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L’alleanza Pd-M5S? Una grande operazione politica, culturale, umana e sociale

Di Luca Telese
Pubblicato il 15 Ago. 2019 alle 21:49 Aggiornato il 10 Gen. 2020 alle 20:29
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Immagine di copertina
Zingaretti e Di Maio

Il diario della crisi oggi parte da un borsino stile totocalcio. Si parte da 1X2, dai tre risultati possibili: governo gialloverde di nuovo, governo giallorosso tra Pd e Cinquestelle, governo istituzionale di garanzia di scopo o di qualunque tipo. E sicuramente in queste ore il duello feroce fra due personaggi che già si odiavano prima, tra Elisabetta Trenta e Matteo Salvini, tra il ministro della Difesa e il ministro dell’Interno con dietro di loro tutti i rispettivi apparati, la difesa e la sicurezza nazionale, apparati già in conflitto di interessi e di competenze.

Questo conflitto però adesso diventa politico, approfondisce la rottura e favorisce l’ipotesi di governo giallorosso, cioè di questo avvicinamento difficile ma non impossibile fra Cinquestelle e Lega. Vi ho raccontato negli altri diari di questa crisi tutto il fervore di telefonate di contatti, di ravvedimenti, di cene che si celebrano nella notte vicino ai Palazzi del politica. Ma deve esserci, prima di ogni altra cosa, un lungo viaggio che può propiziare e rendere possibile l’accordo fra i Cinquestelle e il Pd.

Perché di sicuro non può essere solo un’unione emergenziale animata dalla sola idea di sbarrare la strada a Salvini. Questo accordo dovrebbe essere, in realtà, vissuto in modo diverso e dovrebbe essere pagato con un prezzo: ad esempio con una bella cerimonia di scuse collettive. Dovrebbero iniziare tutti a chiedere un po’ di scuse per le tante cazzate – absit iniuria verbis – dette in questi anni. Che so, per esempio, una cosa su cui sarebbe importante una immediata autocritica, e a farlo dovrebbe essere Luigi Di Maio, è quella affermazione demenziale sul Pd-uguale-“partito di Bibbiano”.

Non è vero, prima di tutto perché non esiste “il partito di Bibbiano”, il partito di Bibbiano è una speculazione dialettica bruttissima e infame, propagandistica, una cosa che si può dire solo in preda ad un momento di follia perché offende non tanto un gruppo dirigente, ma milioni di elettori per bene. Tuttavia persino Palmiro Togliatti disse che voleva dare un calcione con uno scarpone chiodato ad Alcide De Gasperi. Ecco perciò Di Maio dovrebbe iniziare e dire “chiedo scusa” per questa cazzata sesquipedale detta in un momento di eccesso. Ma, la lista delle scuse che dovrebbe propiziare questa alleanza, è lunghissima.

Sono tante quelle che deve fare il Pd: non solo agli avversari politici, ma ai suoi elettori. Per esempio non ho sentito nessuno del Pd in queste ore, in cui viene giustamente esaltata la forza e la tenuta della Costituzione e dei suoi contrappesi, non ho davvero sentito nessuno che abbia chiesto scusa – sommessamente – per quella folle riforma del 2016 che un’intera classe dirigente voleva propinare ai propri elettori come una soluzione miracolosa. Grazie a Dio un gruppo nutrito professori costituzionalisti, intellettuali, e persino qualche giornalista come chi scrive in questo momento, disse “No, questa è una schifezza”, spiegando come e perché.

Il punto è che lo dicemmo che era una schifezza sulla base delle stesse argomentazioni che oggi vengono usate contro Matteo Salvini dal Pd: troppo potere a uno solo, troppi poteri all’uomo forte. Pensate lo dicevamo con molta lungimiranza, chi si andasse s rivedere le registrazioni delle mie puntate su La7 – per esempio – ritroverebbe questo rovello, esplicitato così: per me questa riforma Boschi è sbagliata, perché si consegna troppo potere a Renzi ma anche se lo si consegna a Berlusconi a Salvini a chiunque altro. Era troppo potere nelle mani di uno solo.

