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La pastorizia, in Sardegna, è una religione. Storia di Nenneddu e delle proteste per il prezzo del latte

[TPI Long-Form] - “Quando ero piccolo e provavo a mungere, venivo subito avvertito di non di farlo se non con un secchio sotto”.  “Non mungere a terra” gli dicevano gli adulti. E così Nenneddu è cresciuto con quel principio, che il latte è sacro, e che non bisogna buttarlo mai

Di Maurizio Carta
Pubblicato il 31 Mar. 2019 alle 19:41 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 03:01
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Immagine di copertina
La storia di Nenneddu, pastore sardo che ha partecipato alla rivolta in Sardegna per il prezzo del latte

[TPI Long-Form], di Maurizio Carta – “Chi Deus ti mantenzat Nenneddu, a tie chin tottu sos pastores”.

Lo saluto così il mio interlocutore, quando è già tardi ed è ora di andare a letto. In sardo significa “Che Dio, (o la buona sorte) ti accompagni sempre, a te e tutti i pastori”.

Devo aspettare la sera per poter parlare con Nenneddu, è stato via tutto il giorno, ha lavorato dall’alba al tramonto nelle campagne di Orune, piccolo paese di duemila anime, in provincia di Nuoro.

Non ci sono taccuini, telecamere o microfoni fra noi. Quelli li ha già avuti davanti a sé durante le proteste per il prezzo del latte. Alle manifestazioni, alle riunioni, persino dentro al Ministero è finito per fare valere le ragioni della propria categoria. Solo una chiacchierata informale con me, sardo come lui.

Me lo aveva promesso che ci saremmo sentiti quella sera. Nenneddu è sardo sino al midollo, quindi, le promesse le mantiene.

In effetti è un po’ stanco Nenneddu, sbadiglia, ne ha motivo.

Per tutta la giornata è stato ad accudire il suo bestiame, riportarlo dal pascolo, dare da mangiare agli animali, e liberarli di quel nettare che per lui, pastore, ha un valore sacro: il latte.

Perché la pastorizia è un insieme di cose, passione, fatica, impegno. La pastorizia la devi sentire dentro, perché non è un semplice lavoro. La pastorizia, in Sardegna, è una religione.

Chissà cosa provava dentro Nenneddu quando tirava un calcio al bidone del latte per versarlo a terra in segno di protesta. Un gesto che non è esagerato definire estremo, un vero sacrilegio per un pastore.

Cosa gli sarà passato per la testa a Nenneddu, quanta amarezza, rabbia, tristezza nel vederlo scorrere sotto i suoi piedi.  In quel liquido bianco che ha colorato le strade della Sardegna per giorni, scorreva la fierezza di un popolo, e la dignità dei Re delle campagne: i pastori.

“Quando ero piccolo e provavo a mungere, venivo subito avvertito di non di farlo se non con un secchio sotto”. “Non mungere a terra”, gli dicevano gli adulti. E così Nenneddu è cresciuto con quel principio, che il latte è sacro, e che non bisogna buttarlo mai.

I pastori chiedono un prezzo dignitoso, chiedono che quel lavoro nobile quanto faticoso venga ricompensato con un prezzo equo, non poche decine di centesimi, che non coprono nemmeno il costo di produzione.

“Il discorso non è solamente economico”, dice Nenneddu, “Perché ogni pastore adora il proprio bestiame”.

“Io rispetto i miei animali, voglio che stiano bene, come ogni pastore degno di questo nome”.

“Del mio gregge ne sono quasi geloso direi”, mi dice sorridendo.

Nenneddu non è mai venuto meno all’appuntamento con i suoi animali. “Sono andato a mungere anche quando è morto mio padre”, mi dice con compostezza.

“Pensa che sono andato a mungere anche il giorno che mi sono sposato, senza delegare nessuno”, aggiunge, questa volta sorridendo.

“Mi sono diplomato nel 1997, dopodiché avevo le idee chiare sul fatto che quella sarebbe stata la mia strada”, ancora orgoglioso della sua scelta, quasi l’avesse deciso un minuto prima.

“È stata una mia scelta, dettata da ciò che mi piaceva”, esclama sicuro, lui che a scuola si è diplomato anche con ottimi voti.

In Sardegna l’allevamento esiste praticamente da sempre, e quello del pastore è un ruolo intorno al quale è girata per secoli, l’economia, la società, l’organizzazione della vita.

Immaginare la Sardegna senza i pastori è praticamente impossibile. Amano la campagna, se ne fanno custodi.

“Il pastore è un difensore dell’ambiente, ama la natura,  lo stare all’aria aperta”, sottolinea Nenneddu.

Mi racconta di come ci sia un legame indissolubile con il suo gregge. “Per me è una cosa fondamentale la loro salute a loro incolumità”.

“Non conosciamo sabati e domeniche, per noi è sempre lunedì”.

Mi racconta di quando, qualche anno fa, una forte nevicata creò difficoltà enormi per poter andare ad accudire il bestiame, con un metro di neve che avrebbe scoraggiato anche il più temerario. Ma solo chi conosce questo lavoro lo può capire, perché lo si deve vivere sulla propria pelle.

