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L’Afghanistan verso la bancarotta: senza diritti e ridotto alla fame (di W. Samadi)

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Sul terzo numero di The Post Internazionale, Wadia Samadi racconta le difficoltà degli afghani che si trovano senza mezzi o risparmi per affrontare l'inverno alle porte dopo l'avvento dei telebani

Il cugino di mio marito, Hashim, si è recato in banca per incassare lo stipendio dell’ultimo mese. Non ne riceverà altri e per il futuro non ha fonti sicure di introito per sfamare la sua famiglia. Arrivato al mattino presto, si è messo in fila insieme a decine di altre persone già sul posto per prelevare. Un talebano armato di sfollagente ha ordinato a tutti di sedersi a terra e di aspettare. Hashim ha visto donne e anziani svenire dopo ore di attesa in fila. Alzatosi in piedi per sgranchirsi un po’, ha sentito un forte colpo prima sulle spalle e poi alle gambe.
“Vi ho detto di non alzarvi”, ha gridato il talebano. Quel giorno la banca ha chiuso prima che arrivasse il turno di Hashim. Dolorante, umiliato e avvilito, l’uomo è rientrato a casa. Tornato il giorno dopo e il giorno dopo ancora, una volta giunto il suo turno l’istituto aveva finito i contanti. Solo il quarto giorno ha potuto prelevare 200 dollari, il massimo che gli afghani possono ritirare in banca. Sul conto Hashim ha circa duemila dollari. Ma i prezzi dei generi alimentari sono alle stelle, l’inverno è alle porte e, come milioni di altri afghani, avrà bisogno del riscaldamento in casa. Ha tre bambini, una moglie da sfamare e le bollette da pagare. Molti afghani però non sono fortunati come Hashim, che può contare su dei risparmi. Mio cugino ha visto i propri vicini vendere in strada tutto quello che avevano: mobili, vestiti ed elettrodomestici. Tutto per mettere insieme qualche soldo e comprare da mangiare. Molte banche private non arrivano a erogare nemmeno i 200 dollari previsti perché non hanno contante e la maggior parte dei miei familiari non ha potuto ritirare più di 100-150 dollari alla settimana, a volte ogni due settimane.
“Abbiamo eliminato i pasti serali per assicurarci che il cibo duri più a lungo”, racconta Bushra, un’amica di famiglia. Milioni di afghani sono disoccupati e non è chiaro se le attività private e pubbliche saranno in grado di riaprire a breve. Le donne sono state rimosse dai posti di lavoro. Il ministero delle Politiche Femminili, che un tempo impiegava centinaia di donne, è stato sostituito con il famigerato ministero della Promozione della Virtù contro il Vizio, la polizia morale talebana che assicura l’attuazione della sharia, la legge islamica. Anche per questo, in settimana numerose donne si sono radunate di fronte al ministero per chiedere di tornare al lavoro, ma è stato impedito loro di entrare nell’edificio. “Ero un’impiegata del ministero delle Politiche Femminili e l’unica persona a mantenere la mia famiglia. Oggi si è trasformato nel ministero dei Pestaggi Femminili”, spiega un’ex dipendente.

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