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Home » Migranti

Migranti, sicurezza, frontiere: cosa possiamo aspettarci dal vertice straordinario dei ministri dell’Interno dell’Ue dopo la crisi a Ceuta

Immagine di copertina
Due migranti scavalcano la recinzione che segna il confine tra il Marocco e Ceuta. Credit: Marcos Moreno - AGF

I Ventisette si riuniscono a Bruxelles per un faccia a faccia d'emergenza. Sul tavolo la tenuta dell'area Schengen, la gestione dei flussi migratori e la complessa implementazione dei nuovi meccanismi di solidarietà europea. Sullo sfondo, continua la crisi diplomatica tra Italia e Spagna

Un tavolo ad alta tensione, convocato d’urgenza per rispondere a una pressione che rischia di incrinare uno dei pilastri fondamentali dell’Unione europea: la libera circolazione dei cittadini, dopo la crisi a Ceuta. Il vertice straordinario dei ministri dell’Interno dell’Ue che si apre oggi a Bruxelles prevede un’agenda fitta e complessa, dominata dalla necessità di trovare un delicato equilibrio tra sicurezza interna, controllo dei confini esterni e solidarietà tra gli Stati membri.
Il summit, fortemente voluto dai Paesi maggiormente esposti alle dinamiche migratorie e geopolitiche, si concentra su tre dossier fondamentali che stanno ridisegnando gli equilibri di Bruxelles. Ma sull’incontro pesa la crisi diplomatica tra Italia e Spagna.

I temi al centro del summit
Il cuore del dibattito ruota attorno a un interrogativo ineludibile: come proteggere le frontiere esterne dell’Unione senza far crollare l’intera architettura comunitaria. La clamorosa emergenza di Ceuta non è stata semplicemente derubricata a crisi locale, ma ha scoperchiato le vulnerabilità della sicurezza interna europea, trasformandosi nel banco di prova per una nuova strategia condivisa. Sul tavolo dei ministri pesano inevitabilmente i contenuti della lettera sottoscritta da ventidue governi, con Roma e Copenaghen a dettare la linea, che impone un drastico cambio di passo nella gestione dei flussi irregolari. L’Italia, in particolare, si è presentata all’appuntamento con un’agenda definita nei minimi dettagli e già ampiamente anticipata durante i lavori preparatori del Coreper. Il messaggio del governo italiano è netto: la sopravvivenza stessa del trattato di Schengen, e con esso della libera circolazione dei cittadini, dipende in modo indissolubile dalla tenuta dei confini esterni. Malgrado l’exclave spagnola di Ceuta (come quella di Melilla) sia già escluse da Schengen.
Non si tratta più di tamponare l’emergenza del momento, ma di scardinare alla radice quelli che i tecnici definiscono i “fattori di attrazione”, potenziando in modo massiccio la capacità di deterrenza dell’Europa. La vera scommessa diplomatica di Roma punta a delocalizzare e rendere più rigida la gestione dei flussi, stringendo accordi di cooperazione più ferrei con i Paesi terzi. L’idea è quella di lanciare progetti pilota inediti, spingendo per la creazione di veri e propri “return hub” al di fuori del territorio comunitario: centri pensati per smistare, gestire e soprattutto accelerare le procedure di rimpatrio in totale sicurezza. In particolare in Nord Africa.
Questa impostazione più muscolare richiede però non solo la volontà di collaborazione da parte dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo, tutta da dimostrare, ma anche una profonda revisione delle regole del gioco. Proprio per questo, la delegazione italiana ha sollecitato con forza la piena attuazione della Dichiarazione di Chisinau, considerata lo strumento chiave per rivedere il quadro giuridico internazionale e adattarlo alle sfide delle odierne e improvvise ondate migratorie di massa. Su questo terreno scivoloso si gioca la vera partita politica del vertice, destinata a misurare la tenuta dell’Unione. I Ventisette si trovano infatti spaccati tra due visioni profondamente diverse: da una parte chi, come il governo Meloni, esige il pugno duro sui controlli di frontiera e politiche incisive sulle espulsioni, superando le regole attuali; dall’altra chi, pur spaventato dalla pressione migratoria, continua a invocare un modello di gestione basato essenzialmente sulla solidarietà, sulla ripartizione delle responsabilità e sul rigoroso rispetto delle storiche normative sull’asilo. Il dibattito interno riflette ancora le storiche faglie europee. Da un lato, i Paesi mediterranei premono per un approccio strutturale che tolga pressione alle frontiere marittime, chiedendo che l’Europa si assuma una responsabilità collettiva reale e non solo formale. Dall’altro, i Paesi cosiddetti “frugali” e il blocco orientale insistono sul rafforzamento di Frontex e su procedure di screening e respingimento più rapide e severe fin dai confini esterni dell’Unione.
Il vertice straordinario non produrrà probabilmente conclusioni legislative definitive, ma serve a tracciare una chiara linea d’azione politica in vista del prossimo Consiglio Europeo. L’obiettivo minimo dei lavori odierni è redigere un documento congiunto che impegni la Commissione a sbloccare i fondi per la gestione delle frontiere e a velocizzare le trattative bilaterali con i Paesi extra-Ue. L’Unione europea si trova ancora una volta di fronte al suo banco di prova più difficile: dimostrare che la solidarietà tra i Ventisette non è solo un principio scritto nei trattati, ma una pratica politica in grado di reggere l’urto delle crisi contemporanee.
Ma, secondo le fonti citate dal portale Politico.eu, i presenti faranno oggi quadrato a sostegno della Spagna su Ceuta, per scongiurare nuove crisi. Il ministro spagnolo dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, invocherà una mossa condivisa difendendo il premier Sanchez, forte del rientro in Marocco di quasi tutti i migranti, senza transiti verso l’Europa. D’altronde ieri, in due ore e mezza di vertice tra gli ambasciatori, Madrid ha contestato le informazioni di altre capitali. L’Italia ha invece chiesto centri di rimpatrio immediati extra-Ue. La crisi nordafricana non si è infatti limitata a scuotere i confini geografici, ma ha innescato un vero e proprio cortocircuito diplomatico tra Italia e Spagna, portando alla rottura temporanea di uno dei cardini dell’Unione europea.