Sant’Antonio è il patrono dei pastori, si festeggia il 17 gennaio, e fu proprio in quel giorno che nevicò senza tregua, un vero gioco del destino.

“Facendo il pastore si tempra il carattere, si diventa uomo, si impara il sacrificio e il valore delle cose”, rimarca Nenneddu.

Il pastore, nell’animo, è un uomo libero. Ha il bestiame a scandire i ritmi della sua giornata, sono quegli animali gli indiscussi dittatori del suo tempo e lui è il loro governatore.

“Sono comandato da loro, ma allo stesso tempo mi sento un uomo libero”, mi dice, “non mi ci immagino chiuso in una fabbrica o in un ufficio con un cartellino da timbrare”.

Nenneddu, come detto, si è sposato e ha messo su famiglia.

La sua metà si chiama Margherita, e conosce bene quella vita, in quanto anche lei è figlia di un allevatore. “Mi aiuta tantissimo”, sottolinea Nenneddu sorridente. “Porto spesso anche le mie due bambine, a loro piace tantissimo la campagna e gli animali, e sono contento di essere riuscito a trasmetterglielo”, afferma orgoglioso.

La più piccola si chiama Grazia, la più grande l’ha chiamata Luisa, in nome di un fratello che Nenneddu ha perso prematuramente tanti anni fa. Mi mostra pure un video dove Luisa munge, con Nenneddu che assiste divertito.

“Questa professione offre sempre grandi momenti di spensieratezza insieme ad altri di solidarietà”, sottolinea, sorridendo anche con gli occhi.

I pastori in Sardegna spesso condividono dei momenti di cerimonia, dove ci si dimentica di tutta la fatica e le problematiche legate alla professione.

I pastori veri, infatti, sono solidali fra loro e in Sardegna, fra le tante cose, quando un allevatore perde il gregge, ogni altro componente della comunità dona una pecora per ricostituire il gregge e fare ripartire il lavoro dello sfortunato. Si chiama “Sa paradura” e questa usanza sta in piedi dalla notte dei tempi.

Allo stesso modo ci si incontra per condividere eventi e bei momenti durante l’arco dell’anno.

“Quando arriva il periodo della tosatura, per esempio, sono delle giornate in cui ci divertiamo tutti insieme, dove ognuno dimentica le difficoltà della professione, ci si aiuta tutti l’uno con l’altro facendo festa allo stesso tempo”.

Di recente Nenneddu ha avuto a che fare con taccuini, telecamere, microfoni. Lo ha sempre ripetuto senza timore, che i pastori chiedono solo che venga rispettata la loro dignità, con un prezzo congruo per il latte che gli costa tanto tempo e fatica.

Un prezzo congruo, appunto, non alle stelle, ma quello che consente agli allevatori come Nenneddu di lavorare senza fare salti mortali per fare quadrare i conti, che spesso, con il latte più economico dell’acqua, faticano a fare quadrare.

Lo dice a me, ma lo ha detto anche quando gli è stato chiesto dalle istituzioni. Esatto, a chi lo Stato lo governa, perché Nenneddu della protesta dei pastori è uno dei volti più noti.

“A me non interessa avere le ville al mare e vivere nel lusso, io voglio solo che ci venga corrisposto in maniera corretta il frutto del nostro lavoro”.

Già, la ricompensa per ciò che si produce, quella giusta che chiede Nenneddu in un’economia che fatica a conoscere la morale.

“Siamo diventati una società di soli consumisti”, aggiunge con convinzione.

Non c è una parola di Nenneddu che mi sia perso, lo ascolterei con venti orecchie se le avessi. Mi conferma che per lui quella della pastorizia è quasi una vocazione religiosa.

Parole che mi conferma Giuseppe Bandinu, di Bitti, paese vicino a quello di Nenneddu. Giuseppe oggi è un affermato giurista, vive a Roma, e il pastore ha smesso di farlo tanti e tanti anni fa.

Giuseppe io lo conosco davvero bene. Mi ha spiegato una cosa davvero interessante, che ripercorre lo stesso binario dell’argomento di Nenneddu. Cita il grande studioso Antonio Pigliaru, anch’esso di Orune, il paese di Nennedddu, e traccia una linea sulla concezione di vita e l’identità del pastore sardo.

“Tale atteggiamento culturale e storico del pastore sardo rispondeva alle condizioni di vita di una natura matrigna e nemica, che non dispensava beni, e il pastore, per resistergli, poteva contare solo sulle proprie forze: non c’era lo Stato né altro ente ad aiutarlo nelle sue insicurezze, non vi era nessun luogo di democrazia, nessuna stanza di compensazione dove portare le proprie istanze e le proprie esigenze per vederle realizzate o in qualche modo soddisfatte. Il pastore doveva essere “balente”, forte, capace, abile e ciò nella vita quotidiana equivale a essere ragionevole e razionale.

Giuseppe lo vuole proprio sottolineare.

