 1955 cambiò la Storia degli afroamericani. Si rifiutò di cedere il posto a una donna bianca su un autobus a Montgomery, Alabama, come era uso durante gli anni della segregazione razziale. “Non ero fisicamente stanca, ero stanca di cedere”.

Può risultare solo all’apparenza “blasfemo” l’accostamento, ma il calcio, il passatempo più seguito da milioni di persone, la macchina da soldi che produce icone e cannibalizza l’attenzione verso altri sport, nell’anno di grazia 2021, la sua Rosa Parks non l’ha ancora trovata.

Ogni tanto escono interviste anonime di ragazzi escort che raccontano le loro ore appartate in Motel in compagnia di qualche calciatore.

Incontri furtivi, tempo rubato all’immagine che bisogna dare di sé. Alla Società che ti paga, alla curva che ti idolatra. Gossip dozzinale che serve solo a capire quanta strada ancora c’è da fare.

Nel febbraio di quest’anno succede una cosa interessante in Germania, “siamo nel 2021 e non esiste neanche un giocatore apertamente omosessuale nelle associazioni professionistiche”, scrive la rivista sportiva 11 Freunde. “La paura di essere discriminati e isolati è ancora tanto grande da indurli a nascondersi “.

Passano pochi giorni e ottocento giocatori dalla Bundesliga alle serie minori firmano un appello che invita a uscire allo scoperto chi non ha ancora trovato il coraggio di farlo.

Ottocento, un numero talmente alto da destare il sospetto che probabilmente è servito a qualche atleta per mimetizzarsi ancora di più.

In Inghilterra, dove si gioca il campionato più bello del mondo, la Premier League, un coming out c’è stato. Indotto, ma c’è stato. Justin Fashanu.

Nel 1978 già nelle giovanili pare un prospetto in grado di fare la differenza. Arriva la ribalta. Le prestazioni con il Norwich valgono persino la convocazione con l’Inghilterra Under 21.

Gioca bene, diverte, segna. Finisce nel mitico Nottingham Forrest e arrivano i problemi. Di giorno esce con una bella ragazza con cui è ufficialmente fidanzato, la notte spesso frequenta locali gay.

Per i tabloid inglesi è la manna. I titoli allusivi non si contano.

Il suo allenatore di allora, Brian Clough, scriverà in una autobiografia uscita anni dopo, di un’umiliazione che fece subire a Justin negli spogliatoi davanti a tutti i compagni di squadra. Il dialogo fu il seguente:

Dove vai se vuoi una pagnotta?”, gli chiede Clough. “Da un fornaio, immagino”, risponde Justin. “Dove vai se vuoi una coscia d’agnello?”, insiste l’allenatore del Forest. “Da un macellaio”, risponde ancora il giocatore londinese. “Allora perché continui ad andare in quei cazzo di locali per froci?”.

Fashanu fu messo in panchina. Fu emarginato da tutto l’ambiente.

Nell’ottobre del 1990 dagli Stati Uniti dove era finito a giocare, il coming out. Quello che però ormai era il segreto di Pulcinella. Il suo intento rimase comunque nobile, provare a squarciare il velo di ipocrisia che ammantava il mondo del calcio.

Justin sperava di dare l’esempio, invece l’effetto fu un’ulteriore marginalizzazione. Persino suo fratello John, che si stava facendo strada con il Wimbledon, ne prese le distanze, come la stessa comunità nera.

Il 3 maggio 1998, Fashanu viene trovato impiccato con un cavo elettrico all’interno di un garage semi-abbandonato poco lontano da una sauna gay dove aveva passato la notte, nell’East End londinese. Suicida. Solo e abbandonato da tutti.

E in Italia? Siamo fermi a una domenica di campionato del 2014 quando su idea di un giocatore del Bologna, Davide Moscardelli, molti calciatori di Serie A giocarono con le stringhe delle scarpe color arcobaleno, vessillo della comunità LGBTQ+. Da allora il nulla.

Ogni tanto qualche giocatore apre bocca e ci ricorda quanto sia difficile esporsi in un ambiente del genere e intanto la Rosa Parks del calcio prende sempre più le sembianze della bella addormentata nel bosco incapace non tanto di reggere la stanchezza fisica ma di “cedere”, ogni volta, ogni giorno.

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