Nave Diciotti, il racconto della volontaria: “Abbiamo accolto 27 scheletrini, perché tanto odio?”

I minori sbarcati dalla nave militare italiana sono "debilitati" e "con ferite da lager", secondo quanto denuncia l'ong Save The Children

Di Anna Ditta
Pubblicato il 23 Ago. 2018 alle 17:15 Aggiornato il 23 Ago. 2018 alle 17:17
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Immagine di copertina
Un minore sbarcato dalla Diciotti il 13 giugno 2018 nel porto di Catania, in Sicilia. Credit: AFP PHOTO / GIOVANNI ISOLINO

Sono sbarcati ieri sera i 27 minori non accompagnati che erano a bordo della nave Diciotti, bloccata al porto di Catania da lunedì scorso. Rimangono a bordo invece 150 migranti a cui il ministero dell’Interno non ha accordato il permesso di sbarcare (qui tutto quello che c’è da sapere sul caso). diciotti minori

“Nonostante il grande supporto della Guardia Costiera, molti sono fortemente deprivati, rimasti anche 3 anni nei centri libici, al buio per mesi, pure con segni di ferite da arma da fuoco”, ha scritto su Twitter la portavoce di Save The Children, Giovanna Di Benenetto, ha detto a proposito delle condizioni dei minori.

Ma a far riflettere è commuovere è soprattutto la testimonianza di un’operatrice dell’ong Terre des hommes, presente allo sbarco dei minori ieri sera al porto di Catania, riportata dall’agenzia Agi.

“Abbiamo accolto 27 scheletrini, il più magro sarà stato un po’ più basso di me e sarà pesato una trentina di chili, la gamba con lo stesso diametro del mio polso. “Abbiamo accolto 27 scheletrini, uno era tutto e solo orecchie. Abbiamo accolto 27 scheletrini, uno non riusciva a camminare perché era pieno di dolori. Abbiamo accolto 27 scheletrini – ribadisce con tristezza e commozione – tre avevano delle bende lerce al polso, al piede e al braccio sparato. Abbiamo accolto 27 scheletrini, comprese due splendide fanciulle”.

“Mentre li guardavo, seduti a terra e delimitati da transenne, mi sentivo la ricca e bianca signora europea che si reca la domenica pomeriggio allo zoo umano, così, per vedere l’effetto che fa”, prosegue l’operatrice. “Il mio è un lavoro fatto di parole, come gli essere umani. Ieri sera eravamo in grosse difficoltà con la lingua, i fanciulli erano tutti eritrei tranne una ragazzina somala. Il mediatore non era potuto essere presente”.

“A volte non restava che guardarci, domandarci con gli occhi ‘Ma quindi come va, come ti senti?’. ‘Ma tu chi sei? Perche’ mi guardi? Che vorresti dirmi?”. E mentre ci scambiavamo questi sguardi io pensavo, a dispetto della incredibile magrezza, della scabbia, delle orecchie a sventola, dei capelli arruffati di salsedine, delle bende lerce, del braccio sparato… pensavo che erano proprio belli. Mi ripetevo questo, Che belli che siete, e posso solo immaginare la mia faccia inebetita di fronte a tanta resilienza e, soprattutto, al permanere della capacità di fidarsi dell’altro. E in quei frangenti mi sono chiesta perché così tante persone siano arrabbiate e di cosa abbiano paura. Di due occhi che ti sorridono? Di due orecchie a sventola enormi? Di quattro ricci arruffati? Forse, del fatto che loro hanno perso la capacità di fidarsi dell’altro, forse perché non ce l’hanno mai avuta?”.

“Sono stati trasferiti tutti nel corso della nottata e mentre ero per strada e me ne tornavo a casa, orecchie a sventola mi ha riconosciuta dal pulmino su cui si trovava e mi ha salutato. L’ho salutato pure io. Penso che i sorrisi degli occhi, i saluti, il riconoscersi, valgano come un’altra bella storia. Come pure il non avere paura. Quella è la storia più bella, è la storia delle possibilità. Dei momenti in cui ciò che sarà non c’è ancora, se non nella tua testa, e sei pronto a lasciarti perturbare. Del tempo in cui tutto può ancora accadere se gli dai il giusto spazio. Dei giorni in cui non ti fai prendere dalla paura e rimani aperto a ciò che arriva. Di piccoli attimi di felicità”.

Di seguito la testimonianza di Nathalie Leiba, psicologa di MSF che ha seguito alcuni dei minori sbarcati dalla nave Diciotti. “Uno di loro non riusciva a vedere bene, aveva le pupille dilatate, mi ha raccontato di essere stato detenuto al buio per un anno”, racconta Leiba. Ecco il suo racconto dell’esperienza:

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