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“Dopo aver perso le mie bimbe nate premature ho scalato il Monte Bianco per toccare il cielo e dire grazie”

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 28 Ago. 2019 alle 13:20 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:57
Immagine di copertina

Ilaria, la mamma che scala il Monte Bianco dopo aver perso le bimbe nate premature

In questi giorni di crisi, ci sono donne straordinarie che ti riportano di colpo alla realtà e ti ricordano che la vita, quella vera, va avanti, sempre, contro ogni evidenza, anche quando tutto sembra perduto. E che non esiste dolore troppo grande da non poter essere scalato. Questa è la storia di Ilaria Pietropaolo. Grazie per averla vissuta. Grazie per avercela regalata.

“Questa è la mia storia. La storia di una donna alla quale la vita ha dato molto, ma ha tolto anche tanto. Cinque anni fa ho perso Alice e Federica, le mie figlie, nate prematuramente in una calda giornata di ottobre. Abbiamo lottato per giorni. Tredici per l’esattezza. Loro troppo piccole per vivere e io ad un passo dalla morte per arresto cardiaco.

Poi il buio e la mia lenta ripresa, con la maschera per la ventilazione indosso giorno e notte. Dal letto della rianimazione il pensiero era sempre lo stesso: ‘Se esco viva da qui voglio andare in montagna. Voglio rivedere la neve che dona bellezza a ogni cosa sopra la quale si posa e respirare senza questo maledetto aggeggio!’

Pur avendo assistito personalmente, come infermiera in dialisi, centinaia di persone nella mia condizione, non ero consapevole che di lì a poco sarebbe iniziata la salita più dura, quella del ritorno a casa e della quotidianità. Per fuggire dalla curiosità morbosa di chi fa domande talvolta inopportune ecco la mia prima salita sul Monte Beigua in solitaria (con valori di emoglobina quasi incompatibili con la vita), la mia prima arrampicata, la mia prima salita con gli sci e i miei primi 4000 metri.

E lì, fra le vette che toccano il cielo, nello spazio infinito che mi trovo spesso davanti, ho sentito spesso il bisogno di ringraziare Dio, o chi per esso, per avermi concesso la seconda possibilità. Qualcuno sostiene che si è atei finché non si ha paura e colui che afferma ciò non ha tutti i torti. Ma comunque sono qui e spero di poter ispirare i miei affetti ad essere la parte meravigliosa di se stessi ancora a lungo.

Alla montagna devo tanto. Mi ha ridato la forza, la fiducia di potercela fare anche quando si perde la capacità di coniugare i verbi al futuro. E poi la storia di Marta, che si intreccia con la mia: una giovane donna che muore mettendo al mondo ciò che di più bello due persone possano desiderare. E con lei se ne va anche il suo piccolino.

E così mi metto in contatto con Christian, autore del libro “Andare Avanti”, marito di Marta, che ha saputo trasformare il suo dolore in forza, fondando la “Marta4kids” e percorrendo quattromila chilometri di eccezionale solidarietà a piedi per l’Italia, raccogliendo fondi per la ricerca a favore della fibrosi cistica.

A tutti racconta che il senso della vita, anche quando appare ingrata e ingiusta, è l’amore per gli altri. Decido che per ricordare Alice e Federica, Marta e il suo piccolino posso dare un aiuto a Christian percorrendo gli stessi metri ma verso il cielo. E così, dopo cinque anni di sofferenza, allenamenti in quota, gioie e una serie di fatiche inenarrabili, alle 7.20 del 26 agosto arrivo sulla vetta del Monte Bianco.

Sobrietà di gesti e pensieri, l’aria che via via si fa sottile e un’alba che ricorderò per sempre. Le parole oggi sono superflue, questa salita la dedico a loro.”

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