Lo scontro tra Roma e Madrid
A certificare lo strappo è arrivata questa mattina a Bruxelles la notifica formale del governo guidato da Giorgia Meloni: dal primo agosto, e per la durata di un mese, l’Italia ha ripristinato i controlli ai confini per i cittadini extra Ue in arrivo dalla Spagna, con verifiche serrate sui documenti nei porti e negli aeroporti. Una decisione che Roma ha giustificato senza mezzi termini, parlando di una minaccia alla sicurezza pubblica e alla gestione dei flussi direttamente legata al caos scoppiato nell’enclave spagnola. La mossa ha mandato su tutte le furie l’esecutivo iberico. Il premier Pedro Sánchez ha preso subito carta e penna per scrivere al presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, e alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, invocando a gran voce un intervento comunitario per supportare Madrid e riallineare le strategie europee. Ma è stato il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ad alzare il livello dello scontro. Dai microfoni dell’emittente Rtve, ha accusato apertamente alcuni governi di “non essere stati all’altezza”, puntando il dito proprio contro l’Italia. Con una punta di sarcasmo, Albares ha ricordato che la Penisola registra il numero più alto di ingressi irregolari in Europa, a fronte dei dati minimi spagnoli, per poi graffiare: “A Roma piacerebbe risolvere la situazione a Lampedusa come è stata risolta quella di Ceuta”.
La replica italiana non si è fatta attendere ed è arrivata dalle pagine del Corriere della Sera. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha liquidato le accuse parlando di un evidente “nervosismo spagnolo per la loro politica fallimentare sui migranti”. Pur ribadendo l’amicizia storica con Madrid, il titolare della Farnesina ha rivendicato la scelta di sospendere Schengen come frutto di un’attenta valutazione istituzionale: proteggere i confini italiani, ha ricordato, significa difendere settemila chilometri di frontiere dell’intera Unione. Tajani ha poi messo il dito nella piaga, chiedendosi che fine faranno i cinquemila subsahariani rimasti a Ceuta che non possono essere rispediti in Marocco, e avvertendo che l’emergenza rappresenta un rischio per il tessuto sociale di tutta l’Europa. In questo clima di veleni incrociati, si inserisce l’offensiva diplomatica italo-danese. Meloni e la premier Mette Frederiksen hanno inviato ai vertici Ue una lettera, sostenuta da ben ventidue leader, per esigere azioni repentine contro i trafficanti e rimpatri davvero efficaci. Il progetto di Roma, che sarà discusso proprio nell’odierna riunione d’emergenza orchestrata dal premier irlandese Micheál Martin, punta a esportare il “modello Albania”. L’obiettivo è creare degli hub per il rimpatrio lungo le rotte tradizionali, guardando a nazioni come Uganda e Montenegro. Sebbene la Commissione si sia detta pronta a valutare proposte strategiche, il vero nodo da sciogliere resterà quello dei finanziamenti.
Nel frattempo, Ursula von der Leyen ha cercato di gettare acqua sul fuoco assicurando che, stando ai colloqui avuti sabato con i commissari Brunner e Šuica, nessun migrante giunto dal Marocco ha raggiunto la Spagna continentale o altri Paesi europei e che la gran parte delle persone è già stata respinta. Eppure, proprio sui numeri e sulle responsabilità, a Madrid regna una profonda inquietudine. La magistratura, tramite l’Audiencia Nacional, ha aperto un’inchiesta preliminare affidando alla polizia il compito di accertare se l’invasione di almeno cinquantamila persone tra il 30 e il 31 luglio sia stata un’azione concertata a tavolino. Un sospetto che ha spinto il governo spagnolo a cambiare improvvisamente registro nei confronti di Rabat: se fino a ieri si preferiva incolpare solo le mafie, vantando la collaborazione marocchina, oggi la ministra della Difesa Margarita Robles ha esortato il Marocco a fare “piena luce” sull’accaduto. Robles ha condannato duramente il fatto che giovani e minori siano stati ingannati e spinti verso la morte in mare senza che vi siano conseguenze. E proprio sul tragico bilancio delle vittime si consuma l’ennesimo cortocircuito: mentre il ministero dell’Interno marocchino conta soltanto 11 deceduti, le autorità spagnole segnalano almeno 72 morti. Una confusione drammatica che si riflette anche sui vivi. Nonostante le stime parlino di un’ondata monstre tra i 60mila e gli 80mila arrivi, quasi tutti teoricamente rimpatriati (il ministero dell’Interno iberico calcola 73mila respingimenti), il governo locale di Ceuta ha gettato la spugna, ammettendo che non esiste alcuna cifra ufficiale certa su quanti siano entrati e quanti siano effettivamente usciti. L’unica certezza, cruda e visibile, è quella di una città ancora in ostaggio, con migliaia di disperati accampati per le strade.

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