Fate subito questo ragionamento: se fosse non fosse stata bocciata, in modo provvidenziale dagli elettori, e se invece fosse già in vigore quella schifezza, qui il combinato disposto, tra riforma e Italicum, cioè tra una una orribile legge elettorale super maggioritaria e la terrificante riforma stilata da Maria Elena Boschi nel retrobottega di qualche negozio per parrucchieri, avremmo ora un Parlamento, e un’assemblea comune del Parlamento, totalmente in mano a Salvini. Perché sua sarebbe la maggioranza dei senatori, ma anche dei deputati.

Il Senato era una fotografia di quello che accadeva nelle regioni: allora era una fotografia rossa, oggi sarebbe una fotografia tutta verde, e di Salvini sarebbe stata la Camera perché con quella forza, il 38 per cento, avrebbe preso in mano una maggioranza parlamentare assoluta a cui poi si aggiungeva Berlusconi. Pensate che regalo. E con quella maggioranza si sarebbe potuto fare tutto. riforme costituzionali, elezione del presidente della Repubblica, cioè tutto quello che oggi il Pd dice che bisogna assolutamente impedire di fare a Salvini, con questo sistema che lo ha fermato, con queste regole con queste garanzie che lo hanno ostacolato nella sua tentazione autocratica, nella speranza di fare tutto da solo.

Quindi il governo giallorosso se nasce, non deve essere letto come un nuovo contratto simile a quello tra Lega e M5S. Quello era un contratto di destra, ora non si fa un contratto di sinistra, una cosa speculare e contraria. In queste ore tanti interventi si sono spesi in questa prospettiva. Goffredo Bettini, consigliere di Zingaretti, ha detto che serve un’alleanza di largo respiro. Luca Bergamo, vice della sindaca Virginia Raggi, un uomo che proviene dalla sinistra, ha detto: “I nostri valori sono comuni”.

Ecco, questo accordo deve essere vissuto dal Pd come una grande opportunità, come una grande occasione di possibile redenzione. Iniziando – ad esempio – a chiedere scusa per gli errori referendari, iniziando a chiedere scusa, finalmente, quasi urlando per il Job Acts. Iniziando a dire grazie al M5S per il decreto dignità, ma andiamo avanti. Ristabiliamo un po’ di diritti negati ai lavoratori, ristabiliamo un po’ di ammortizzatori sociali che salvano dalle crisi, lo abbiamo visto in questi giorni, dire grazie al movimento Cinquestelle per aver introdotto la cassa integrazione straordinaria in caso di cessazione di attività. Ma non basta. Al suo popolo, non ai Cinquestelle o ai loro elettori, il Pd deve dire che servono più garanzie più diritti più ammortizzatori sociali.

E poi chiedere scusa per tutte le sciocchezze dette contro il reddito di cittadinanza. Dire: bene, prendiamo atto che si può migliorare tutto ma che funziona molto bene, che non si è sprecata una lira, anzi, che si sono risparmiati dei soldi. Dire che ha portato chiarezza che ci ha consegnato – chiunque governi – una straordinaria fotografia fiscale e sociale dell’Italia. Deve essere cioè un governo che recupera i lavori e diventa una grande opportunità. Ma non una opportunità strumentale per i Cinquestelle e per il Pd, di farsi la loro abbuffata di poltrone, ma un’opportunità ideale per entrambi per recuperare se stessi, i loro principi fondanti.

Quindi questo governo può servire ai Cinquestelle per recuperare i loro grandi temi, l’ambiente, i diritti civili, la democrazia di base, la democrazia diretta. Per archiviare gli ignobili voti inginocchiati ai piedi di Salvini sui decreti sicurezza.

E al Pd questo governo di respiro serve per recuperare il rapporto diretto con il popolo e con il lavoro, e con il mondo della scuola, con le periferie e con i margini della società. Un rapporto che ha perso nel tempo folle dell’ubriacatura renziana. Quindi prendetela questa occasione: fate qualcosa che possa fare bene a voi e possa regalare al Paese non un gioco opportunistico ma una grande operazione politica, culturale, umana e sociale. Oppure lasciate tutto in mano a Salvini, non ostacolatelo nella sua intenzione di votare, fategli giocare la sua partita. Ma sparendo che questa linea ha una sola definizione possibile: suicidio.

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