“Questa era l’armatura concettuale di cui si è dotata nei secoli la pastorizia in Sardegna. Il pastore svolgeva, pertanto, la propria esistenza, costruiva il proprio sé in quello che coincideva col proprio luogo di lavoro, l’ovile. Ma con la dovuta precisazione che l’ovile non era solo un’unità produttiva economica, ma era soprattutto una scuola di vita, una scuola impropria contrapposta alla scuola ufficiale, come la definiva Michelangelo Pira, dove il pastore imparava a lavorare ma soprattutto a vivere, dove il pastore costruiva sé stesso come organizzatore di senso e di realtà”.

“Ovviamente, il mito ideologico auto-rappresentativo che la società pastorale ha costruito nel tempo ha proiettato i propri valori fondanti nei propri comportamenti, li ha “sacralizzati”, li ha dotati di un profilo culturale e religioso. In questo senso, le norme della vita pastorale possono definirsi una “religione” e definire una struttura sociale come “religiosa”, laicamente come valori identitari, come concezione di vita”, rimarca Giuseppe Bandinu, ex pastore mai ex.

“Certo”, annuisce Nenneddu. “È un’identità quella del pastore, non è solo un lavoro, è una religione”. “Io su questo binario ho costruito la mia vita, la mia scala di doveri, la mia dedizione. Per me è una cosa che va oltre la professione, è uno stato d’animo”.

Giuseppe è andato ben oltre, ha fatto storicamente un passo indietro per rimarcare un concetto base della cultura pastorale in Sardegna.

“La società in Sardegna, in passato aveva una componente pastorale ancora più forte, soprattutto in termini identitari”, sottolinea Bandinu.

“‘Totu pastores semus’ (Siamo tutti pastori) ossia chiunque, a vario titolo opera nella società sarda non può non identificarsi nei valori della cultura pastorale”.

“Gramsci direbbe che la cultura pastorale ha costituito una componente culturale egemone della società sarda, perchè anche chi pastore non è, andando indietro di qualche generazione, discende da famiglie pastorali, ma soprattutto perché nella società sarda anche il contadino, il commerciante, l’operaio e l’artigiano pensavano e agivano come i pastori nei modi di affrontare la vita”, sostiene Giuseppe.

A Nenneddu racconto che Giuseppe, che oramai il pastore ha smesso di farlo quando aveva 24 anni, tutte le volte che lo incontro ci tiene sempre a sottolineare una cosa, ossia che lui, di sbarazzarsi di quello “status” di pastore, non ne vuole proprio sentire.

Spiego a Nenneddu – anche se lui in cuor suo lo sa già – che Giuseppe mi dice sempre “sono diventato pastore” piuttosto che “ho fatto il pastore”, perché Giuseppe rimarca sempre che linguisticamente in sardo si dice ‘so pastore’ non ‘faccio il pastore’, perché ‘essere pastore’ è cosa ben diversa dal ‘fare il pastore’. Sono pastore qui vuol dire sono uomo. Essere rimanda al modo di affrontare la vita, fare rimanda all’imparare un lavoro, mungere e fare formaggio”, dice sempre Giuseppe.

“Deve essere davvero in gamba questo Giuseppe”, mi dice Nenneddu.

“Guarda Nenneddu, Giuseppe ha smesso di farlo quando ne aveva 24, ma mi sembra di parlare con la stessa persona”, gli spiego in tutta sincerità.

Racconto a Nenneddu di come si definisce Giuseppe: “un ex pastore mai ex, parole sue”.

Anche perché non c’è volta che Giuseppe Bandinu, oggi affermato giurista di 56 anni, non me lo ricordi.

“L’ovile, inteso come scuola impropria, mi ha dato gli strumenti per affrontare la vita, non mi ha solo insegnato a mungere pecore o a fare il formaggio. Serietà, sobrietà, considerazione da dare alle cose e alle persone, sono valori che ho imparato all’ovile, succhiando gli insegnamenti dei pastori anziani, che quotidianamente insegnavano qualcosa”.

Saluto Nenneddu, lo ringrazio. Non lo so se lui se ne sia reso conto, ma mi ha insegnato tanto questa sera.

Mi ha mostrato una morale intatta, la sua coerenza con un ideale puro, un’animo nobile che forse dovremmo tutti rivalutare, merce rara in un mondo che corre sempre più veloce senza apprezzare le cose belle e semplici che ci scorrono davanti che però Nenneddu, e quelli come lui, sanno riconoscere.

Allora lo saluto nuovamente prima di chiudere, l’avrei ascoltato per ore Nenneddu Sanna, pastore di Orune, persona integra.

Domani Nenneddu andrà presto all’ovile. Non ci saranno taccuini, telecamere e giornalisti. Ci sarà solamente lui, il suo bestiame, la sua passione e la sua libertà.

Anche perché a Nenneddu dei microfoni, telecamere e taccuini, interessa davvero poco. Lui vuole semplicemente fare il pastore.

Glielo dico con il cuore in mano, nella nostra lingua, come del resto è avvenuta tutta la nostra discussione.

“Chi Deus ti mantenzat Nenneddu, a tie chin tottu sos pastores”.

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