Me
HomeInterviste

Gaetano Saffioti a TPI: “Noi testimoni di giustizia non riusciamo a lavorare neanche gratis, è una sconfitta per lo Stato”

L'imprenditore calabrese vive sotto scorta dal 2002. In un post sui social ha sottolineato come un testimone di giustizia in Italia non riesca nemmeno a fare beneficenza

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 26 Ago. 2019 alle 16:03 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:57
Immagine di copertina
Gaetano Saffioti. Credit: Omar Bai/NurPhoto

Intervista a Gaetano Saffioti, testimone di giustizia

Gaetano Saffioti è un imprenditore italiano testimone di giustizia. Nel 2002 ha deciso di raccontare gli affari della ‘ndrangheta che reclamava la sua parte nelle aziende e con le sue dichiarazioni ha contribuito in modo significativo in molte operazioni della magistratura contro la mafia calabrese.

Dal 2002 vive sotto scorta ma ha deciso strenuamente di continuare a fare il proprio lavoro con la sua impresa edile, senza nascondersi. Nel 2014 è stato l’unico ad accettare di abbattere la villa abusiva che apparteneva alla cosca dei Pesce. Nei giorni scorsi, in occasione dell’anniversario del terremoto a Amatrice, ha ripubblicato un post con cui offriva volontariamente i propri mezzi proprio nei giorni del terremoto (era il 24 agosto del 2016) in cui sottolineava come un testimone di giustizia in Italia non riesca nemmeno a fare beneficenza. L’abbiamo intervistato per TPI.

Perché ha deciso oggi di riesumare il post?

Mi dà fastidio sentire parlare di ricostruzione e di macerie. Non tanto per una questione personale ma per portare alla luce tante cose che non funzionano, soprattutto sui testimoni di giustizia.

Non è autocelebrazione, sia chiaro. Chi sceglie questa strada di onestà invece di avere una strada spianata (non dico tappeti rossi o eroismi) trova enormi difficoltà. Bisognerebbe almeno metterlo in condizione di fare una vita normale, non a livello assistenziale: la mia scelta non era figlia di un problema economico ma contro il sistema mafioso correttivo clientelare.

Se chi denuncia dovrebbe essere il primo a essere messo in condizione di lavorare e invece addirittura non gli viene concesso di eseguire lavori gratuiti significa che c’è qualcosa che non va. È l’esempio plastico.

Cosa successe in quei giorni?

Quella volta (c’era il precedente de L’Aquila) volevo raccontare che non mi mettevano in condizione nemmeno di mettere a disposizione i miei mezzi gratuitamente. Il giorno del terremoto feci questo tweet in cui offrivo tutta la mia disponibilità e non mi sono fermato là ma ho anche inviato mail alla Protezione Civile del Lazio, d’Abruzzo e delle Marche e alle Prefetture.

Qualcuno non ha nemmeno risposto, qualcuno ha risposto che la fase del soccorso era un momento di confusione. Io ho detto che restavo a disposizione. A distanza di un anno c’era Pirozzi (l’ex sindaco di Amatrice, nda) a lamentarsi della mancanza di mezzi e lì mi sono girate le palle e gli ho inviato un messaggio, ho anche rimandato le varie mail visto che era passato il periodo di emergenza.

Ripeto: io non volevo farlo per protagonismo ma per amore della legalità e per esser da traino per altri imprenditori che potevano contribuire con le loro possibilità al terremoto. Perché i miei mezzi del valore di 4-5 milioni di euro sono come l’euro del disoccupato mandato via sms. E così i soldi delle offerte potevano essere destinati ad altro.

Il sindaco non ha risposto. Siamo andati anche in televisione a fare questo confronto. Il sindaco disse che pensava fosse uno scherzo, poi mi mandò una lettera in cui mi disse di mettere l’offerta nero su bianco. Ho tutta la documentazione. Lui diceva che non dipendeva da lui ma dalla Regione.

Tutto è finito in una bolla di sapone e sai perché? Perché non ci mangia nessuno. Non ci fanno intervenire nelle gare e nemmeno gratis. Io potevo mandare 150 macchine operatrici. In tre mesi avrei tolto tutto. Mi hanno addirittura detto: “se lei insiste può inviare l’equivalente in denaro”. Io non vi do nemmeno un centesimo che poi magari finiscono a una ditta mafiosa. E ora tutti si lamentano che ancora ci sono le macerie.

È una questione irrisolta quella dei testimoni di giustizia e dei loro problemi nel continuare a fare il proprio lavoro, no?

Io ringrazio di non avere bisogno di lavoro. Ma se noi testimoni dobbiamo essere l’esempio e invece non si mette l’imprenditore nella condizione di scegliere questa strada… non deve essere un fine vita ma un miglioramento della propria esistenza. Portarci in località protetta e darci lo stipendio è una sconfitta. Le varie associazioni si riempiono la bocca di protocolli di legalità che sono minchiate. Anni fa ho demolito una villa gratuitamente ai Pesce proprio per dire: quando avete bisogno io ci sono. Ma il giorno dopo nessuno mi ha invitato. Io sono la cartina di tornasole. Se lo Stato mi abbandona nessuno denuncia, per il terrore di essere emarginato dal sistema.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Ma quali sarebbero le soluzioni?

L’alternativa c’è e non è dolorosa: perché non destinare l’1 per cento dei lavori a chi ha denunciato? Oppure: a chi è sotto usura perché non dare i soldi confiscati alle mafie? Non dico gratis, sia chiaro: a interessi di legge.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Queste sono le riforme che servirebbero?

Queste sono le sfide, solo per dare un esempio. E le associazioni di categoria dovrebbero praticare la legalità, non parlarne. Con uguaglianza nel rapporto, solo così si distruggono le mafie. Questo è il punto. Le soluzioni ci sono. E non costano un centesimo allo Stato e alla società civile, non è assistenzialismo. Perché non si fa?

Però i vari governi garantiscono sempre di avere fatto dei passi in avanti…

Guarda: se non riesci a lavorare gratis il resto sono tutte minchiate.

“Lo Stato non è capace di proteggere i propri figli”, dopo il suicidio di Greco parla Ignazio Cutrò, testimone di giustizia cui è stata tolta la scorta